L’esordio del ventunesimo secolo è stato all’ insegna di una unanime invocazione a lasciarsi dietro le spalle un passato di feroci scontri ideologici, fondati sulle divisioni del novecento, divenuti anacronistici rispetto alla prepotente incombenza della modernità. Per un verso l’appello sembrava convincente, perché tendeva ad eliminare steccati spesso artificiosi. Tuttavia chi aveva ricevuto una formazione liberale priva di pregiudizi ed allo stesso tempo convinta della necessità di riferimenti culturali solidi, rimaneva perplesso. Infatti la vita umana è in continuo divenire e quindi bisogna essere sempre aperti al nuovo, ma, allo stesso tempo, senza alcun legame con la storia e con le proprie radici, non può esservi alcuna concreta prospettiva di futuro. Siamo come il frutto di una terra, che ne determina il sapore, le essenze, il profumo, il modo di essere e di rappresentarsi.

Il nuovo millennio è stato come un ciclone distruttivo, che ha finito col costringerci a vivere tra le macerie. Basta vedere quanto è successo a Barcellona, una delle più belle, ricche e civili città del mondo, per essere immediatamente assaliti dal dubbio che la ragione sembra essere stata sfrattata dalla nostra mente. Abbiamo registrato da una parte una antistorica rivendicazione di separatismo catalano dopo tre secoli di Stato unitario, (forse in gran parte sostenuto dall’egoismo di una regione più ricca e dinamica rispetto al resto del Paese) senza tenere conto che la Regione si troverebbe priva di prospettive, perché il primo atto sarebbe la sua fuoruscita dalle Istituzioni europee. Dall’altra la repressione violenta, cui abbiamo assistito basiti, non fa onore al Governo di una grande Nazione come la Spagna.

Gli stessi Paesi anglosassoni, dove sono nate le moderne liberaldemocrazie, mostrano segni di involuzione, come la scelta  probabilmente avventata della Brexit in Gran Bretagna, motivata dall’insofferenza rispetto regole dell’UE, per altro giustamente considerate troppo burocratiche. Altrettanto poco convincente, anzi pericolosa, appare negli USA  la elezione del Presidente Trump, che ha lanciato una ricetta protezionistica ed autarchica per contrapporsi al potere lobbistico e finanziario rappresentato da Hillary Clinton. In entrambi i Paesi le alternative proposte agli elettori non contemplavano soluzioni più moderne, ma avevano il volto veteromarxista di Bernie Sanders o di Jeremy Corbin, dimostrando che persino le più grandi democrazie del pianeta hanno lo sguardo fisso sullo specchietto retrovisore della storia e non sono ancora in grado di immaginare nulla di veramente nuovo ed accattivante per il futuro.

L’Europa continentale con grande fatica finora è riuscita a contenere i populismi di segno più diverso. Angela Merkel, che rappresenta la figura di maggiore spessore politico, è uscita dall’appuntamento elettorale indebolita e si avvia ad affrontare una difficilissima trattativa per la formazione della  nuova coalizione di Governo. Il Presidente francese, forte di una maggioranza chiara, ma usando toni spesso bonaparteschi, cerca di proporsi come nuovo  leader continentale, senza tuttavia averne la statura ed il bagaglio culturale. L’Italia, forse più  delle altre Nazioni, attraversa una stagione di smarrimento. Con saggezza un significativo voto popolare ha respinto il tentativo autoritario di riforma costituzionale  che Renzi aveva cercato di imporre, rottamando di fatto il rottamatore. Tuttavia il panorama politico è dominato dal populismo qualunquista del M5S, dalla demagogia di chi agita il pericolo di invasione da parte degli immigrati, o dal ritorno di nostalgie classiste della antica, oggi risorgente, ma per fortuna sempre litigiosa,  sinistra marxista.

