La tragica decadenza del livello della politica cui assistiamo impotenti da tempo è innanzi tutto di tipo culturale. La nascita di un gran numero di partiti populisti fatti in casa ed al servizio esclusivo di un capo-padrone è soltanto l’elemento più appariscente. Un cambiamento radicale nel linguaggio, avvenuto grazie alla complicità dei media, quasi tutti servili ed incolti, dimostra un disancoraggio completo da quei riferimenti, anche semantici, che servivano a rendere comprensibili i messaggi e le linee guida. Il ragionamento ed il confronto hanno lasciato il posto alla propaganda più becera, nel tentativo di colpire l’attenzione, come un pacco dono natalizio, che fa affidamento sullo sbrilluccichio dell’involucro, rispetto alla qualità del contenuto. Si è cominciato con l’uso, tanto improprio quanto truffaldino, di espressioni anglosassoni per fare breccia, contando sull’effetto d’immagine, piuttosto che sui contenuti sostanziali. Ad una legge in materia di lavoro, non più significativa di tante altre degli ultimi anni, si è cercato di conferire un significato più rilevante, usando la denominazione suggestiva di job Act, indipendentemente dal merito e dalla qualità effettiva del tessuto normativo della stessa. Un modesto intervento legislativo in materia di istruzione, anzi molto criticato e rigettato da tutte le categorie del mondo della scuola, è stato battezzato “la buona scuola”, come se la semplice aggettivazione potesse supplire alla insignificanza sostanziale del provvedimento. Peggio, dopo il tentativo di una improvvida riforma costituzionale, che sostanzialmente si proponeva di cancellare dalla Carta il principio liberale della separazione e del bilanciamento dei poteri, (saggiamente respinto con larga maggioranza dagli elettori) il tema della perdurante necessità di adeguare la Costituzione, che sotto molti profili andrebbe modificata, è stato del tutto accantonato nel dibattito politico. In sostanza quella respinta dai cittadini, è stata rappresentata come “la riforma”, non come una semplice proposta. Se il popolo non l’ha voluta, si tende a negare, anche solo in via di ipotesi, che vi possa essere un’altra strada riformatrice, più condivisibile. Con arroganza si veicola il messaggio che, non essendo stato accettato il cambiamento proposto, uscito dall’agenda politica . La stessa cosa è avvenuta per la riforma elettorale. Nella vulgata imposta dal ceto politico che l’ha voluta e dal circo mediatico dei caudatari plaudenti, si festeggia il successo, sostenendo con enfasi che il Parlamento,indipendentemente dal poco apprezzabile metodo con cui è stata approvata, ha finalmente dato al Paese “la riforma elettorale” da tempo richiesta. Nessuno ha parlato di una riforma elettorale, tra le mille diverse che potevano essere scelte. No, il messaggio doveva essere che il compito di fare la riforma era stato assolto, distogliendo di fatto l’attenzione generale dal suo contenuto, nonostante che, al pari delle altre due precedenti (una varata durante questa stessa ultima legislatura) anche tale riforma rischia di essere presto travolta da vari elementi di incostituzionalità.

Un ultimo esempio rilevante, tra i mille che si potrebbero fare, riguarda la vicenda del rinnovo del vertice di Banca d’Italia. Doverosamente dobbiamo premettere che non possiamo non collocarci dalla parte di coloro (molti) che ritenevano e ritengono che l’ex Istituto di emissione e quindi il suo Governatore non sono esenti da gravissime responsabilità per insufficiente vigilanza sul mondo bancario e che persino possono essere stati talvolta conniventi, o almeno gravemente superficiali. Tuttavia l’approvazione di una mozione parlamentare di censura in ordine al comportamento della Banca Centrale nell’immediatezza del rinnovo del Governatore, sostanzialmente chiedendo di non riconfermarlo, ha rappresentato un vulnus al principio della separazione dei poteri ed il Presidente della Camera non avrebbe dovuto metterla in votazione. Coloro che si sono fatti promotori dell’iniziativa ed i loro sostenitori hanno cercato di enfatizzare il diritto del Parlamento, che rappresenta direttamente la volontà popolare, di esprimersi su qualunque questione. Ci mancherebbe che un liberale possa dubitarne o mettere in discussione tale Libertà parlamentare. Infatti è stata costituita una Commissione d’inchiesta, con i poteri della magistratura, che giudicherà, oltre ai comportamenti delle Banche, anche quelli della vigilanza e potrà proporre provvedimenti sanzionatori. Altra questione, con la quale si è fatta fin troppa confusione, è quella della nomina e del connesso rispetto di altri poteri, tutti di rango costituzionale, (Governo e Presidente della Repubblica) cui compete la nomina. Alla vigilia della scadenza del mandato del Governatore, il Parlamento avrebbe avuto il dovere, per rispetto istituzionale ed evitare possibili conflitti, di non interferire, riservandosi in altre occasioni di esprimere liberamente le proprie valutazioni sull’Istituto di Palazzo Kock e sull’efficacia della relativa vigilanza bancaria. Invece ha dato palesemente prova di voler entrare a gamba tesa nella procedura di rinnovo, condizionando gli organi cui era demandata costituzionalmente la decisione, principalmente il Governo. La scelta costituzionale di escludere il Parlamento da tale procedura di nomina risponde ad un preciso principio di non interferenza ed ha lo scopo di garantire la terzietà dell’autorità indipendente. Tutti questi indizi bastano a dimostrare in modo palese che stiamo assistendo al crepuscolo della democrazia, che è anche, forse principalmente, fatta di rispetto delle regole. A causa di tale stato confusionale, la nostra stessa Libertà appare gravemente in pericolo per la distorsione del significato profondo di molti ruoli e relativi limiti, cominciando da quello, in democrazia delicatissimo, dell’apparato mediatico.

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