La crisi catalana non è stata ricondotta sui media  ai problemi istituzionali e alla situazione politica e “fattuale” (tranne qualche eccezione). Intendendo quest’ultima come il contesto concreto (ed ideale) in cui si colloca, che non è solo quello spagnolo.

Si attribuisce il desiderio d’indipendenza di buona parte dei catalani alla diversità di lingua, in parte di tradizioni istituzionali, e, ancor più, alla ricchezza della regione che sopporterebbe, nello Stato nazionale, onerosi trasferimenti di risorse a favore delle regioni più povere della Spagna. Realizzando l’indipendenza gli obiettivi sia “culturali” che economici potrebbe essere più facilmente conseguiti: la Catalogna riprenderebbe in mano il proprio destino. La volontà decisiva nel determinare scopi e mezzi dell’esistenza comunitaria sarebbe quella dei catalani.

In questo la loro aspirazione non differisce granché da quella dei movimenti identitari, sovranisti e populisti.

Quello che è diverso è il nemico: secondo gli indipendentisti catalani è lo Stato nazionale spagnolo; ad avviso degli altri movimenti populisti europei è la “globalizzazione”, termine che, in difetto di una forma politica riconoscibile, visibile ed evidente, ne tiene luogo.

Il che pone due problemi: il primo, essenziale per un movimento indipendentista, è d’esser tutt’altro che sicuro che il libero esplicarsi della volontà  del “popolo” catalano sia coartata realmente e principalmente dallo Stato nazionale. Sicuramente ciò avviene (è inevitabile) perché connaturale all’istituzione politica che quella superiore condizioni quella subordinata; ma è dubbio, anzi improbabile, che questo condizionamento sia quello più importante e decisivo. In altre parole il nemico principale dei catalani – e di tanti popoli ed etnie – non è lo Stato nazionale, perché non è il maggior decisore, almeno nei fatti (che sono quelli che contano). E sbagliarsi nell’individuare il nemico reale è il peggior errore che possa farsi: è la carica di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Inutile e, probabilmente, dannosa.

La seconda è che ogni situazione politica, ogni ostilità reale determina la forma politica idonea a difendere l’esistenza della comunità che si vuole in-dipendente. E queste forme cambiano nella storia: spesso in qualche misura ritornano.

Ci si chiede ad esempio per quale ragione la Grecia antica, divisa in tante città-Stato riuscì a difendersi dalle reiterate aggressioni persiane. Il tutto avveniva sia perché le polis realizzarono una momentanea unità d’intenti contro l’invasore, e ancor di più perché il gigante persiano era una monarchia assai decentrata, poco coerente (politicamente), con molti nemici (interni ed esterni) e quindi non poteva agevolmente concentrare tutte le proprie forze contro le (piccole) città-stato. Per cui la forma polis ebbe successo perché idonea nel contesto politico di allora a salvaguardare l’indipendenza. Cosa che si ripetè secoli dopo nel medioevo europeo. I comuni italiani riuscirono a combattere le pretese degli imperatori tedeschi perché l’impero era in una situazione di anarchia feudale analoga alla frammentazione politica dell’Italia centrosettentrionale. Così assediarono Milano due volte e furono altrettante costretti a tornarsene a casa con le pive nel sacco.

Machiavelli il quale per primo aveva capito che nell’Europa occidentale l’anarchia feudale stava tramontando e stava nascendo lo Stato moderno, comprese come la frammentazione dell’Italia ne comprometteva la capacità politica e così l’indipendenza, di fronte ormai a Stati superiori per popolazione e che avevano ormai conseguito (sufficiente) unità politica. Comuni, signorie e principati erano diventati di colpo obsoleti.

Da qui la soluzione che indicava il segretario fiorentino: l’unità d’Italia sotto un Principe, cioè l’indipendenza in uno Stato nazionale, le cui caratteristiche di dimensioni e forma rendessero possibile difendersi con successo.

Quindi il problema che si pone è chiaro: se la globalizzazione (l’Impero di Hardt e Negri, il gruppo Bilderberg, le Fodra e così via) da scacco agli Stati nazionali, Spagna compresa, non è arduo pensare che la Catalogna (o il Veneto, la Vallonia o la Baviera) siano in grado di resisterle? Se quattro Stati dell’Europa centro-meridionale hanno visto pochi anni fa sostituiti i loro governi, attraverso la potestas indirecta dell’euro e della finanza internazionale (e annessi) potranno delle piccole unità politiche riuscire a scegliersi il governo che vogliono?

È difficile credere che vi riesca uno statarello, come sarebbe la Catalogna “indipendente”, ossia una via di mezzo tra un Lussemburgo gonfiato e un Belgio rimpicciolito. È anzi probabile che per la “globalizzazione” sarebbe più facile manovrare pedine più piccole e quindi più leggere.

In un sistema delle relazioni internazionali che vede tramontare gli Stati nazionali, e probabilmente muove verso una ripartizione tra grandi spazi, le “piccole patrie” diventano controindicate. In fondo l’indipendenza degli Stati (delle “sintesi politiche”) non si fonda solo o tanto sul diritto ma sulla potenza. Anzi, come scriveva Spinoza, vale la regola “tantum juris, quantum potentiae”. E la potenza è la capacità di far valere con successo la propria volontà in un contesto dato.

Perciò, in mancanza di meglio è preferibile tenersi il proprio Stato nazionale. Per quanto depotenziato e al tramonto, è l’unico che abbiamo e di cui (relativamente) possiamo disporre.

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