E’ soltanto un fuor d’opera chiedersi se un uomo amante della libertà, e quindi liberale in senso lato, sia un “conservatore” o un “progressista”; o peggio ancora se debba ritenersi “di destra”, come inclinano a ritenere i più, di “sinistra” o, molto più ambiguamente, “di centro”, com’è nella vocazione degli individui “ a tutto chiamati e a nulla eletti”.

La libertà di cui gode l’individuo e il benessere cui egli naturalmente (e aggiungo, doverosamente) tende lo portano, intelligentemente, a non  essere sempre “progressista” o sempre “conservatore”.

La sua scelta dipende soltanto dalle circostanze in cui si trovi a vivere e a operare. E’ bene fare degli esempi, utili per chiarire l’idea.

Al tramonto del feudalesimo, l’uomo amante della libertà non poteva che essere progressista.

Cogliendo le nuove potenzialità per lo sviluppo umano derivanti dalla scoperta della macchina a vapore e dalla nascita di una società industriale in luogo o in aggiunta di quella agricola, non poteva che augurarsi tempi più luminosi e promettenti di quelli fino allora vissuti.

All’epoca, era conservatore solo chi, per una sorta di civetteria intellettuale, difendeva il mito bucolico della produzione dei campi e si opponeva alle macchine, considerate alla guisa di “diavolerie”.

Limitando con la propria azione lo sviluppo della nuova vita sociale e politica, un uomo, di struttura liberale, ma conservatrice, non riusciva a cogliere, evidentemente, “il nuovo” che s’affacciava e mortificava la sua capacità di prevedere le potenzialità di espansione dell’umanità: massima estrinsecazione della stessa libertà.

Ancora un esempio sullo stesso “binario”:  oggi, se per un liberale, l’obiettivo è quello di porre l’individuo su posizioni di maggiore libertà, anche al fine di una sua produttività economica più articolata, di un più diffuso benessere e di più avanzati modi di convivenza civile e sociale, egli dev’essere necessariamente progressista.

Sarebbe, infatti, semplicemente folle battersi per conservare un sistema industriale, tradizionale, manifatturiero ormai alle corde, a causa dell’impossibilità di essere competitivo con prodotti di Paesi emergenti, come la Cina, l’India e altri, per gli alti costi dei salari e del Welfare.

Il liberale dei nostri giorni deve invocare, perspicacemente, il passaggio dalla logica degli opifici a quella della produzione di beni immateriali favoriti dall’elettronica, dal digitale e dall’elaborazione delle idee, oltre che di beni di grande eccellenza, resi possibili dall’high tech e di servizi efficienti e progrediti per la collettività.

In un tale scenario, conservatori possono essere soli i comunisti, legati, come sono, anche per i loro rapporti, molto interessati, con i sindacati, al mantenimento dell’attuale status quo occupazionale.

Un uomo di orientamento liberale, anche oggi, quindi, non può che essere progressista e contrario alla conservazione della società industriale. Se intendesse, invece, mantenere a ogni costo in piedi il sistema produttivo di beni di ordinaria manifattura al fine dichiarato di non perdere la “pace sociale”, raggiunta con alti costi della mano d’opera e del Welfare, e si ponesse su posizioni conservatrici, quel liberale finirebbe con l’arrestare lo sviluppo e il cammino dell’Uomo, verso l’aumento complessivo della ricchezza; anche se mal distribuita. La forza del capitalismo, odioso per tanti versi, sta nel fatto che una ricchezza ineguale è pur sempre preferibile a una povertà, nella stessa guisa, estesa.

Ciò non significa, ovviamente, che un liberale, in buona sostanza, debba essere sempre più incline al progressismo che alla conservazione. Tutt’altro.

Ai tempi nostri, si va diffondendo il tentativo dei vertici finanziari del globo di spogliare gli uomini politici eletti dalle masse dei cittadini del potere di governo dei Paesi.

A quanto si dice, la City e Wall Street, sulle orme degli studi di Huntington, avrebbero scoperto che lo sviluppo capitalistico può essere favorito anche, e, forse, più, dai regimi autoritari (oltre che da quelli democratici, come avevano ritenuto, tempo addietro, Durkheim e Weber).

L’intromissione pesante dell’Esecutivo statunitense di Barack Obama negli affari interni italiani, al fine di sostenere l’autoritarismo, da alcuni mass-media considerato fascistoide, di un leader qualificato “improvvisato e immaturo oltre che grossolano nei metodi di governo e nella diffusione di un suo sgangherato progetto di riforma costituzionale”  dimostra che i liberali, oggi, sotto il profilo strettamente politico, non possono che essere conservatori dello status quo di cittadini di uno Stato democratico, anche con tutti i suoi ben noti limiti, e garantire, con la loro azione, la non ingerenza diretta dei poteri economici nell’attività di governo. Questo tipo di “nuovo” va fermato: lo sviluppo del capitalismo non può andare a scapito della libertà dell’individuo; soprattutto se lo sviluppo che s’intende perseguire è meramente monetario e finanziario.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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