Si parla con molta frequenza di riforma della Pubblica Amministrazione e i “pannicelli caldi” che i cosiddetti “addetti ai lavori” riescono a propinare all’attenzione dell’opinione pubblica costituiscono la prova più inconfutabile della loro totale ignoranza del problema “di fondo”.

Gli Italiani, nella loro stragrande prevalenza, avvertono il disagio di avere una pubblica amministrazione non rispondente ai loro desiderata, ma solo pochi si rendono conto delle ragioni della loro insoddisfazione.

A Roma, la via dei Burrò, con i suoi buffi e sghimbesci palazzetti, non privi, comunque, di una certa grazia, persino civettuola, deriva, probabilmente, il suo nome da un’alterazione dialettale del termine francese: bureaux. Il fatto è molto significativo.

Napoleone, infatti, durante il breve, effimero Regno d’Italia, aveva collocato lì i suoi uffici, imponendo le regole del modello burocratico francese, fortemente autoritario, ispirato dalle idee di Jean Baptiste Colbert che intendeva rafforzare il totalitarismo odioso del Re Sole. Quel modello, infatti, gli era tornato utile anche per la sua tirannia.

L’intrico tortuoso di quei vicoli, per alcuni, richiamerebbe alla mente lo smarrimento kafkiano del cittadino nei meandri della burocrazia, per altri indicherebbe, invece, la masochistica passione degli Italiani di giocare a rimpiattino con i bureaux per amore e stimolo di causidici bizantinismi.

Dal punto di vista psicologico, il secondo corno del dilemma, sarebbe, ovviamente, più preoccupante.

Il modello importato dalla Francia (ed esasperato, sullo Stivale, da Mussolini) esalta la forza del potere politico, ed è privo di ogni  ipotizzabile collegamento, sia pure mediato, con la collettività dei cittadini.

A differenza dei Paesi Anglosassoni, dove l’assolutismo monarchico non è stato mai di casa (se non per un brevissimo periodo, quello dei Tudor), nella realtà dell’Amministrazione pubblica della parte Continentale dell’Europa, gli impiegati pubblici sono pagati dalla generalità dei consociati ma non diventanoservant dello Stato-Comunità, rappresentando, essi,  unicamente la longa manusdel potere politico, che esprime lo Stato-Autorità.

La situazione, anche se trascurata dagli Italiani e da altri Europei, non rappresenta un buon viatico per una corretta vita democratica e per un’ordinata convivenza civile. Ed è questa una delle ragioni per cui le democrazie del Continente non reggono al confronto con quelle Anglosassoni.

Il divario tra le due parti del cosiddetto mondo Occidentale diventa più pesante e grave quando dall’amministrazione degli affari amministrativi si passa a quella della giustizia.

In Italia (e in altri Paesi Euro-continentali) la giustizia è anch’essa affidata a pubblici impiegati, vincitori di un concorso pubblico che sono inquadrati in una corporazione di dipendenti dello Stato-Autorità, sottoposta alle ingerenze, anche pesanti, della classe politica.

I poteri che si concedono a tali soggetti variano da Paese a Paese.

Sullo Stivale, a differenza che in Francia, dal cui ordinamento è stato pur copiato il nostro, l’autoreferenzialità di giudici e pubblici accusatori è assoluta e l’autonomia di azione è massima.

Mentre, infatti, i magistrati Francesi devono rispondere della loro attività giudiziaria a un’Autorità politica, il Ministro della Giustizia, membro dell’Esecutivo, quelli Italiani, in buona sostanza, con le leggi attuali, non devono dar conto, in buona sostanza, a nessuno.  La responsabilità dei giudici, per com’è regolata, lascia, secondo il parere di tanti osservatori, molto a desiderare sul piano della sua concreta effettività.

Anche nell’autonomia dei pubblici accusatori, l’Italia è andata oltre la Francia, alterando il  suo modello.

C’è da chiedersi il perché. E’ una vera e propria astrusità che si possa affidare l’esercizio della delicata funzione accusatoria e giudiziale senza prevedere alcuna investitura popolare. Nell’ordinamento statunitense e in quello inglese, una cosa del genere non sarebbe neppure immaginabile! Con quale esperienza e maturità anche psicologica, giovani appena usciti dall’Università, possono esercitare il loro impegnativo ruolo di formulare accuse e giudicare? Nessuna. A mala pena quei neo-laureati riescono a dimostrare di essere in possesso di superficiali nozioni tecnico-giuridiche.

E’ assurdo soprattutto che di questo problema non si cerchino le cause.

Probabilmente, esse potrebbero essere trovate nel fatto che, pur nell’imitazione del modello francese, i magistrati sono stati ritenuti dalla Sinistra Italiana, dopo il mal digerito accordo di Yalta, il possibile, unico grimaldello per scardinare il potere di governo della Democrazia Cristiana; considerato altrimenti invincibile.

In seguito, nel corso degli anni, si è fatto anche di più. Nonostante la delicatezza della funzione, ai magistrati Italiani si è consentito anche di coltivare ambizioni politiche e quindi elettorali e ministeriali.  E qualcuno tra gli aspiranti legislatori e governanti può avere anche avvertito l’utilità di avere la benevolenza di uno di quei partiti o di quegli istituti religiosi più capillarmente diffusi sul territorio, Solo essi, infatti, potevano offrire buone garanzie per il successo alle votazioni popolari.

E’ chiaro che trasmigrare da un potere all’altro, avvalendosi, in casi particolari, anche di una speciale posizione nell’ordinamento, può alimentare sospetti ai fini della richiesta e necessaria imparzialità della gestione del potere giudiziario, latamente inteso.

Come si dice, però, al mio paese d’origine il “pesce puzza dalla testa”. Se non si distrugge il rapporto dei pubblici dipendenti, amministrativi e magistrati dell’ordine giudiziario, dallo Stato-Autorità per ricondurlo nell’ambito dello Stato-Comunità, seguendo l’esempio anglosassone, i “pannicelli caldi” suggeriti dagli innumerevoli sedicenti esperti di Pubblica Amministrazione costituiranno soltanto l’ennesima turlupinatura per gli Italiani che veramente desiderano essere liberi e liberali; alla maniera, cioè, degli abitanti di quella parte del mondo Occidentale che ha sempre rifiutato il servaggio imposto da concezioni assolutistiche di ogni natura.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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