La crisi della democrazia sta, oggi, nella difficoltà, oggettiva, delle masse dei consociati di pervenire, in un complicato e complesso marasma, a un’adeguata e qualitativamente soddisfacente selezione delle elìte di governo.

A differenza, quindi, di quanto avveniva nell’Atene di Pericle, dove i maggiorenti dell’epoca, appartenenti al novero delle classi con più alto censo e maggior grado di cultura, esprimevano quelle elìte che non piacevano a Tucidide, e a differenza, ancora, del periodo dell’industrialismo imperante, quando erano i magnati, i sindacalisti e i professionisti a dare ai governanti il predominio sulle maggioranze passive e inerti, stimolando le critiche di Mosca e di Pareto, la situazione ci appare, allo stato, del tutto capovolta.

I partiti politici, dopo il crollo delle ideologie, non hanno saputo immaginare e trovare formule pragmatiche di governo dei Paesi, idonee a governare il cambiamento, e si sono acconciati, con un malcostume che la stampa, in mano ai tycoon dell’informazione (interessati al ribellismo e alla protesta, perché fanno notizia) evidenzia in maniera subdola a impadronirsi semplicemente di posti di potere. Perfino il lobbysmo è caduto, improvvisamente, in preda a un tragico caos operativo, divenendo selvaggio e contraddittorio per effetto della sua pluridirezionalità.

L’allestimento delle liste dei candidati è, oggi, presso che totalmente influenzato dalla volontà autoritaria dei leadere favorito o dal possesso di ricchezze adeguate agli alti costi delle campagne elettorali o dalla notorietà mediatica comunque raggiunta dal candidato (anche un delitto efferato, dopo un certo tempo, può servire allo scopo). E’, quindi, del tutto naturale che dalle urne (e non solo italiane), esca di tutto: portaborse promossi di grado senza particolari meriti acquisiti (ma per una sorta di riesumato, deteriore “nepotismo” dei bei tempi antichi), veline televisive di bella presenza, forme rotonde e scarsa cultura, rockstar starlet cinematografiche dalle ambizioni, per così dire, artistiche spesso frustrate (nani e ballerine, secondo il detto di un esponente socialista degli anni ottanta) cronici scansafatiche che per asserita vocazione politica si sono sempre tenuti lontani da posti di lavoro o da impegni professionali.

Oggi, in grande prevalenza, si occupa di vita politica attiva chi non ha mai avuto occasione di dare alcuna prova concreta, nella vita civile, delle sue capacità operative.

Diventano rappresentanti del popolo  individui che balzano fuori dalle quinte di uno “studio” o dalle sedie di un “caffè” di provincia e siedono sugli scranni delle aule parlamentari o sulle poltrone ministeriali: assolvono il loro ruolo di yesman nei confronti di chi ha avuto il potere, politico o economico, di consentire loro di compiere nel corso di una vita che appariva, fino a quel momento, priva di lucrose e utili prospettive il fatidico “salto di qualità”(l’espressione entrata nell’uso corrente coniuga un cinismo pernicioso a una volgarità sconcertante).

La politica, rimasta orfana delle forze organizzate che l’alimentavano, in varia guisa, è caduta nelle mani di improvvisatori e pressapochisti di dozzina.

A contribuire al decadimento contribuisce lo stesso popolo che ricava soddisfazione dal riconoscimento della mediocrità degli eletti. (“E’ uno come noi” si sente dire spesso dagli elettori).

C’è chi ritiene che i nuovi ed effettivi padroni del mondo (finanzieri banchieri etc. etc.) non abbiano alcun bisogno né della politica né delle elìte governanti, avendo sposato le tesi di quella che è stata definita “l’anarchia liberista”, distante anni luce dall’idea liberale che diede origine allo Stato di diritto.

Liberare il mercato dai lacci e dai lacciuoli è il loro nuovo must, espresso con la consueta, elementare terminologia.

In un tale disastroso quadro generale, il problema per chi vive nelle odierne democrazie non è tanto quello di denunciare, con Tucidide, Mosca e Pareto, la presenza di elite politiche, ma piuttosto piangerne la loro drammatica mancanza.

La forza determinante e decisiva degli umori del popolo servirebbe solo per abbattere i Governi, mettere alla gogna dei governanti, ritenuti incapaci di assolvere bene il proprio dovere; il tutto con l’aiuto interessato dei detentori del potere economico (e di quello d’informazione, in particolare).

E’ una visione catastrofica, probabilmente molto di là da venire: ma prevederla non fa certamente male a nessuno.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

 

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