Nel corso degli anni, pazienti amici hanno avuto modo di ascoltare la genesi del mio pensiero politico. Esso, come ho spesso detto, deriva dalla preferenza da me accordata, tra i grandi pensatori dell’economia liberale, rispetto ad A. Smith e J. M. Keynes, alle idee di Stuart Mill. Successivamente, esso si è nutrito delle influenze del pensiero gobettiano in osmosi con alcuni aspetti delle idee di Gramsci, dell’attuazione pratica del socialismo liberale espressa dai fratelli Rosselli e, da ultimo, nel Partito di Azione del pensiero di Lussu, per finire con il grande  messaggio di Calamandrei e Villabruna della sinistra liberale dell’immediato dopoguerra. Un importante numero di pensatori le cui tesi politiche sono alla base delle mie riflessioni, che ho sempre ritenuto necessario evidenziare, a testimonianza del mio pensiero liberal-socialista, il quale ha connotato la mia lunga esistenza, senza mai deflettere. Tuttavia seppur con minore vicinanza, un altro dei grandi ispiratori delle mie riflessioni concrete in materia di arte di governo è stato Giovanni Giolitti. Egli, sin dall’inizio della sua carriera, si era schierato a favore di una riforma tributaria progressista che si applicasse non al rovescio, come accadeva al suo tempo, colpendo i poveri e lasciando inalterate le ricchezze di chi povero non era, così come la difesa ad oltranza della piccola proprietà. Questo era il suo credo radicato che egli ribadiva costantemente e che trova testimonianza più alta nel discorso agli elettori del 28/05/1900 nel suo Collegio di Dronero. La sua posizione sicuramente poco consona all’orientamento politico liberale dell’epoca, vedeva una vicinanza alle organizzazioni dei lavoratori con le neonate Camere del lavoro; egli riteneva che le stesse, così come le Camere di commercio, avessero titolo per rappresentare, nella dialettica democratica, la componente del mondo del lavoro di fronte a quella, sicuramente importante e carismatica, rappresentata dalle categorie industriali. La sua convinzione era estremamente determinata dal convincimento che le classi popolari dovessero avere prospettivamente delle potenzialità di influenza economica e politica. Il risultato di questo suo pensiero fu che egli assicurò, durante il suo lungo periodo di governo, le basi per lo sviluppo di una società che ottenne una costante manifestazione di attenzione a tutte le iniziative, anche anti conformiste rispetto alla cultura dell’epoca, pur nel riparo costante dalle eventuali distorsioni che tali iniziative avrebbero potuto provocare. L’età giolittiana fu la stagione nella quale l’Italia si aprì al mondo e alla cultura contemporanea, alle forze nuove che spingevano dal basso e ad una visione nella quale l’osmosi tra le forze politiche cattoliche, socialiste e liberali poteva prospettare un percorso comune. E sulla esigenza del dialogo del rapporto progressista in particolare col Partito Socialista Riformista, gli sforzi di Giolitti furono una costante. Il Partito Socialista, allora  di Bissolati e Turati, che grazie alla visione riformista di entrambi si sarebbe poi staccato dalla corrente massimalista, fu oggetto costante del desiderio da parte di Giolitti di un coinvolgimento a livello governativo. Come ben detto nell’articolo scritto per Tempo  Presente da Aldo Ricci, Giolitti “riteneva irrinunciabili i principi liberali ma, contestualmente, il progresso del Paese con l’inserimento delle masse popolari nel consolidamento dello Stato unitario”  e ancora, “a lui non interessava il colore dei compagni di strada ma solo il risultato e vedeva nel dna dei socialisti riformisti gli interlocutori della sua strategia”. A queste sollecitazioni, perché i loro leader entrassero a far parte delle compagini governative, il Partito Socialista dell’epoca non rispose mai e ciò, nonostante le manifestazioni di attenzione e sostegno anche al governo giolittiano. Quando la scissione tra i massimalisti ed i riformisti, questi ultimi guidati appunto da Bissolati, Bonomi e Cabrini, soccombettero di fronte al massimalismo socialista guidato da Mussolini e Lazzeri, il Partito Socialista Riformista che nacque, pur continuando a mostrare attenzione per la politica giolittiana, non volle mai sostanzialmente impegnarsi a fianco di questo grande statista. L’ultimo tentativo di coinvolgimento che non ha concreta manifestazione è quando anche Turati ed il suo gruppo vennero espulsi dal PSI nel ’22, e diedero vita al Partito Socialista Unitario del quale facevano parte, oltre che Turati, anche Treves e Matteotti, i quali dichiarano di essere pronti a sostenere un eventuale governo Giolitti. Ciò tuttavia non accadde poiché a seguito della marcia su Roma prevalse il regime fascista. Quello che in questi anni ho più volte cercato di spiegare alle forze che si ispirano al pensiero liberale, con le quali talvolta ho la sensazione di essere visto come un estraneo, per questa mia visione difforme è che, mentre loro continuano a sostenere l’esigenza di un accordo con le forze radicalmente di destra o con quelle frange “fantasiosamente” liberali come quelle di Forza Italia (ma preminentemente arroccate intorno al populismo di alcune forze manifestamente ripropositrici di idee fasciste) per qual motivo non ci si sia mai aperti ad un dialogo con le forze riformiste del nostro Paese. A questa mia domanda, che è sempre rimasta senza risposta, ne fa seguito un’altra: premesso che si sta verificando l’opposto di ciò che accadde quando l’invito di Giolitti al Partito Socialista Riformista non ebbe risposta, poiché oggi le forze progressiste sarebbero disponibili all’accordo e i liberali hanno allo studio altre opzioni, a causa di questo errore di valutazione, potrebbe ripetersi un’altra volta ciò che drammaticamente avvenne nel nostro Paese tanti anni fa?

