I sistemi elettorali delle Camere legislative degli Stati sovrani sono due: maggioritario e proporzionale, con l’aggiunta di sistemi misti.

Il sistema maggioritario è il più antico; quello proporzionale è stato elaborato nella seconda metà dell’Ottocento e applicato in Belgio, per la prima volta nel 1900.

La differenza tra l’uno e l’altro sistema (o metodo) è stata, sempre, piuttosto nota nelle sue linee generali. Da un po’ di tempo, solo in Italia, il discorso s’è ingarbugliato, perché s’è cominciato a parlare di “maggioritario” a proposito del “proporzionale” con premio di maggioranza. E’ necessario chiarire i termini del problema.

Il sistema maggioritario è, di solito, associato all’uni-nominalismo. Si prevedono tanti collegi quanti sono i membri del Parlamento da eleggere. Il seggio è assegnato al candidato che ottiene il maggior numero di voti. Il sistema può essere a doppio turno o secco.

Nel primo caso è previsto un ballottaggio tra i due candidati con il maggior numero dei voti; nel secondo caso, vince il candidato che, in un solo turno di votazione, abbia ottenuto il maggior numero di voti, anche se non ha raggiunto la maggioranza assoluta, che è del cinquanta più uno per cento. I critici del sistema sostengono che esso ha lo svantaggio di limitare molto o impedire addirittura la rappresentanza della minoranza e di non risolvere il problema della cosiddetta governabilità. E ciò, perché, per ottenere la fiducia dal Parlamento, il partito di maggioranza relativa che non abbia avuto un successo schiacciante, deve affrontare le trattative per formare una coalizione di governo che può anche risultare molto vulnerabile. La regola-madre resta che per governare da soli dev’esserci una maggioranza in Parlamento del cinquanta più uno per cento.

Si ritiene, quindi solo erroneamente, che il sistema maggioritario consenta una governabilità più certa. In realtà, non è così. E quando ciò non avviene, la situazione è la stessa che si determina con il sistema proporzionale: occorre fare una “coalizione” sul programma di governo.

Se in Gran Bretagna, che applica tale sistema, Margaret Thatcher nel 1983 e Tony Blair nel 1997 furono portati al potere da maggioranze così ampie da assicurare loro la vittoria in tutti i voti parlamentari, il ricorso a governi di “coalizione” è stato normale per altri leader britannici per ottenere votazioni a maggioranza assoluta, (regola “sovrana” mai messa in discussione).

Il sistema maggioritario uninominale è adottato in Gran Bretagna, negli Stati Uniti d’America e in Canada: è eletto il candidato che raggiunga anche soltanto la maggioranza relativa.

In altri Paesi, si prevede che per vincere occorre la maggioranza assoluta e si va, quindi, al cosiddetto “ballottaggio” o tra i due candidati più votati o tra quelli che hanno superato la soglia di sbarramento.

Il sistema plurinominale proporzionale, detto anche “di lista”, funziona, invece, così: in un medesimo collegio elettorale sono eletti più rappresentanti, ma il voto è dato a una tra più liste di candidati. Esso vige in numerosi Paesi.

Il sistema deve il suo nome al fatto che si stabilisce un preciso rapporto di proporzione tra i voti ottenuti da un partito e i seggi a esso assegnati in circoscrizioni elettorali plurinominali. E sotto tale profilo esso è il più rispettoso del principio di rappresentatività, che è il cardine principale di ogni ordinamento democratico.

L’espressione di un voto di preferenza per uno o più candidati della lista prescelta è comune, perché sostanzialmente connaturato al sistema.

L’ignoranza degli attuali uomini politici italiani è tale che continuano a parlare di primarie, anche se vanno convincendosi che, in una situazione di tri-polarità di schieramenti, il ritorno al sistema proporzionale di liste con voto di preferenza appare inevitabile e che, con tale metodo elettorale, le primarie le fanno direttamente i cittadini al momento del voto.

Sul piano della governabilità, il raggiungimento della maggioranza assoluta, necessaria per ottenere il governo del Paese, è soggetto, in caso di numeri risicati, allo stesso bisogno di trattative per formare una coalizione post-elettorale che abbiamo considerato a proposito del “maggioritario.”

In definitiva, sotto tale profilo sistema proporzionale e sistema maggioritario si equivalgono: non escludono il bisogno di ricorrere a coalizioni.

D’altro canto, tale pratica di governo ha dato e dà i suoi buoni frutti in tutte le democrazie.

Con governi di coalizione post-elettorale, l’Italia è divenuta una potenza industriale di livello mondiale; i maggiori Paesi Europei si sono retti e si reggono su analoghe forme di governo.

La preferenza per l’uno o per l’altro sistema elettorale dipende, quindi, soltanto  dalle condizioni in cui esso deve operare.

Nel secondo dopoguerra mondiale, in Italia, era apparsa necessaria una fase della vita nazionale, al massimo grado possibile, coesa e unitaria; si era, pertanto, felicemente scelto il sistema proporzionale. Si era, cioè, ritenuto che l’adozione del sistema maggioritario avrebbe accentuato il conflitto tra la destra e la sinistra, portandola ai livelli della cruenta guerra civile sviluppatasi nel Centro e nel Nord-Italia.

In effetti, il sistema proporzionale aveva risposto bene alle attese dei cittadini. Alle origini della nostra vita repubblicana, ogni Italiano aveva compreso l’importanza del proprio voto per configurare i due rami del Parlamento; aveva compiuto il miracolo di una partecipazione al voto intensa e numerosa, scegliendo i candidati ritenuti adeguati.

Oggi, il problema da risolvere sembra quello di capire se le condizioni dell’Italia siano uguali o diverse da quelle dell’immediato dopoguerra. A favore del primo corno del dilemma c’è che, come allora, il Paese è allo sbando in tutti i sensi, e una legge elettorale, definita una porcata dal suo stesso relatore, è servita a dividere gli Italiani, quasi come essi erano divisi nel secondo dopoguerra mondiale, all’epoca della guerra civile, definita Resistenza: da un lato vi sono i clerico-fascisti; dall’altro i catto-comunisti. Il solco è stato ancor più approfondito da una sorta di lotta, fortunatamente non cruenta, alimentata da trucchi di ogni genere per portare al successo un quesito referendario formulato in modo sfacciatamente truffaldino.

Se così stanno le cose, per il nostro Paese, s’impone di ripetere la scelta, non più tra “proporzionale” e “maggioritario”, com’era stato nel dopoguerra, bensì tra un “proporzionale” corretto e un altro profondamente alterato e snaturato da un premio di maggioranza che, nelle previsioni configurate è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo dal massimo organo di garanzia.

Di là dagli aspetti giuridici, il sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione di cosiddetta maggioranza relativa (cioè di minoranza più votata) non ha reso certamente più governabile il Paese, a causa dei litigi all’interno del gruppo vincente; ha allontanato dal voto le masse, più di quanto, esse avrebbero, comunque, fatto per l’inefficienza provata dei governanti di ogni colore politico; ha affidato l’intera  gestione della vita pubblica a leader di partito, esperti nel maneggio dei voti interni, spogliando gli elettori della loro libertà di scelta dei candidati al Parlamento.

A mio parere, è proprio questo il problema più urgente: che la scelta dei candidati, cioè, sia nuovamente affidata agli elettori, togliendola, senza alcuna ambiguità, alle “segreterie” dei partiti. Queste hanno, ovviamente, tutto l’interesse a scegliere i candidati peggiori, perché più facilmente “dominabili”.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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