La mistica del “messaggio” cinematografico, settario e decisamente,  filo-comunista è cessata dai giorni lontani del crollo dell’Impero sovietico. I post-comunisti l’hanno rinnegato.

Non è finito, però, il tempo della sublimazione di termini che finiscono con l’assumere addirittura un valore etico.

Una di tali nobilitazioni riguarda la parola “governabilità”.

Per i suoi fanatici fautori, “governare” diventa un must, indiscutibile e dogmatico. Vietato chiedersi, però, il “perché”.

Se governare serve per curare il bene comune, proteggere gli interessi della collettività e difendere lo Stato cui si appartiene è un conto; tenere le redini della res publica  per occupare posti di comando e sfruttare la possibilità di arricchirsi a danno della gente è un altro.

Allora: contrabbandare la propria sete di potere e di locupletazione come una necessità per il bene “sommo” dei cittadini è un vero misfatto.

E’ noto, oltretutto, che il massimo livello di governabilità si ha nella dittatura, ma nessuno che conservi uso di ragione vorrebbe, in nome di essa, affidarsi a un tiranno.

Tentare di governare, inventando meccanismi truccati è cosa ancora più prava.

Eppure gli sforzi per prevalere sui concorrenti appartenenti ad altri partiti in maniera del tutto indifferente alla volontà degli elettori ed escludendo, persino, i cittadini dal diritto di esprimere le proprie preferenze, s’intensificano di giorno in giorno sempre di più.

La parola “governabilità” è invocata come alibi per ignobili truffe elettorali che tendono a trasformare sparute minoranze in maggioranze di governo.

L’inganno sta nel fatto che la regola che di affidare il governo del Paese alla maggioranza effettiva degli elettori non tollera l’invenzione di marchingegni elettorali truffaldini.

E ciò tanto più se i segretari dei vari partiti in lizza si comportano come i capi-banda della guerriglia o della malavita e selezionano i “fedelissimi” senza avere alcuna preoccupazione del consenso o del dissenso sul loro specifico operato.

La mistica del “decisionismo”, invece, invalsa, nel discorso politico italiano, decenni or sono, vive oggi più stentata esistenza.

C’è, invero, chi ancora oggi ritiene che esprima una necessità effettiva della politica e che non serva soltanto a nascondere una realtà, sostanzialmente, antidemocratica, in un Paese che a subire l’autoritarismo è stato sempre incline.

Sono in più, però, a ritenere ormai che si tratti di un’espressione ambigua e subdola e che rappresenti l’armamentario verbale di uomini politici che hanno scarsa stima dell’intelligenza degli elettori.

In buona sostanza sarebbe solo un brutto e inutile neologismo.

Decidere, peraltro, è compito precipuo di chi è chiamato a risolvere un problema in seguito a un accordo (nel caso specifico, con chi l’ha votato). Vantarsi di essere decisionisti oltre a essere di cattivo gusto è del tutto pleonastico.

Pretendere di assumere incarichi di governo per non decidere nulla sarebbe un colossale fuor d’opera.

Qualche chiarimento merita un’altra mistica recente: quella dell’“anti-politica”, perché il giudizio, in questo caso, non può essere tranchant.

Il termine è diventato di moda ed è usato con un disprezzo che appare, però, nella situazione data, del tutto ingiustificato. Chi contesta i critici non nega che la politica (nel caso italiano ma anche in quello, euro-continentale) sia sempre di più caratterizzata da demagogia, da corruzione, da ignoranza e da pressapochismo dilettantesco di chi malamente la esercita.

Allora, c’è da chiedere: se la politica è diventata questa, perché non essere contro di essa?

Nessuno ritiene che, con un pizzico di fortuna,  dall’anti-politica possano piuttosto sorgere movimenti fondati su basi diverse da quelle che hanno sempre ostacolato nella parte continentale dell’Europa l’affermazione dell’empirismo e del pragmatismo (che hanno fatto, in ordine temporale, prima la fortuna politica della Roma repubblicana e poi quella dei Paesi Anglosassoni).

Sino a oggi la politica euro-continentale (e italiana, quindi) è stata sempre nelle mani di ammalati cronici d’ideologia, che hanno inoculato nel Bel Paese i germi dei peggiori mali che possono minare la sopravvivenza della democrazia: la corruzione endemica derivante da eccessi di lassismo e di perdonismo di matrice religiosa, di buonismo  comunista, di spocchia e sicumera nazionalistica oltre che di aggressività d’impronta fascista. E ciò a tacer d’altro.

Per ragion di contrario, l’anti-politica potrebbe significare l’inizio della liberazione dalle pastoie d’ideologie e utopie irrazionali per tendere finalmente alla soluzione pratica dei maggiori, concreti problemi del Paese senza schermi, paraocchi o impedimenti mentali che distorcano la corretta visione delle cose.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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