Il problema se la democrazia possa sopravvivere alla sua incapacità – ormai accertata (e non solo in Italia) – di esprimere adeguate élite di governo è serio e grave.

Una società massificata diventa progressivamente sempre più insensibile alla sua storia, alle tradizioni e alla propria cultura. L’ignoranza prorompente di chiunque riesca ad agguantare il successo con facili atout (tette turgide, lato B pronunciato, muscoli tatuati, scrittura di romanzetti di dozzina, i cui protagonisti finiscono sullo schermo televisivo, notorietà politica, mediaticamente, raggiunta con il turpiloquio e la più becera volgarità) predomina sulla cultura e sulla saggezza di persone schive e riservate.

Scegliere per la conduzione delle complicate e complesse democrazie occidentali persone di una certa preparazione e intelligenza, politiche, come avveniva nella democrazia ateniese e in quella della prima industrializzazione è diventato pressoché impossibile.

C’è chi sostiene che, probabilmente, il tempo della Democrazia è veramente giunto ai suoi ultimi giorni.

E ciò, per l’effetto congiunto della rivoluzione elettronica e dei suoi rapidi meccanismi di spostamento d’ingenti ricchezze di denaro; del ribellismo 
perpetuo delle masse (che fa la fortuna dei mass-media che vivono di notizie eclatanti); per la proliferazione illimitata di diritti sanciti non più da Parlamenti, ormai privi di potere, ma da Corti giudicanti, sempre più onnipotenti; per l’assemblage, infine, in un unico contesto di religioni pregne di violenti e confliggenti messaggi politici.

Questo, però, non dovrebbe autorizzarci a chiudere gli occhi e a consentirci di sorridere con leggerezza, un tantino incosciente, sulla nostra condanna al rigor mortis.

Intanto, c’è da dire che non si tratta di una situazione limitata e ristretta unicamente al nostro Paese, ma estesa anche ad altri Stati del mondo occidentale.

E’ tutta la classe politica delle democrazie mondiali (o almeno di quelle Euro-continentali), espressa con il voto, che oggi apparirebbe di qualità sempre più scadente, se non addirittura infima.

E ciò anche a causa dell’incultura diffusa, generata dalle nozioni in pillole del web, dall’informazione più estesa ma approssimativa e superficiale fornita dai mass-media di ogni tipo, dall’editoria che stampa, per ragioni di lucro, solo libri appetibili da gente d’istruzione appena mediocre.

Per effetto di ciò e del basso livello culturale dei candidati elle elezioni, capita, sempre più di frequente, che giungano, nella maggior parte delle posizioni di comando per la gestione della res publica, uomini di scarsa o nessuna preparazione professionale politica,  personaggi di grande modestia che non hanno alle spalle alcun risultato positivo ottenuto nella vita civile, esponenti di un demi-monde, cui fa premio la facile notorietà mediatica conseguente alla presenza, quale che sia, in programmi televisivi, spesso più adatti a individui sub-normali che a persone di media intelligenza, cosiddetti “scansafatiche” alla perenne ricerca più che di un lavoro (che a loro “ peserebbe”), di facili guadagni (e spesso di vere e proprie ruberie), derivanti da posizioni, per così dire, di potere (anche basso), che solo la politica, con le sue riprovevoli magie, rende accessibili. E così via discorrendo.

Non v’è dubbio che la conseguenza della difficoltà della massa d’esprimere, nelle odierne democrazie, delle èlite di governo degne di questo nome, è la caduta in un caos legislativo e amministrativo irreversibile e drammatico.

Nei Paesi che hanno superato la fase del sostegno ai candidati offerto dai magnati dell’industria o di quello dato dai segretari generali delle organizzazioni operaie, la designazione dei candidati è fatta soltanto da partiti senza vita associativa e risponde a criteri di puro servilismo politico nei confronti dei leader, senza alcun riguardo alle qualità dei prescelti.

