Il “pensiero”, secondo i migliori Vocabolari della lingua italiana, indica la facoltà dell’essere umano di formare contenuti mentali. E’ un atto della ragione e vi rientrano, in particolare, la facoltà mnemonica, quella immaginativa, la capacità di prendere in considerazione le cose, di porvi attenzione e di esprimere giudizi.  Si manifesta il proprio pensiero, quindi, componendo poesie, narrando fatti ritenuti veri (storia e cronaca) o inventati e di pura fantasia (romanzi e novelle di varia natura), interpretando un fatto ed esprimendo su di esso un’opinione.

In base all’etimo, quindi, il pensiero può essere anche “opinione”, ma certamente essa non esaurisce il campo delle sue manifestazioni.

E, invece, qualche Luminare dell’Accademia e qualche Sommo Togato della Giurisprudenza, nel secondo dopoguerra mondiale, hanno pensato bene di non tenere in alcun conto le elaborazioni dei linguisti e nell’interpretare l’articolo 21 della nostra Costituzione hanno stabilito che la libertà di manifestare il proprio pensiero, ivi disciplinata, contemplava solo il diritto d’opinione.

La conseguenza pratica è stata che in Italia, l’onore e la reputazione dell’individuo (falsamente accusato d’ignominie e di nefandezze varie) e la sua riservatezza (l’inviolabile privacy delle democrazie anglosassoni) hanno avuto (e hanno) una tutela che è la più bassa e scalcinata del mondo. I cittadini italiani sono stati (e sono) vituperati e offesi, con scarse, anzi minime, speranze di essere protetti adeguatamente dall’ordinamento giudiziale dello Stato. Nell’epoca, poi, delle fake-news, dei social network (dove l’insulto reciproco è divenuto, nelle chat, addirittura più frequente delle proposte indecenti) le cose per l’onore, per la reputazione e per la riservatezza dei cittadini italiani sono notevolmente peggiorate. Un turbinio di risse verbali permanenti, d’insulti gratuiti di tutti contro tutti sui giornali, quotidiani e periodici, nei talk show televisivi, sul Web caratterizza la vita sociale del nostro Paese, ormai in rissa continua. Presunti scandali di ogni tipo (alimentati da gente che pur se non resta anonima, rischia, comunque, poco) sono favoriti da “fughe di notizie” da ambienti considerati impenetrabili, da cine-tele-prese collocate anche nei luoghi cosiddetti dell’intimità e suffragati da scene, di carattere esclusivamente privato, catturate da cannocchiali, di grande potenza visiva, capaci di superare mura e cancelli in apparenza impenetrabili. La pubblicazione di conversazioni captate con intercettazioni a gogò (senza badare a spese) superiori, per numero, a quelle di Paesi ben più popolosi e ricchi del Pianeta, completa il quadro. Gli utilizzatori più sfrontati del turpiloquio e della scrittura maldicente non solo godono l’impunità, ma riescono a costruire, per se stessi, vere e proprie fortune mediatiche con notevoli ritorni e tornaconti economici.

Com’è potuto avvenire (e come avviene) tutto ciò? In forza dell’artificio, giurisprudenziale e dottrinario, dell’identificazione: pensiero=opinione. Esso ha segnato (e segna) la differenza tra il nostro Paese e il resto del mondo libero e civile. Vediamo come.

Tanto caos – è bene dirlo subito – non è imputabile a colpa di una norma, l’articolo 21, che i nostri Costituenti hanno formulato in modo ineccepibile ma alla pigrizia di chi si è dimostrato ostile a consultare un buon vocabolario della lingua Italiana.

A leggere correttamente la norma, il diritto di narrare i fatti che avvengono è stato disegnato, infatti, dalla nostra Costituzione, all’articolo 21, correttamente come un diritto individuale di libertà di manifestare il proprio pensiero da parte del giornalista; com’è in tutte le legislazioni del mondo civile.

E così come avviene in ogni altra parte del mondo civile, l’articolo 2 della Carta fondamentale italiana si è preoccupato anche di riconoscere e garantire, in una collocazione addirittura più alta (subito dopo l’articolo 1 e prima, quindi, dell’articolo 21 sui diritti di libertà) i diritti inviolabili dell’uomo e tra questi ha collocato i diritti all’onore, alla reputazione e alla riservatezza.

Ora, se gli interpreti della Costituzione si fossero ritenuti paghi di una lettura conforme all’etimo delle due norme succitate non vi sarebbe stato alcun problema.

Bastava ritenere che tra le manifestazioni del pensiero tutelate dall’articolo 21 vi fosse anche il diritto di cronaca, in quanto espressione dell’jus narrandi  e il problema del suo eventuale conflitto con il diritto altrui all’onore e alla reputazione si sarebbe potuto risolvere, come in tutte le democrazie veramente liberali, con l’equo e ponderato bilanciamento tra le due diverse utilitates privatae: il diritto soggettivo del giornalista di raccontare i fatti e quello del cittadino di non essere ingiustamente offeso nel suo onore e nella sua reputazione per fatti, in ipotesi, non veri ovvero nella sua riservatezza.

E, invece, non è andata così, perché si è fatto questo aberrante ragionamento:

 “L’articolo 21 tutela solo la libertà di opinione, perché “pensiero” è uguale solo a “opinione”; manifestare un pensiero significa unicamente esprimere un’opinione. Il racconto, storico o fantasioso che sia, la cronaca, la poesia, l’arte non sono manifestazioni del pensiero e comunque sono fuori della previsione costituzionale; ergo: per consentire alla massa di esprimere la propria opinione, bisogna che ci sia chi la informa. Ogni individuo, infatti, dev’essere a conoscenza di ciò che avviene nella realtà in cui vive. Da qui la necessità di creare, in via giurisprudenziale, un diritto di cronaca, non come diritto soggettivo del giornalista ma come suo dovere funzionale, rispondente quindi non a un’utilitas non privata ma publica, perché necessaria al funzionamento della democrazia!”

Fin qui, l’arzigogolo! La conseguenza: la utilitas publica deve sempre prevalere su quella privata. Altro che bilanciamento ponderato: il gioco è fatto e il diritto di diffamazione si diffonde a gogò.

Nessuna voce liberale si è levata, sinora, per protestare contro un tale assurdo ragionamento.

Rivoluzione liberale”, organo di un partito che intende ispirarsi soprattutto a Piero Gobetti, non può non levare la sua voce contro un’interpretazione almeno praeter legem della nostra Costituzione, che artificiosamente pone in luogo del diritto di cronaca il dovere d’informare(!) in posizione di supremazia rispetto all’onore, alla reputazione e alla riservatezza del cittadino.

Demolire il Moloch informativo, oggi, intoccabile che rende in pratica, inapplicabili tutte le norme costituzionali in favore della tutela dell’onore, della reputazione e della riservatezza altrui, è un must cui ogni vero amante della libertà non può sottrarsi.

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