A Vienna ha vinto Sebastian Kurz, di 31 anni (il leader più giovane del mondo) destinato a diventare il prossimo cancelliere austriaco (anche in questo caso il più giovane nella storia di quel Paese).

Quasi subito la stampa mondiale e in particolare Occidentale, più asservita agli establishment Euro-continentali tuttora in sella e a quelli Anglo-americani in lutto per la Brexit e per la vittoria di Trump hanno cominciato a intonare il loro “pianto greco”.

Il piagnisteo prolungato e fastidioso che accompagnava, nell’Ellade, i riti funebri è ritornato in auge per commentare la vittoria del giovane Cancelliere Austriaco.

Non che il lamento non sia, dal loro punto di vista, più che giustificato. Tutt’altro!

Certamente la vittoria di Kurz non segna un punto a vantaggio dell’Unione Europea della Merkel e di Papa Francesco, aperturisti, per ragioni diverse (ma in qualche modo anche concomitanti) verso l’immigrazione selvaggia e incontrollata, destinata a fornire mano d’opera a basso costo all’industria pesante tedesca (e a quella degli altri Paesi Europei in crisi di competitività) e sostegno economico alle istituzioni di cosiddetta beneficenza, prevalentemente ecclesiastiche.

L’Austria, molto probabilmente, si sposterà verso il gruppo di Nazioni detto di Visegràd, che già comprende Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia; con quasi certezza uscirà da Schengen, seguendo l’esempio della Danimarca.

Ciò non significherà l’uscita dall’Europa e dall’Euro ma un cambiamento per riportare l’Unione su binari diversi da quelli attuali ci sarà. Kurz non è certamente un fervente sostenitore della situazione attuale.

E’ necessario tentare di capire le ragioni che sono alla base del malcontento Europeo e non fare come fa lo struzzo, nella sua vita reale, o come agiscono le tre scimmiette nella rappresentazione grafica dei vignettisti.

Il fallimento dell’Europa unita sta, soprattutto, nel fatto che i burocrati di Bruxelles, politicamente acefali come tutti i dipendenti rigidamente inquadrati in strutture meramente amministrative, non hanno saputo o potuto creare una “società” Europea.

Occorreva impegnarsi per far nascere, oltre gli Stati Nazionali, una comunità fondata su valori concreti e pratici veramente condivisi; e non alimentare unicamente il mito dell’Europeismo come valore astratto con reboante retorica da politicanti di provincia.

La falsità non paga soprattutto agli occhi di masse più evolute nel pensiero di quelle iniziali della Comunità Europea.

Il riconoscimento della validità delle iniziative politiche, oggi, va conquistato sul campo, persino in un Continente da sempre abituato al vassallaggio politico e religioso.

E, a fronte, del marasma dell’immigrazione degli ultimi tempi l’Unione Europea ha dimostrato tutti i suoi limiti operativi e non è riuscita a fugare il sospetto che il fenomeno sia stato sollecitato, anche con l’impiego di potenti mezzi economici, per finalità di parte. La lotta per l’egemonia all’interno della Comunità non sarebbe stata così casuale….

La gente oggi comprende che il sostantivo femminile “società” designa ogni insieme di persone accomunate da identità di principii, d’intenti, d’esigenze, di ordine etico e politico, ma anche e soprattutto di natura concreta e materiale.

In particolare, oggi, per società, la gente intende una collettività d’individui insediati in un determinato territorio e legati da particolari vincoli di natura etnica, linguistica entro cui s’instaurano forme di cooperazione, divisione dei compiti, secondo leggi, ordinamenti, consuetudini comuni che definiscono un sistema di rapporti culturali, giuridici, economici, funzionali alla sopravvivenza di quella stessa collettività. Non denomina certamente “società” un porto di mare, dove tutti attraccano, senza sentirsi neppure obbligati a rispettare le più elementari regole per lo sbarco a terra.

Anche le moltitudini dei governati, almeno quelle più avvedute, capiscono, oggi, che è questa l’idea che si ritrova nell’ossimoro “Società aperta”, una vera contraddizione in termini.

Al limite, aperta può dirsi soltanto una società per così dire ideale, intesa cioè come un insieme trasversale, di persone che, pur vivendo in luoghi diversi e lontani, condividono uno stesso atteggiamento etico e/o religioso. Ma in questo caso non si tratta di una società in senso tecnico, ma piuttosto di un sodalizio evanescente di natura astratta e impalpabile, di un’aggregazione  fittizia che non deve fare i conti con la presenza di molti abitanti in uno stesso, circoscritto territorio con spazi vitali da osservare e bocche da sfamare.

La stampa più corriva e compiacente nei confronti degli establishment, ha capito che Kurz non è Macròn, allevato in vitro, dai seguaci della vecchia guardia anglo-americana (oggi, relegata in soffitta dalla Brexit e da Trump) e dai suoi epigoni statalistici, colbertiani e “old fashion”, dell’Unione Europea.

Il neo cancelliere Austriaco è figlio dello stesso “voto di pancia” che va diffondendosi anche in Paesi, come quelli Europei, abituati a una bi-millenaria sottomissione a tutti i dispotismi, religiosi o civili.

Le moltitudini sono divenute finalmente attente a non farsi abbindolare da parole di pace che celano traffici di segno contrario, volti ad arricchimenti smodati.

E in Kurz le masse Austriache hanno verosimilmente creduto di individuare un uomo politico estraneo alle logiche degli establishment.

Solo il tempo dirà se si sono sbagliate o hanno colto nel segno. A priori, può solo dirsi che a favore dell’impegno volenteroso di Kurz di cambiare le cose gioca la sua giovane età; a suo sfavore la legge fisica che vuole la corteccia cerebrale in espansione continua e progressiva con il passare degli anni. Ogni regola, però, ha la sua eccezione e, quindi, non resta che augurare agli Austriaci: buona fortuna!

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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