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1 COMMENTO

  1. Emmanuele Emanuele con questo suo articolo spiega, sia pure brevemente per ragioni di spazio, la genesi del suo pensiero politico, che ha radici profonde nella migliore tradizione liberale e socialdemocratica del nostro Paese. Una tradizione che ha sempre avuto una stella polare, quella della libertà e dei diritti dei primi e degli ultimi nell’insieme dei bisogni cui la Politica, quella con la “P” maiuscola, deve dare risposte responsabili. Mi preme sottolineare che, fra le tante sue citazioni, non mancano Giolitti e Gobetti. Giolitti, che introdusse il suffragio universale e Gobetti, che seppe nobilitare l’impegno culturale per una vera rivoluzione liberale.
    Emmanuele pone interrogativi che mettono in luce le inquietudini del nostro tempo così povero di idee capaci di farci uscire in modo efficace e non effimero dalla lunga notte della ragione seguita alla scomparsa delle scuole di pensiero politico che si sono confrontate nel secolo scorso.
    In effetti stiamo vivendo, da decenni, un periodo di grande disorientamento, un periodo in cui l’improvvisazione viene foraggiata per mandarla nei palazzi del potere con risultati disastrosi per l’economia, per il senso dello Stato, per il consolidamento delle istituzioni liberal-democratiche, per la coesione sociale. Una improvvisazione che è portatrice di formazioni politiche che somigliano più a dei comitati elettorali che a luoghi di dibattito e di ricerca di soluzioni concrete ai problemi della modernità. Partiti personali e padronali imperversano dappertutto e si fanno sostenere da un esercito di cortigiani ansiosi di conquistare qualche strapuntino nei palazzi del potere. Mancano i luoghi del dibattito dove si elabori il pensiero politico. E senza pensiero politico chiunque va a sbattere con la realtà che è complessa e richiede soluzioni adeguate, soluzioni che solo la politica seria e lungimirante può affrontare.

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