Premetto di aver votato NO allo scorso referendum costituzionale. Ma non perché fossi pregiudizialmente contrario al cambiamento, tutt’altro: solo perché la riforma era un pastrocchio, e chiaramente strumentale alla conservazione del potere da parte di chi l’aveva proposta. Le riforme, specie se costituzionali, o si fanno bene, o non si fanno.

Non so se la carta costituzionale vigente sia mai stata “la più bella del mondo”, come dice qualche comico (purtroppo la politica italiana oggi la fanno soprattutto i comici: la situazione è grave, ma non seria, direbbe Ennio Flaiano); ma è stata di certo un compromesso – tra due ideologie poco compatibili, quella cattolica e quella comunista con solo una spruzzatina liberale – raggiunto sullo sfondo del turbolento dopoguerra; una soluzione che doveva anche rispettare, giocoforza, gli equilibri internazionali fissati nel 1945 a Jalta dai vincitori del secondo conflitto mondiale.

Oggi la realtà politica, italiana ed internazionale, è completamente diversa, ma la Costituzione è rimasta la stessa, e si mostra fortemente inadeguata a rispondere alle nuove esigenze di libertà sviluppatesi negli ultimi sette decenni. Ne vediamo la rigidità, ad esempio, in questi giorni di ventilate secessioni, per quanto riguarda gli strumenti di democrazia diretta quali i referendum, che dovrebbero essere lo strumento principale per conoscere la volontà del “popolo”; il quale, tuttavia, è una sorta di sovrano dimezzato, visti i limiti postigli da quello stesso documento fondamentale: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art.1, 2° comma, Cost.). Una presa in giro: la sovranità o è piena o non è; per quanto – come ben sappiamo – i campioni della democrazia rappresentativa si siano sempre sforzati di giustificare quell’inciso in montagne di libri.

Comunque sia, questa Costituzione è ormai diventata un tabù, un testo che pare sacro e immodificabile.

Il che contrasta con il buon senso: è fisiologico e doveroso che, con il passar del tempo e dopo mutamenti epocali del quadro politico interno e esterno, le costituzioni vengano profondamente riviste.

Dunque quella della “più bella del mondo” è solo sinistra superstizione; e se andiamo a vedere la storia della sua nascita, capiremo perché.

Come si arrivò alla Costituzione attuale? Vediamo la sequenza essenziale dei fatti cruciali che portarono dalla caduta del fascismo alla repubblica.

 

Con la svolta autoritaria del 1925, poi consolidatasi in regime, il fascismo aveva riempito, in sostanza, l’involucro istituzionale del Regno d’Italia, retto dallo Statuto albertino del 1848.

Infatti l’elasticità del testo dello Statuto permetteva di piegarlo a diverse interpretazioni istituzionali, per cui il Re poteva esercitare il potere esecutivo attraverso i ministri, oppure (come avvenne appunto durante il regime fascista) fungere da semplice rappresentante dell’unità nazionale.

Ma dopo il bombardamento di Roma, il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del fascismo mise in minoranza Benito Mussolini e il Re lo fece arrestare, incaricando il maresciallo Pietro Badoglio per la formazione di un nuovo governo non fascista.

L’8 settembre 1943 Badoglio annunciò maldestramente la firma dell’armistizio con gli Alleati. Il Re, il governo e i vertici militari lasciarono Roma e fuggirono a Brindisi. L’Esercito, lasciato senza ordini precisi, si dissolse. I tedeschi occuparono gran parte della penisola. Il 9 settembre 1943 gli Alleati sbarcarono a Salerno.

Intanto a Roma, nei palazzi del Vaticano, i partiti antifascisti (DC, Pd’A, PDL, PSIUP, PCd’I) avevano dato vita al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Nel marzo del 1944 ci fu la c.d. svolta di Salerno: Palmiro Togliatti, segretario generale del PCI, giunse a Napoli dall’URSS, propose di rinviare il problema istituzionale al dopoguerra e acconsentì alla partecipazione di tutti i partiti del CLN al governo Badoglio; secondo la proposta di Enrico De Nicola, al momento della liberazione della capitale il Re avrebbe dovuto cedere tutti i poteri ad una luogotenenza, affidata al figlio Umberto.

Il 4 giugno 1944 gli alleati liberarono Roma. Il 5 giugno Badoglio si dimise, ma riottenne l’incarico dal luogotenente. Il CLN protestò, sia perché la scelta era stata effettuata dal luogotenente, sia perché il maresciallo era troppo compromesso col passato regime; e con l’assenso americano, nonostante l’opposizione inglese, ottenne la nomina alla carica del proprio presidente, il demolaburista Ivanoe Bonomi; il cui governo di “unità nazionale” (PLI, DC, Pd’A, PDL, PSIUP, PCd’I) si insediò il 18 giugno 1944.

Bonomi, tra alterne vicende (caduta e nuovo governo), restò a capo dell’esecutivo fino a poco dopo la fine della guerra, quando cadde sotto la spinta del cosiddetto vento del nord, ossia l’entrata sulla scena politica delle forze settentrionali, dopo la progressiva liberazione della penisola da parte degli Alleati.