La cosa, a giudizio di molti notisti politici, risulta oltremodo gradita ai rappresentanti di un capitalismo che ormai è interamente controllato o, in massima parte, dominato da big della finanza, della borsa e del sistema bancario.

Nel vuoto normativo e amministrativo, infatti, l’anarchia liberista di questi nuovi magnati che non hanno più bisogno di leggi, ma della loro assenza, che diffidano di governanti che si sovrappongono ai loro tecnici (perché pretendono di non rispondere unicamente alle leggi del mercato e del loro profitto), troverebbe, secondo tale punto di vista, gli spazi necessari per affermarsi.

E a quegli (spesso anonimi) uomini, che sono ritenuti portatori d’irti peli sullo stomaco, poco interessa che si creino, in tal modo, le premesse per una divaricazione tra ricchi e poveri (sia come Paesi che come individui) sempre più profonda. Importa poco anche che la corruzione (dei miseri o degli agiati) dilaghi sul pianeta. Essa dà lavoro a giornalisti e giudici e alimenta mediaticamente la protesta impotente, il ribellismo sterile e in buona sostanza il disordine, essenziale per i loro interessi.

Poco conta per loro, infine, che piovano avvisi di garanzia sugli esponenti delle forze politiche che la massa, nella sua crassa ignoranza di veri valori professionistici, delega ad assumere funzioni “leaderistiche” e di governo; che si moltiplichino le intercettazioni, cui la tecnologia offre ausili sempre di maggiore raffinatezza, portando discredito ai soliti noti delle classi dirigenti.

Tutto ciò è, come suol dirsi, grasso che cola per gli interessi dell’alta finanza che s’irrobustisce nell’anarchia.

Inutile chiedersi, anche, il cui prodest dell’attacco sempre più massiccio condotto (non solo in Italia) contro il sistema corrotto dei partiti in nome dell’antipolitica.

Essa giova a chi vede in una politica di militanti efficienti e competenti la fonte di quei lacci e lacciuoli che impediscono al business finanziario di fare negli Stati il bello e il cattivo tempo. I tecnocrati pagati da Banche, Istituti finanziari, borsistici, Agenzie di rating, i burocrati di Unioni internazionali prive di responsabilità sociali, in assenza di un contro-potere politico hanno mano libera per le loro digitazioni selvagge che spostano denaro da un punto all’altro del pianeta e sovvertono le economie statali. L’ostacolo alla loro libertà di movimento e di azione viene soltanto dai pochi Paesi a regime autoritario o dittatoriale, ma mai dai Paesi democratici, dove imperversa il caos legislativo e amministrativo.

La protesta diffusa e permanente che ne consegue giova anche ad altri tycoon (o mog/hul): quelli dell’informazione. Ogni ribellione diventa oggetto di notizia e ogni scoop è fonte di guadagno.

In definitiva, perché il processo di autodistruzione delle democrazie si arresti, a tutto danno degli anarco-liberisti della grande finanza mondiale, è necessaria una presa di coscienza delle masse del pericolo incombente; oltre che della stessa politica. Per essa autoriformarsi per riottenere la dignità (di arte o scienza che sia) che, un tempo, aveva è divenuto un must ineludibile.

Non si tratta, ovviamente, di un compito facile. La cultura, in grado di agevolare l’uno e l’altro processo, langue e le masse, purtroppo, sembrano avvertirne sempre meno il bisogno.

Per l’Italia, dunque, l’appuntamento del 2018 diventa, quindi, fondamentale per la ripresa di un’attività politica degna del nome. L’alternativa è drammatica: o in Parlamentogli elettori riescono, con un sistema elettorale, proporzionale e con l’indicazione di preferenze, a scegliere persone veramente capaci, colte e per bene oppure per i nostri discendenti si può aprire un futuro diverso da quello democratico, di tecnocrazie governanti nel tripudio, incomprensibile ma prevedibile, di quegli stessi poveri destinati a divenire, per le regole ferree dei tecnocrati del mercato finanziario, sempre più tali.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

 

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