In un Paese, come l’Italia, in cui da duemila anni non si registra uno spirito di ribellismo, per quanto scalcinato; che è stato costantemente prono ai voleri di alti Prelati e di piccoli Tiranni e in cui continuano a mancare o a essere molto rari gli esseri umani intellettualmente liberi da ogni condizionamento, religioso o politico, l’esistenza di un “partito liberale” non trova un terreno facile di coltura.

Naturalmente, gli Italiani, che non mancano certamente di furbizia, al fine di nascondere e cancellare il ricordo della loro supina condivisione d’illiberali militanze politiche, hanno preso l’abitudine di aggiungere o premettere la parola liberale agli assolutismi più duri, da quello teocratico (usando l’ossimoro cattolico-liberale) a quello idealistico (utilizzando espressioni come liberal-nazionalista,liberal-socialista, ora persino liberal-comunista e chissà, un domani, liberal-fascista). Quando i nostri connazionali non aggiungono o premettono niente e si dichiarano liberali tout court, sono con buona probabilità e in grande parte, “massoni”.

In tal caso, si qualificano “laici”, ma sono in realtà credenti nell’opera di un Grande Architetto dell’Universo, che è, come la Dea Ragione degli Illuministi, una Divinità laica, ma pur sempre una Divinità, immaginata in un Universo “dualista.” Essi, inoltre, si sottopongono all’osservanza e all’ossequio di rigide gerarchie che non possono non fiaccare in loro ogni spirito di libertà e di autonomia di pensiero.

Le concezioni empiristiche, monistiche e laiche sino ai limiti della miscredenza, le attitudini all’irriverenza verso i potenti  e all’iconoclastia dei sepolcri imbiancati eretti nei secoli dall’Occidente si ritrovano difficilmente nei “liberali” fuori dai Paesi Anglosassoni.

Grandi Maestri di quella dottrina sono stati, in Italia, peraltro filosofi come Giovanni Gentile e Benedetto Croce, seguaci di quello stesso Idealismo tedesco condiviso anche da Benito Mussolini e da Palmiro Togliatti, che certamente non erano campioni di liberalismo. (E non a caso, i due filosofi “liberali” sono amati, tuttora, il primo dai fascisti e il secondo dai comunisti).

In conclusione, dichiararsi orgogliosamente liberale nei Paesi Anglosassoni, che sono empiristi e pragmatici, irridenti e anticonvenzionali, ha tutt’altro significato che farlo, con la stessa enfasi, in Italia.

Qui, idee più che confuse, commiste ad altre di derivazione assolutistica, per effetto d’innaturali alleanze coltivate per sete di governo e posti di (molto relativo) potere, fanno apparire i liberali italiani  come uomini politici sempre con il bisogno di essere “adottati” da schieramenti maggiori, indifferentemente di centro-destra o di centro-sinistra.

In Italia il liberalismo vero non è mai attecchito in modo pieno; non si è radicato in modo chiaramente percepibile neppure nella nostra Costituzione.

L’asserita mancanza in essa di un vero e palese spirito liberale ha fatto definire “sovietica” la Carta da parte di persone autorevoli dell’establishment politico italiano. Causando scandalo, Cossiga, fuori dal coro entusiasta degli ex Presidenti della Repubblica, aveva definito la nostra Costituzione “un piccolo trattato di Yalta, stipulato da Togliatti e da De Gasperi” e più avanti “una Costituzione da guerra fredda….che ha funzionato meglio quando non è stata applicata integralmente”;   con riferimento evidente, a tacer d’altro, alle norme solo tardivamente attuate sulla Corte Costituzionale, sul Consiglio Superiore della Magistratura e sul Referendum.

Secondo critici molto intransigenti, il civismo individualistico sarebbe rimasto fuori della porta del Parlamento affollato d’illustri e rinomati Costituenti: non a caso, i reati di vilipendio sono ancora presenti nel nostro codice penale, nell’assoluto silenzio dei liberali dell’epoca e successivi, compresi quelli odierni. E, secondo alcuni esegeti, persino il pensiero corporativo e fascista, che gli uomini politici post-resistenziali volevano fermamente bandire, non manca di fare capolino ora nell’una ora nell’altra disposizione costituzionale.

La verità è che pensatori come William Hazzlit, secondo cui la libertà è l’unica vera ricchezza dell’essere umano, non hanno mai dominato il campo nella cultura, anche liberale, del Bel Paese.

Anche oggi, ogni eventuale riforma continuerebbe a vedere maggioritario il fronte cattolico-personalistico e quello socialista-comunitario o meglio comunista (nella versione originaria o in quella social-democratica, corretta e riveduta dopo il crollo dell’impero sovietico).

Il fronte, oggi, è certamente, più disorientato e confuso. Dal punto di vista numerico, però, i liberali sono ancora nel Paese una sparuta minoranza e nel loro background hanno solo aggiunto gli insegnamenti confindustriali, sin dall’epoca dei cosiddetti governi di Centro. Non potrebbero mai rendersi promotori di una “nuova era rivoluzionaria” liberale, perché quelli del tempo andato dovrebbero cambiare natura e quelli nuovi ancora non vengono allo scoperto.

Non basta indossare abiti sartoriali di buona fattura e di british style per ritenere di vivere all’ombra del Big Ben e dei palazzi in mattone di Savile row; soprattutto in un Paese che è sempre a rischio di cadere  nel cono di luce smorzata della cupola di San Pietro e/o di palazzo Venezia.

C’è da chiedersi come sarebbe un partito liberale senza molti dei ritratti, dipinti o foto d’illustri signori borghesi impettiti e soddisfatti dei loro “gessati” che affollano le pareti delle sue sedi con l’aggiunta delle immagini di altri personaggi del mondo della cultura, certamente più inquieti ma anche più “rivoluzionari”  come Piero Gobetti, per fare un solo esempio.

 

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