Il 25 giugno 1944, a pochi giorni dalla liberazione di Roma, il governo Bonomi aveva varato un decreto legge luogotenenziale (n. 151) col quale veniva stabilito che, alla fine della guerra, sarebbe stata eletta a suffragio universale, diretto e segreto, un’Assemblea costituente, per scegliere la forma dello Stato e per dare al paese una nuova Costituzione.

Il 20 giugno 1945 venne nominato capo dell’esecutivo Ferruccio Parri, leader della Resistenza del nord, per dare a quest’ultima un adeguato riconoscimento politico. Ma i contrasti tra i partiti (PLI, DC, Pd’A, PDL, PSIUP, PCd’I) erano ormai gravi, e dopo appena cinque mesi l’esperimento si concluse.

Il 10 dicembre 1945 venne dunque costituito il primo governo di Alcide De Gasperi (DC,PCI,PSIUP,PLI,PD’A,PDL), che pose le basi per il riassetto istituzionale con diversi provvedimenti, tra cui :

– decreto legislativo luogotenenziale del 16 marzo 1946, n. 98 che integrava e modificava la normativa precedentemente emanata dal governo Bonomi, affidando ad un referendum popolare la decisione sulla forma istituzionale dello Stato;

– decreto luogotenenziale n. 99, sempre del 16 marzo 1945, che fissava le norme per la contemporanea effettuazione delle votazioni per il referendum e l’Assemblea costituente;

– decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74, legge elettorale con sistema proporzionale a liste concorrenti, che suddivideva l’Italia in 32 collegi elettorali plurinominali, nei quali eleggere 573 deputati (ma non vennero effettuate le elezioni nella provincia di Bolzano e nella circoscrizione Trieste-Venezia Giulia-Zara: i costituenti eletti furono dunque 556).

La campagna elettorale molto movimentata e l’affluenza alle urne altissima: votò l’89,1 per cento dei 28.005.449 aventi diritto, per un totale di 24.947.187 votanti.

In seguito al referendum istituzionale prevalse la repubblica: i risultati furono proclamati il 10 giugno 1946 dalla Corte di cassazione, e subito dopo il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi assunse le funzioni di Capo provvisorio dello Stato. I voti a favore della Repubblica risultarono essere 12.718.641, pari al 54,3 per cento dei voti validi; a favore della Monarchia si erano invece espressi 10.718.502 elettori, pari al 45,7 per cento.

Nelle elezioni per l’Assemblea costituente le percentuali riportate dalle singole liste furono le seguenti: Democrazia cristiana: 35,2%; Partito socialista (PSIUP): 20,7%; Partito comunista: 19%; Unione democratica nazionale: 6,8% Fronte uomo qualunque: 5,3%; Partito repubblicano: 4,4%; Blocco nazionale libertà: 2,8%; Partito d’azione: 1,4%; Altre liste che ottennero degli eletti: 1,7%.

L’Assemblea costituente si riunì la prima volta il 25 giugno 1946, ed elesse presidente, nella prima seduta, Giuseppe Saragat. Il 28 giugno Enrico De Nicola fu eletto dall’Assemblea Capo provvisorio dello Stato, con 396 voti su 501 votanti.

In base al decreto n. 98 del 1946 l’Assemblea doveva sciogliersi il giorno dell’entrata in vigore della Costituzione, e comunque non oltre l’ottavo mese dalla sua prima riunione. Il termine di chiusura dei lavori fu però prorogato dapprima al 24 giugno 1947 (legge costituzionale 21 febbraio 1947, n. 1) poi al 31 dicembre 1947 (legge costituzionale 17 giugno 1947, n. 2).

L’Assemblea costituente lavorò fino al 31 gennaio 1948 in virtù della prorogatio contenuta nella XVII disposizione transitoria della Costituzione. Le sue commissioni funzionarono anche dopo tale data, fino al mese di aprile del 1948.

Durante l’arco temporale dei suoi lavori – poco più di un anno e mezzo – si tennero 375 sedute pubbliche, delle quali 170 dedicate alla Costituzione e 205 ad altre materie. L’Assemblea si riunì due volte in Comitato segreto per dibattere problemi interni.

Il 15 luglio 1946 l’Assemblea decise l’istituzione di una Commissione speciale incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula. Il 20 luglio, nella sua prima seduta, tale commissione – che divenne nota col nome di Commissione dei 75 – elesse a proprio presidente Meuccio Ruini, già presidente del Consiglio di Stato.

La Commissione dei 75 avrebbe dovuto concludere i suoi lavori entro il 20 ottobre: in realtà, lavorò fino al 1° febbraio 1947, organizzandosi in tre sottocommissioni corrispondenti alle principali sezioni previste nella nuova carta costituzionale. La prima sottocommissione, presieduta da Umberto Tupini (DC), doveva occuparsi dei diritti e doveri dei cittadini; la seconda, presieduta da Umberto Terracini (PCI), dell’organizzazione costituzionale dello Stato; la terza, presieduta da Gustavo Ghidini (PSI) dei rapporti economici e sociali.

