Sono molte la considerazioni che si possono fare sull’esito delle elezioni in Germania. La prima, forse la più rilevante, è che anche il Paese più forte, più ricco e più solido dell’Europa è percorso dalla stessa inquietudine degli altri, anche se in Termini meno clamorosi. Il successo del partito nazionalista di destra, che appare il fatto maggiormente appariscente, non rappresenta, come alcuni hanno troppo superficialmente indicato, un riaffiorare di nostalgie naziste o il pericolo di un’ondata di xenofobia, ma soltanto la manifestazione  febbrile di un malessere diffuso, che ha trovato nel linguaggio forte dell’AFD la espressione di pancia più istintiva. In realtà il segnale che merita maggiore attenzione invece è la sconfitta complessiva dei due partiti di governo. Il necessario, continuo compromesso, imposto dalla  Grande coalizione tra partiti con storie e sensibilità diverse, non poteva che produrre una politica piatta che alla fine ha scontentato tutti. Il maggior prezzo è stato pagato dal partito socialista, apparso di fatto subalterno alla Merkel, ma anche la CDU-CSU è stata fortemente penalizzata, nonostante la sovraesposizione della Cancelliera, che tuttavia non è riuscita a suscitare alcun entusiasmo. Anche sul fronte delle opposizioni, la Linke, nonostante l’immagine della nuova e bella leader, certo più accattivante rispetto a Lafontaine, non ha saputo sfruttare il ruolo di oppositore e non è riuscita a conquistare un solo voto in più rispetto alle precedenti elezioni. Tale insuccesso dimostra, insieme alla disfatta della SPD, che il mito della sinistra socialista in tutte le sue forme è definitivamente al tramonto. Gli stessi verdi, che rappresentano una sinistra moderata, hanno ottenuto il medesimo risultato del 2013. L’unico partito che, nelle dovute proporzioni, ha ottenuto un successo clamoroso è quello Liberale, il quale ha più che raddoppiato i voti rispetto alle elezioni precedenti, quando per un soffio era rimasto sotto la soglia di sbarramento con la conseguente esclusione dal Bundestag e quindi  pagando la precedente alleanza con la Merkel. Oggi la FDP si presenta come la quarta forza politica, cruciale per ogni alleanza futura e in grado di imporre un netto profilo liberale al nuovo Governo. Ovviamente la novità  del risultato dei liberali non è stata abbastanza valorizzata in nessuno dei commenti a caldo delle TV italiane del dopo elezioni.

Se si vuole riassumere in poche parole il significato del messaggio popolare della consultazione in Germania, gli elementi sicuri sono un disagio diffuso, condiviso al momento da tutti i popoli europei; la progressiva archiviazione dell’utopia socialista che contrasta con la realtà di un Paese dove prevale il benessere, la disoccupazione è al minimo, ma in cui manca una qualunque idea di futuro, un sogno condiviso. Genericamente il popolo tedesco si è spostato a destra, con la componente che ha sposato la ribellione di pancia insieme ad un forte timore in materia di immigrazione ed ha quindi votato per la formazione estremista AFD. La parte più riflessiva dell’elettorato moderato invece ha scelto la FDP per richiedere un nuovo slancio ideale, una leadership europea più forte, maggiore libertà, più mercato, complessivamente un ruolo di guida da parte della Germania nel processo di rilancio di un progetto europeo a guida tedesca.

Una politica conservatrice, troppo piatta, senza orizzonti e priva di elementi che possano esaltare, ha  prodotto delusione. Questo è il segnale d’allarme più importante che viene dal voto del popolo tedesco, che si è dimostrato consapevole delle difficoltà del momento, di fronte al terrorismo, al fanatismo islamico con radici anche in Europa, alla crisi complessiva dei valori occidentali, con il distacco dei Paesi anglosassoni, alla necessità di una nuova idea di Europa e le conseguenti responsabilità  della Germania in tale processo. Appare chiaro che, nonostante il rigurgito nazionalista di una destra estrema rumorosa, il compito del maggiore Paese Europeo è quello del rilancio della UE e della capacità, se fosse in grado di trovarla, di rendersi protagonista di tale svolta necessaria, cominciando con un approccio diverso nei confronti dei Paesi mediterranei, con la ricerca, insieme al rigore di bilancio, di una convergenza fiscale trai diversi stati, di una difesa e sicurezza comuni, sia ai confini che all’interno dello spazio europeo, di un processo di maggiore democratizzazione delle Istituzioni continentali, cominciando dalla elezione diretta del Presidente della Commissione e dal conferimento di maggiori poteri al Parlamento. Una Merkel al suo ultimo mandato Nazionale potrebbe trovare la voglia ed il coraggio di impegnarsi in tale affascinante avventura e sicuramente avrebbe il consenso dei suoi cittadini e le verrebbe riconosciuto un ruolo di leader da tutti gli altri Paesi dell’Unione.

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