La nostra Carta Fondamentale, all’articolo, 1 sancisce che “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (medesima), riproducendo un’idea elaborata, per la prima volta, addirittura da giuristi medioevali.

Partendo, infatti, da alcuni passi del Digesto, riferibili soprattutto a Ulpiano, autori attenti e scrupolosi, avevano sostenuto, con dovizia di argomentazioni, che la sovranità, il potere di comando, doveva ricondursi al popolo.

La gente costituiva la fonte di ogni potere per curare il governo della res publica.

Giusta o sbagliata che fosse quella teoria, oggi, nella pratica della vita politica, almeno italiana, l’idea, pur inserita pomposamente nella nostra Carta fondamentale, appare, di fatto, completamente svuotata dei contenuti inizialmente immaginati e destinata al “cestino” dei concetti inutili.

Non è contestabile, infatti, che il Parlamento e i Governi italiani (che da essi sono espressi), negli ultimi decenni, pur continuando, ovviamente, a vantarsi di essere i rappresentanti della sovranità popolare, abbiano svuotato quest’ultima di ogni reale credibilità.

L’espressione è divenuta un mero luogo comune, un fake, per dirla all’americana, cui nessuno dà più la benché minima importanza.

E ciò, a causa di una nutrita serie di provvedimenti normativi che, con artifizi vari, hanno privato il popolo del più fondamentale dei suoi diritti: la scelta dei propri rappresentanti.

I Deputati, i Senatori, e i membri dei vari Consessi locali sono scelti oggi, in Italia,  dai Capi-Partito tra gli aderenti più proni ai loro attuali voleri e ai loro futuri comandi.

In buona sostanza, l’esempio perseguito oggi dai leader politici italiani, attraverso l’elaborazione di leggi elettorali ad hoc, dotate di furbeschi marchingegni (sistematicamente, ma, nei fatti, inutilmente, dichiarati incostituzionali dal massimo organo di garanzia) non è quello legato alla esigenza, assolta dai partiti politici correttamente intesi,  di soddisfare la domanda di partecipazione al processo di formazione delle decisioni politiche da parte di classi e ceti diversi della società, quanto quello in uso presso altri tipi di aggregazione umana, in verità, poco commendevoli.

La cooptazione dei prescelti a funzioni di governo avviene con le stesse modalità, che da taluni sono state paragonate a quelle delle “bande”.

Ora, è del tutto naturale che nelle scelte per la formazione di reparti di volontari organizzati per la guerriglia o di raggruppamenti di fuori legge, un capo non debba andare troppo per il sottile, nella selezione dei “suoi” uomini.

Non si poteva, ad esempio, obbligare Giovanni dalle Bande Nere o Fra’ Diavolo a seguire metodi di scelta con  scrupolosa osservanza di regole e  di prescrizioni selettive molto rigorose.

Diversa cosa è, invece, dirigere e gestire un partito politico che ha il compito di favorire la scelta dei rappresentanti in Parlamento da parte del popolo, ancora formalmente dichiarato “sovrano”, e non certo quello di impedirla con l’offerta di un “prodotto” per così dire “preconfezionato”.

E, invece, in Italia la situazione è diventata proprio questa e rischia addirittura di peggiorare.

Il pericolo è veramente grave per la sopravvivenza della democrazia. E chi ritiene, con Hazzlit, che la libertà sia l’unica vera ricchezza dell’essere umano non può che preoccuparsene.

Il cittadino, cogliendo nei prescelti dal capo di un Partito, limiti, difetti, incapacità, servilismi e inettitudini ha il diritto di ritenere che mai avrebbe avallato una tale scelta se gli fosse stato consentito di esercitare in tutta pienezza la sua facoltà.

Per conseguenza, egli disprezza gli eletti con l’ingannevole e forzata complicità del suo voto. E ciò, prima ancora di vederli alla prova.

Fin dai giorni immediatamente successivi al loro laticlavio, li considera soltanto come una Casta di parassiti che il Capo utilizza come schermo ipocrita (la classica “foglia di fico”) per ottenere il consenso di poteri lobbistici ben diversi e ben lontani dagli interessi popolari.

Sentendosi truffato e privato del suo diritto alla scelta, l’elettore non è disponibile a riconoscere alle Istituzioni cui gli yesmen sono preposti dal Capo alcun potere realmente sovrano. E soprattutto non controllabile dalla massa.

Ovviamente, a sostegno della loro prevaricazione i leader politici con tendenza all’autoritarismo (sempre molto numerosi in zone del Pianeta dove per secoli hanno imperato Teocrazie, Tirannidi, monarchiche o oligarchiche, e principi assolutistici in forma di dogmi, religiosi o civili) tirano in ballo la pretesa, artatamente diffusa dai mestieranti della politica dell’incapacità delle masse di esprimere giudizi meditati.

La svolta del cosiddetto “Rosatellum” potrebbe rivelarsi esiziale per la democrazia italiana; o almeno per quel poco che di essa è rimasta in piedi negli ultimi anni.

Molti concetti, con cui gli studiosi hanno riempito pagine di ponderosi libri, potrebbero essere mandati in soffitta o messi al fuoco per essere ridotti in cenere.

Con la loro fine, cesserebbe  la vita democratica, da sempre precaria ed effimera, di un Paese che ha dato il meglio di sé utilizzando il suo pensiero come fantasia e immaginazione e il peggio  non usando la logica e il raziocinio.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here