L’idea di Democrazia è uno di quei concetti che continuano a essere ripetuti e tramandati dalle masse, con il tacito assenso degli stessi studiosi, nella stessa maniera pedissequa e acritica in cui sono state intesi per lungo tempo.

Il termine, com’è noto, risale all’antica Grecia e indica il potere (Krazìa) affidato al popolo (Demos) e da esso gestito, attraverso i propri rappresentanti.

Il concetto, più precisamente, risale alla tradizione Aristotelica e intende esprimere una delle tre forme di governo ritenute dagli antichi Greci possibili, accanto alla Monarchia e all’Oligarchia.

Sul cosiddetto “governo del popolo” si registrano, da sempre, punte critiche di un certo rilievo. A cominciare dallo stesso modello ateniese.
 Gli studiosi, infatti, che hanno approfondito il mito di Atene hanno ritenuto che in quel sistema democratico il ruolo delle elite di governo era tutt’altro che marginale.

Già Tucidide, peraltro, aveva definito un Principato sotto mentite spoglie il regime democratico di Pericle. L’Assemblea popolare di quella città, secondo lo storico, era un luogo chiamato, in teoria, a esprimere un governo, scegliendone i membri tra tutti quelli che godevano i diritti di cittadinanza, ma nella realtà, funzionava soltanto come sede, dove ogni cittadino poteva dire la sua opinione per eleggere i governanti, che, salvo rare eccezioni, erano, comunque, espressione dei ceti alti, economicamente o intellettualmente dominanti.

A dirla tutta, se il miracolo ateniese fu, quindi, possibile (sì da tramandarlo ai posteri come esempio luminoso di buon governo) ciò fu dovuto al fatto che i rappresentanti dell’elite cittadina si dimostrarono, salvo eccezioni a conferma della regola, ben capaci di tenere dritta la barra del timone di comando.

Nel tempo, il concetto di democrazia, nato in un quadro filosofico e religioso che esaltava l’individualismo e i diritti dei singoli (tra i quali, primo tra tutti, quello di proprietà) aveva dovuto resistere, in primo luogo, all’invasione, pacifica o violenta, di concezioni religiose e filosofiche di tutt’altra specie e natura; proprie di popolazioni nomadiche del vicino Oriente o del Nord Europa, dove vigeva il concetto della tribù saldamente unita e della proprietà di mano comune.

Lo stravolgimento, provocato da entrambe le predette concezioni, aveva fatto svanire lo stesso ricordo del sistema di governo escogitato dagli antichi greci.

I nuovi aneliti all’uguaglianza di tutti gli esseri umani che si affermavano in Europa, sulla base delle idee del Cristianesimo mediorientale e la voglia di rivincita dei cosiddetti barbari provenienti d’oltre Alpi avevano fatto sì, insieme alle concezioni teocratiche divenute vincenti, che sorgessero forme di governo diverse e lontane dal modello elettivo e rappresentativo; sostanzialmente improntate a modelli teocratici o tirannici.

Fu solo la Rivoluzione francese a congiungere i due concetti dell’uguaglianza e della fratellanza umana, d’origine religiosa, con un’idea laica di libertà (per la verità molto “relativa”, come ben s’accorsero le vittime del “Terrore”!)

La nuova classe borghese, con la scoperta delle macchine a vapore e dell’elettricità era discesa alle Corti dei Feudi e si era arroccata in grandi stabilimenti industriali di nuovissimo conio, facendo da madrina, negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ai primi esempi di democrazia parlamentare.

Anche se il ritorno della democrazia era stato in maniera quasi unanime, salutato come un fatto positivo c’era stato chi, come ai tempi di Pericle, aveva storto la bocca, a causa del suo concreto, ritenuto non pregevole, funzionamento.

Gaetano Mosca, come aveva fatto Tucidide, esprimeva perplessità circa la validità concettuale, per i suoi tempi, dell’accezione della parola “democrazia”. Secondo lo studioso, a dispetto dell’etimo originario, erano solo ristrette elite (fondandosi su uno o più principi astratti, abilmente diffusi tra le masse) a detenere, in sostanza, il potere effettivo di governo degli Stati industrializzati.

La stessa tesi, nelle sue linee essenziali, si ritrovava, con pochi cambiamenti, nell’opera dell’economista Vilfredo Pareto.

Purtroppo, però, tempi ben più drammatici attendevano la rinata democrazia.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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