Di recente, in modo del tutto inaspettato, in Parlamento s’è avvertito il bisogno di contrastare il pericolo di un risorgente fascismo, con norme punitive per chi, incautamente, fa la sua apologia.

Da taluni spiriti ironici, data la provenienza dal PDI, l’iniziativa è stata vista come un rituale “esorcismo” per liberarsi dal “demonio” delle tentazioni totalitarie.

La cosiddetta “governabilità” ha costituito, infatti, negli ultimi decenni, l’invenzione più ingegnosa e al tempo stesso più pericolosa, concepita a danno degli Italiani, per ricondurli al clima della massima efficienza dell’Esecutivo, realizzata, in passato, da Mussolini e auspicata, oggi, dai vertici finanziari del Pianeta, com’è chiaramente scritto nel noto “report” della Banca J.P. Morgan Chase.

Quella parola, per così dire “magica”, consente l’occupazione di posti di comando nel governo del Paese a uomini politici che riescono a far passare come una necessità per il bene “sommo” dei cittadini, più creduli del consentito, la possibilità per una minoranza d’impossessarsi del potere; proprio alla maniera di Mussolini con la legge Acerbo e senza neppure ricorrere alla farsa della “marcia su Roma”.

Ovviamente la circostanza favorisce anche uomini politici poco corretti e propensi ad arricchirsi con danno della collettività, perché, di norma, ogni qualvolta si altera il corretto rapporto numerico tra le forze politiche di governo e quelle di opposizione e si annullano, in  pratica, le possibilità di approfondite dialettiche democratiche, la corruzione aumenta; soprattutto se si detiene il possesso di tutte le leve del potere, compreso quello mediatico, sempre molto sensibile alle dimostrazioni di forza di gruppi agguerriti e decisi.

Naturalmente, nel contribuire a creare la magia del termine, sono sempre utili le discettazioni, sui mass-media, di dotti docenti circa “la ragionevolezza” o “l’irragionevolezza” della soglia di voti elettorali necessari per fare scattare il cosiddetto “premio di maggioranza”.

Sotto l’aspetto terminologico si  parla di “premio di maggioranza” pur se esso è dato soltanto a una minoranza nel Paese. L’inganno è palese, perché non si premia, con un surplus di parlamentari, una maggioranza già vittoriosa in Parlamento, sia pure di stretta misura, ma la si crea artificiosamente. Il “dono” legislativo è chiamato astutamente “premio di maggioranza”, ma è, in buona sostanza, un premio alla cosiddetta “maggioranza  relativa”, che altro non è che una minoranza di maggior consistenza rispetto alle altre minoranze e di cui, non di certo a caso, non si parla mai e a nessun effetto nella Carta fondamentale dello Stato Italiano. Minoranza che, peraltro, resta tale, nell’elettorato, anche dopo l’improvvida concessione del premio.

Sul piano della logica, si tenta disperatamente di far considerare “ragionevole” il 40% dei voti ottenuti alle elezioni, senza neppure spiegare perché si dovrebbero considerare, invece, “irragionevoli” il 38, il 39, il 41,  il 42 o il 49%.

In realtà, si definisce “ragionevolezza” l’arbitrio più puro di chi fa la legge.

Non si vuole accettare l’idea che per non essere arbitrario il dato numerico deve necessariamente ancorarsi a un elemento, incontrovertibile, di diritto positivo. E l’unico elemento reperibile nelle nostre norme è quello della maggioranza assoluta del 50+1 per cento, prevista come base per governare, nella nostra Carta Fondamentale. Come in tutte le Costituzioni del mondo civile e in tutti i Paesi democratici del Pianeta, anche da noi si è sempre voluto che la fiducia al Governo fosse data da una maggioranza assoluta effettiva, concreta, reale e non fittiziamente creata.

Non è, pertanto, conforme a logica e raziocinio adulterare  i numeri per raggiungere risultati diversi.

Se ciò avviene, è il concetto stesso di democrazia ad andarsene a pallino!

Una maggioranza ragionevole per governare è unicamente quella che si desume, in modo esplicito e inequivoco, dalla nostra Costituzione.

La nostra Carta, quando usa il termine maggioranza in materia di formazione del governo e di fiducia da parte del Parlamento, ha un’idea ben precisa e assolutamente univoca di cosa si debba intendere con tale parola. Non a caso, per evitare ogni sorta di equivoco, aggiunge sempre e solo l’aggettivo: assoluta; l’unica qualificazione conforme ai dettami democratici.

Chi governa deve rappresentare effettivamente la prevalenza dei cittadini e non di certo una minoranza rispetto alla maggioranza di un’opposizione di ben più consistente entità; divisa, pure, sotto il profilo propositivo, ma coesa e compatta nell’avversare la parte che solo dopo la realizzazione dell’artificio può proclamarsi “vincente”.

In tutti i Paesi civili, d’altronde, se una forza in campo non raggiunge la maggioranza assoluta, soccorrono le coalizioni di governo, gli accordi tra i partiti, il compromesso politico: che non è una cattiva parola ma una necessità della vita democratica! Se non c’è la maggioranza assoluta in Parlamento, si governa stringendo alleanze.

Anche in Italia è stato sempre così, fino a Mussolini e al fascismo, per la cui apologia si vogliono prevedere nuovi reati.

Sarebbe augurabile che le norme prendano a bersaglio soprattutto chi, traendo esempio dai seguaci del Duce, si cimenti con proposte truffaldine per  creare in Parlamento maggioranze false; che gli Anglosassoni definirebbero di “fake democracy”.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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