Un comitato di redazione (Comitato dei 18) formato dall’Ufficio di presidenza della Commissione dei 75, allargato ai rappresentanti di tutti i gruppi politici, ebbe il compito di coordinare ed armonizzare il lavoro prodotto dalle tre sottocommissioni.

La fine dei lavori della Commissione dei 75 coincise con le dimissioni di Giuseppe Saragat dalla presidenza dell’Assemblea costituente (12 gennaio 1947), dimissioni conseguenti alla scissione del Partito socialista (scissione di Palazzo Barberini). Al suo posto, l’8 febbraio 1947, fu eletto Umberto Terracini.

La discussione generale in aula sul progetto di Costituzione iniziò il 4 marzo 1947, dopo la fine del lavoro di coordinamento del testo da parte del Comitato dei 18, e proseguì durante tutto il 1947. Rispetto al progetto varato dalla Commissione dei 75 furono introdotti alcuni mutamenti, tra i quali quelli relativi alle funzioni e ai criteri di elezione del Senato.

L’Assemblea costituente votò a scrutinio segreto il progetto di Costituzione il 22 dicembre 1947. La nuova Carta costituzionale venne approvata con 453 voti a favore (87,9%) e 62 contrari (12,1%), fu promulgata dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947 e pubblicata nello stesso giorno in una edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale. Entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

 

Cosa possiamo dedurre da tutte questa vicende?

Anzitutto, dal punto di vista sostanziale, che il potere sovrano è originato da una situazione di fatto, ossia da meri rapporti di forza, che solo in seguito, una volta raggiunto un equilibrio stabile, vengono legittimati dal diritto. Quindi, cercare la legittimazione della sovranità nel diritto è fare la fine di un cane che si morde la coda.

Un po’ come la Storia, che viene scritta dai vincitori, senza riguardo per le ragioni degli sconfitti; che saranno sempre brutti, sporchi e cattivi.

Poi – di conseguenza – che una Costituzione non ha nulla di esoterico, ma presenta un iter legislativo non molto diverso da quello delle altre leggi, anche se sicuramente più formalizzato; e che, come ogni legge, viene fatalmente imposta da una maggioranza a una minoranza al momento della nascita dello Stato, in base a rapporti di forza anche internazionali. E infine, che viene scritta da persone della propria epoca, coi loro pregi, ma anche coi loro difetti e limiti.

In particolare, con riguardo alla Costituzione italiana, non si può fare a meno di notare, purtroppo, una sinistra (in ogni senso) coincidenza, ossia che l’elaborazione e l’approvazione del testo siano avvenute proprio nel momento di massima popolarità e influenza comunista (il che, ovviamente, si era tradotto in un alto numero di rappresentanti della sinistra massimalista nell’Assemblea costituente).

Infatti, già a partire dalle prime elezioni politiche, quelle del 18 aprile 1948, il fronte social/comunista, che tanta parte aveva avuto nella stesura del testo costituzionale, venne fortemente ridimensionato.

Facciamo ora un balzo di oltre quarant’anni.

Nel 1989 l’ideologia comunista crollò nei Paesi dell’Est, e, con la fine della guerra fredda tra il blocco occidentale e quello sovietico, il clima politico, internazionale e interno, cambiò radicalmente.

Si erano quindi ricreate, come nel 1944, le condizioni di quella rottura politica epocale che costituisce il presupposto di ogni mutamento costituzionale dello Stato.  Era, in altri termini, arrivato il momento di porre mano alla riforma della Costituzione italiana, alla cui stesura la logica comunista aveva contribuito in larga parte.

Perché allora, oggi, “la più bella del mondo” è ancora in piedi?

Lo dobbiamo alle spregiudicate manovre di potere degli orfani del PCI, che dagli anni Novanta, insieme ai loro alleati storici della sinistra cattolica, hanno bloccato il sistema per mantenere le proprie rendite di posizione, così sopravvivendo alla fine ingloriosa della loro ideologia. E così impedendo l’avvento in Italia di quella rivoluzione liberale che doveva esserci, secondo ogni logica, dopo la caduta delle dittature collettiviste, nere e rosse. Questo a prescindere dalle contraddizioni e dai limiti della controversa azione politica svolta da Silvio Berlusconi e dai suoi governi, che quelle spregiudicate manovre hanno comunque solo potuto rallentare, sino al discutibile colpo di mano del 2011.

Il risultato è che oggi non si riesce ad uscire da un’interminabile fase di transizione, perpetuata ad arte da chi, non avendo una visione per il Paese, non fa che galleggiare, curando i propri interessi mentre l’Italia va in rovina.

Ecco perché, lasciati da parte i calcoli delle botteghe (oscure o meno), le prossime dovrebbero essere delle elezioni politiche come quelle del 1946, per un’Assemblea costituente che possa finalmente spazzare via il ciarpame collettivista di cui l’attuale Costituzione è intrisa, riscrivendo la Carta dall’A alla Z.

Incrociando ovviamente le dita, perché non si finisca per cadere dalla padella nella brace.

Ma è un rischio che è necessario correre.

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