Considero il francese Jean-Baptiste Say (1767-1832) l’economista classico più in gamba, completo e concreto (più del celebrato Adam Smith, che peraltro – secondo Rothbard – neppure fu il padre dell’economia moderna, ruolo spettante a Richard Cantillon); un continuatore della scuola economica francese di Turgot e precursore dell’autorevole Scuola austriaca, anche per la sua preferenza per l’empirismo e il metodo deduttivo, rispetto a quello teorico, statistico o matematico.

Finì infatti la sua vita come professore di economia, ma solo dopo aver svolto diverse attività amministrative ed economiche concrete (tra le quali l’assicuratore), gestito una manifattura cotoniera che diede lavoro a quasi cinquecento persone e fondato la prima scuola commerciale del mondo (1818).

Membro del Tribunato nel 1799, pubblicò il suo TRATTATO DI ECONOMIA POLITICA nel 1803. L’opera impressionò Napoleone, il quale gli chiese di rinunciare alle posizioni liberali espresse e di assecondare i suoi progetti economici interventisti, ma inutilmente; per cui lo defenestrò senza tanti complimenti. Ma il nostro, come visto, si ingegnò lo stesso.

Say è noto soprattutto per aver formulato la legge che porta il suo nome sul problema delle crisi economiche – detta anche “legge degli sbocchi” – secondo cui È L’OFFERTA CHE GENERA LA DOMANDA, NON VICEVERSA: «Un uomo che col suo lavoro crea qualcosa di utile non può aspettarsi di essere pagato per la sua attività se gli altri uomini non hanno i mezzi per acquistare i suoi prodotti. Ora, in cosa consistono questi mezzi? In prodotti di analogo valore, frutti dell’industria, del capitale o della terra. Questo ci porta a una conclusione che a prima vista può sembrare paradossale: è la produzione che crea una domanda di prodotti».

Per Say dunque, il vero problema delle crisi è sempre la carenza della produzione, non del consumo come ripete il mantra keynesiano che guida anche i nostri governanti attuali: «Per questa ragione un buon raccolto è favorevole non solo al contadino, ma anche ai venditori di tutte le altre merci. Più copiose sono le messi, maggiori sono gli acquisti dell’agricoltore. Cattivi raccolti, al contrario, riducono gli acquisti di tutti gli altri beni». Più gli operatori sono produttivi, più si aprono sbocchi per i beni e servizi: «Un uomo di talento, che in uno stadio retrogrado della società si limiterebbe appena a vegetare, troverà migliaia di modi per mettere a frutto le sua capacità in una comunità prospera in grado di impiegare e remunerare i suoi talenti … Abbiamo sempre interesse all’altrui prosperità, quando siamo sicuri di poterne approfittare con il commercio».

Sosteneva quindi che in regime di libero scambio non sono possibili le crisi prolungate. Difatti, in una economia di libero mercato, ciascun soggetto sceglie di essere compratore o venditore, ai prezzi di mercato. Se in un dato momento si ha un eccesso di offerta, i prezzi tenderanno a scendere. La discesa dei prezzi renderà conveniente nuova domanda. È in tal senso che l’offerta è sempre in grado di creare la propria domanda. In caso di crisi da sovrapproduzione, il rimedio non deve dunque ricercarsi in un intervento dello Stato, ma in una capacità autoregolatoria del mercato.

John Maynard Keynes, nella sua “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, ha criticato la Legge di Say, sostenendo che il detentore di moneta può essere motivato a trattenerla, invece che a spenderla; il venditore, dunque, può non diventare consumatore; una circostanza che causa una domanda aggregata insufficiente. Ma è una critica debole (altrove ho spiegato il perché).

Qui mi interessa rilevare il fatto che Say fu un precursore anche per aver affrontato e dato soluzioni originali a diverse questioni ancora di attualità, quali il problema della MONETA, della TASSAZIONE ECCESSIVA e dell’INTERVENTO STATALE IN ECONOMIA mediante la spesa pubblica.

