E’ stato un discorso molto particolare, quello della Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia all’assemblea annuale tenuta lo scorso 26 maggio, un discorso libero, liberale e forse liberatorio, dai molteplici toni e pregno di emozioni.

A leggere la relazione del discorso della Presidente si potrebbe pensare di essersi imbattuti nelle pagine di un diario personale più che in un documento ufficiale, con una netta preferenza verso chiarezza e sinteticità espressiva su forma ed etichetta, tuttavia è questa caratteristica che lo porta ad essere efficace.

Già dall’inizio del discorso, pur con il patriottismo dovuto nell’ambito del 150esimo anniversario dell’Unita’ d’Italia, la Presidente non perde l’occasione di sottolineare che ancora siamo “una somma di interessi e forze e che è ora di diventare finalmente una nazione […] con obiettivi condivisi e un sentire e un agire comune”, anche in vista del futuro geopolitico che vedrà l’Italia sempre più marginale rispetto ai giganti economici crescenti, con il rischio di “scivolare nell’irrilevanza” se la nazione non riuscisse a restare compatta ma si abbandonasse a “pulsioni protezionistiche” che la indebolirebbero e dividerebbero drammaticamente. Le sfide imposte dall’economia globale “non si possono vincere senza tornare a crescere” perché “senza sviluppo economico, senza crescita, alza la testa il populismo e vengono messi in discussione i fondamenti stessi della democrazia”.

Proprio alla mancanza di crescita, causata principalmente da un declino nella competitività costante dagli anni settanta, è dedicato ampio spazio nel discorso, condito dalle tante iniziative concrete proposte da Confindustria nel corso degli ultimi anni, per lo più cadute invano per il disinteresse delle istituzioni e della politica, che non solo pensa ad altro, ha priorità diverse ma che è anche colpevole di aver permesso l’erosione della fiducia da parte di cittadini ed imprese.

Per uscire da questa situazione e’ necessario “uno scatto d’orgoglio di tutta la classe dirigente, che si abbassino i toni della polemica politica e che cessino gli attacchi e le delegittimazioni reciproche […] E’ questa la prima, grande, vera riforma di cui ha bisogno l’Italia”. Sul piano politico.

Su quello economico le due priorità assolute rimangono “le due vere emergenze, la stabilità dei conti pubblici e la crescita”, di fronte al rischio di perdere l’affidabilità finanziaria “nei confronti dei partner europei e dei mercati finanziari”, priorità che vanno gestite immediatamente “con semplificazioni e liberalizzazioni subito! Infrastrutture subito! Riforma fiscale subito!”.

Subito perchè il tempo “è un fattore discriminante. […] Temporeggiare o muoversi a piccoli passi è un lusso che non possiamo più permetterci”.

Non mancano rimproveri alla presenza pubblica diretta nell’economia, che raggiunge in alcuni casi “forme patologiche” (si prende ad esempio il referendum del 12-13 giugno prossimi e la gestione pubblica degli acquedotti, con il timore di un blocco degli investimenti privati in un settore che necessita di oltre 60 miliardi di euro di spese nei prossimi anni), ai costi della politica, all’inefficienza della burocrazia, alle ingiuste discriminazioni tra Nord e Sud (i cui livelli di crescita del Pil pro capite non sono affatto dissimili) e alla necessità di liberalizzazioni che da troppo tempo mancano e che penalizzano il sistema. “Occorre ridurre ciò che lo Stato fa oggi, lasciando più spazio ai privati e al mercato. Uno Stato che smetta di fare male il troppo che fa e che invece faccia bene l’essenziale che deve”.

Purtroppo con i risultati delle elezioni amministrative che tutti conosciamo, che finora hanno prodotto da parte del Governo la sola proposta di trasferire dei Ministeri al Nord, sembra meno realizzabile l’auspicio conclusivo del discorso: “se il risultato elettorale finale convincerà governo e maggioranza di avere davanti a sé ancora due anni di lavoro, la loro agenda deve concentrarsi su un’unica priorità, la crescita”.

Tuttavia, conforta sapere che i vertici di Confindustria abbiano lanciato un monito finale, dichiarandosi “pronti a batterci per l’Italia, anche fuori dalle nostre imprese, con tutta la nostra energia, con tutta la nostra passione, con tutto il nostro coraggio”.

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1 COMMENTO

  1. io continuo a credere che occorra inserire nel vocabolario di ogni italiano, la parola “collaborazione”. Ne sono fermamente convinto, anche perché provo sulla mia pelle le conseguenze della mancata collaborazione. A causa di una paralisi cerebrale infantile, non ho mai provato la gioia di camminare correttamente, figuriamoci di correre! Una squadra i cui componenti collaborano, nella convinzione che ogni passo va a vantaggio di tutti e di ciascuno, sarà sempre vincente. Viceversa, una squadra i componenti pensano unicamente al proprio tornaconto personale, sarà sempre perdente. O no?

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