In realtà il panorama dimostra che non vi è nulla di nuovo all’orizzonte e, forse, con troppa leggerezza si era buttato in discarica un novecento, che pur con le sue esperienze tragiche, qualcosa di buono aveva lasciato, come i valori inestimabili di pace e democrazia. Il nuovo millennio sembra aver voluto disfarsi, insieme all’acqua sporca dello scontro ideologico e della guerra fredda, anche del bambino, cioè di quella grande tradizione di pensiero che, a partire dall’Illuminismo, aveva consentito all’Occidente di raggiungere i massimi livelli di sviluppo della storia, principalmente intellettuale, artistica e spirituale, prima ancora che economica. Ci sembra di intravedere uno spasmodico desidero di ritorno al Medio Evo, non soltanto nella forma più evidente e brutale dell’estremismo islamico, largamente esportato in Occidente, facendo leva sull’emarginazione dei musulmani di seconda generazione. Infatti allo stesso tempo il fenomeno è  accentuato da una regressione generalizzata e massificata, sia nel campo artistico, che in quello letterario e ovviamente in quello politico, che si propone come la più immediata rappresentazione di una diffusa sensibilità a bassa intensità valoriale. Si va perdendo il senso che democrazia significa innanzi tutto partecipazione responsabile, troppo spesso identificando i suoi rituali meramente ripetitivi e talvolta insignificanti con quella che ne dovrebbe essere invece l’essenza. Da tutto questo deriva il populismo, la divisione manichea in categorie che non significano nulla, quali destra e sinistra, onestà e corruzione, popolo e casta, democrazia etero diretta con astrusi algoritmi rispetto  ai vecchi rituali, (Assemblee, Congressi, Convegni di studio, seminari di approfondimento) definiti forse in parte a ragione sorpassati, ma non per questo da cancellare. Peggio, il leaderismo produce la ricerca dell’uomo solo al comando, trasformando così la partecipazione democratica da scelta consapevole in miserabile plebiscito. In sostanza l’inno alla democrazia, non coniugato con la religione della libertà, rischia di trasformarsi nella tirannide di una occasionale maggioranza, condizionata dalla forza dell’immagine del capo, dall’uso spregiudicato del potere, dal conformismo dei media e dal bombardamento di messaggi rivolti alla pancia, anziché dal consapevole esercizio di una libertà responsabile.

La società aperta non può identificarsi nella regola di quelle illiberali, nelle quali il potere del gruppo dominante è sostenuto dalla contrapposizione amico-nemico,  quindi da una sorta di obbligatorietà di scelte radicali. Il rispetto dell’avversario, secondo la cultura e la tradizione liberale, significa riguardo  per coloro di cui non si condividono le idee politiche, cittadini come gli altri, liberi di formarsi un’opinione, di confrontarla e di criticare quelle diverse, compresa la nostra, anche in modo aspro, ma con delle regole fondate sul rispetto della libertà di ciascun individuo. Anche società illiberali, come la Russia di Putin, che viene da una lunga tradizione non democratica, che Croce identificava come il diverso Mondo orientale, o l’Argentina d Peron, il Venezuela di Chavez e Maduro, o persino regimi dittatoriali, come Fascismo e Nazismo, prima di sopprimere le regole del pluralismo e della democrazia, avevano prevalso grazie al suffragio popolare, dimostrando che non è soltanto una vittoria numerica a poter legittimare un regime. La differenza profonda con le società a caratura liberale consiste nella non secondaria caratteristica che queste ultime sono fondate sul controllo sociale e sul metodo del rispetto dei diritti individuali di libertà di tutti, amici ed avversari, quindi le sole  in grado di realizzare democrazie di rango certamente superiore, in quanto  finalizzate  alla tutela del bene prezioso della libertà.

Il ventunesimo secolo, dopo un periodo di rifiuto dei valori della tradizione illuminista delle grandi rivoluzioni liberali, in nome di un rumoroso, quanto vuoto populismo opportunistico, spesso padronale, deve compiere lo sforzo non indifferente, e sicuramente controcorrente, di tornare a riconoscersi nell’alta tradizione culturale del migliore pensiero liberale, che aveva consentito di definire la civiltà moderna occidentale la più aderente alla natura umana ed il traguardo di massima civiltà della lunga storia dell’uomo, perché fondata sulla ragione.

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