Circa la moneta, Say era pragmatico. Ad un certo punto, una determinata merce viene sempre accettata da tutti, grazie alle sue caratteristiche di commerciabilità (valore intrinseco, relativa rarità, divisibilità, omogeneità, trasportabilità, durabilità), e dunque diventa moneta. Oggi che dire delle criptovalute? Tutta questione di fiducia, attenzione allo schema Ponzi…

Say ad es. fu sempre contrario alla valuta cartacea che non fosse immediatamente convertibile in moneta fisica. Analizzando uno dei primi casi disastrosi di iperinflazione, gli assegnati della Rivoluzione francese, osservò che la cartamoneta non convertibile viene sempre stampata in eccesso e distrugge il valore della valuta, che alla fine si annulla. Qualche preoccupazione per l’helicopter money della BCE…?

Per Say, le possibilità per evitare l’eccessiva espansione monetaria da parte delle banche sono due.

Si può anzitutto obbligare la banca a coprire con le proprie riserve il 100 per cento delle banconote emesse: le banche di Amburgo e Amsterdam operavano all’epoca in questo modo. Oppure, si deve permettere una totale concorrenza bancaria nell’emissione monetaria. Temi ancora attualissimi.

Quanto alla tassazione, poi, Say potrebbe definirsi addirittura un libertario, perché la vedeva con il fumo negli occhi: «che importanza ha il fatto che le tasse siano stabilite formalmente con il consenso del popolo o dei suoi rappresentanti, se il potere dello Stato di fatto non lascia al popolo nessuna possibilità di rifiuto?» E ancora: «La tassazione priva il produttore di un bene che avrebbe potuto destinare a una propria gratificazione personale, se consumato, o impiegato profittevolmente, se investito. Le risorse servono a produrre altre risorse, per cui la sottrazione di beni a chi li ha prodotti deve necessariamente diminuire, anziché aumentare, la capacità produttiva (…) La tassazione spinta all’estremo ha lo spiacevole effetto di impoverire l’individuo senza arricchire lo Stato».

E ne aveva anche contro chi sosteneva l’utilità della spesa pubblica: precetti che «vengono messi in pratica dagli agenti dell’autorità pubblica, che possono imporre i loro errori e le loro assurdità sulla punta della baionetta o con la bocca del cannone».

Le conclusioni dell’analisi di Say sono radicali: lo Stato è un “terribile disturbo pubblico” e un “aggressore della pace e della felicità della vita domestica”, per cui «il migliore schema finanziario pubblico è quello che prevede la minor spesa possibile, e la tassa migliore è sempre la più leggera».

All’opera di questo straordinario personaggio si sono ricondotti alcuni decenni addietro Martin Feldstein, Robert Mundell (Nobel per l’economia 1999) e Arthur Laffer quando hanno posto l’enfasi sul ruolo dell’offerta nello stimolare la crescita economica (supply-side economics), in contrapposizione alle teorie keynesiane, che si focalizzano sulla domanda aggregata di beni e servizi e che sostengono che è compito dello Stato intervenire con misure di sostegno alla domanda qualora la domanda aggregata sia insufficiente a garantire il pieno impiego o comunque il raggiungimento degli obiettivi di politica economica prestabiliti.

Secondo questi economisti l’intervento statale, ove necessario, deve semmai avvenire mediante sostegno all’offerta attraverso l’incentivo di una minore tassazione; che, stimolando il risparmio e gli investimenti, influenza le scelte individuali (es. nel mercato del lavoro), e porta a una maggiore crescita, capace di far aumentare le entrate fiscali nonostante la diminuzione delle aliquote. Inoltre, si possono registrare effetti positivi sul tasso di inflazione, grazie allo stimolo dell’offerta. La curva di Laffer ben rappresenta il pensiero dei sostenitori della supply-side: esiste un livello di tassazione oltre il quale prevalgono i disincentivi a produrre e lavorare di più. Una diminuzione delle imposte quindi incentiva gli individui a lavorare e produrre di più.

In conclusione, dunque, onore a Say; il quale, a proposito del censo e dell’invidia sociale – eterna molla psicologica dei redistributori – osservava: «La crescente ricchezza di un individuo, quando onestamente acquistata e investita nella produzione, lungi dall’essere vista con invidia dovrebbe essere salutata come la fonte della prosperità generale. Dico onestamente guadagnata, perché una fortuna accumulata con la rapina o l’estorsione non aggiunge niente alla ricchezza nazionale”.

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