Il conflitto aperto in Spagna dal Governo di Madrid (e dal Re Felipe VI di Borbone) contro la Regione autonoma della Catalogna e, soprattutto, le modalità con cui esso si è presentato e manifestato all’opinione pubblica mondiale hanno riflessi politici che vanno ben oltre il pur grave caso specifico.

Non c’è dubbio che il problema dell’indipendenza di una porzione d’uno Stato, della volontà della sua popolazione di gestirsi autonomamente sul proprio territorio sia di estrema delicatezza; anche se nessuna norma consuetudinaria di diritto internazionale sancisce obblighi per la Comunità degli Stati ad acconsentire alla cosiddetta “autodeterminazione interna”.

Il principio di autodeterminazione dei popoli riguarda, infatti, il caso, di Paesi sottoposti a dominazione straniera per effetto di una colonizzazione o di un’occupazione territoriale ottenuta con la forza (cosiddetta “autodeterminazione esterna”).

Sembra altrettanto indiscutibile che in un caso, come quello spagnolo, l’uso della forza pubblica da parte del Governo centrale del Paese debba essere preordinato a garantire il pacifico e civile svolgimento di ogni manifestazione popolare anche se di orientamento indipendentista piuttosto che a reprimerla.

Se a ciò si aggiunge che è stato, persino, ordinato l’uso di proiettili di gomma sparati contro la folla e si sono consentite altre violenze sui dimostranti più scalmanati, il quadro complessivo diventa ancora più fosco.

Tutto ciò premesso, c’è da aggiungere che ciò che è avvenuto (e sta avvenendo) nella penisola iberica è preoccupante per un sintomo di ben altra natura.

La Spagna come l’Italia è stata contrassegnata in un passato piuttosto recente da esperienze di tipo autoritario (a parte la Storia antecedente e più antica che non offre, anch’essa, esempi luminosi di partecipazioni democratiche alla vita politica).

Nei due Paesi Latini del Sud Europa si sta manifestando pericolosamente la tendenza di minoranze agguerrite e strutturate di voler prevalere su maggioranze “addormentate” o indifferenti.

E ciò, per effetto di considerazioni del tutto antitetiche a quelle che informano un regime  di civile e progredita convivenza sociale.

I paralleli sono inquietanti.

Come avvenne, a suo tempo, con i fascisti di Francisco Franco e quelli di Benito Mussolini, oggi minoranze spagnole e italiane, pur con i diversi metodi di lotta, divenuti addirittura tradizionali (violenti quelli spagnoli, come in  una vera e propria sanguinosa guerra civile o con manifestazioni di piazza minacciose  e truffaldini, quelli italiani, con leggi antidemocratiche sparate a raffica: Acerbo,Porcellum, Italicum, Rosatellum e così via scherzando (con il fuoco) intendono governare, su una parte del territorio (in Spagna) e sull’intero Stivale (in Italia) a dispetto del fatto che la maggioranza dei cittadini sono contro di esse.

Orbene, mettere in crisi il principio che regola tutte le democrazie del mondo e secondo cui “comanda” solo chi ottiene il cinquanta più uno per cento alle votazioni è un fatto di una gravità eccezionale, non soltanto in Spagna e in Italia, ma ovunque.

Se gli indipendentisti catalani sanno di poter contare in una minoranza di votanti (tale è il novanta per cento dei voti del 38% degli aventi diritto al voto)  e i  cosiddetti “riformatori” italiani hanno avuto la prova di poter essere schiacciati, alla bisogna, da una valanga di voti contrari (il 60% ) e nonostante ciò, insistono nelle loro rispettive pretese di “comandare” a dispetto dei risultati elettorali, un grido d’allarme è impellente.

E ciò, tanto più se si considera che qualche tempo fa è andato in circolazione, anche in Italia, un report della Banca Statunitense J.P. Morgan Chase che auspicava per l’Europa continentale un ritorno dei regimi fascisti, ottenuto con modifiche costituzionali (ed elettorali) adeguate.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

 

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