Sul mio articolo “E se non fosse fantapolitica”, pubblicato oltre che su questo giornale sul mio sito Facebook, e relativo all’ipotesi di un Governo composto da membri estranei al Parlamento, sull’esempio – è il caso di ribadirlo –  delle Democrazie, che applicano in modo rigoroso il principio della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario)  è sorta una “querelle”.

I Governi cosiddetti Tecnici costituiti, in Italia – si è detto – non hanno mai offerto una buona prova di sé: gli ultimi sono stati addirittura disastrosi. Ergo: Preferiamo un governo di membri del Parlamento anche se non li abbiamo potuti scegliere direttamente, perché selezionati solo dai Capi dei Partiti.

La prima parte della considerazione è vera, ma da essa non va disgiunta l’altra secondo cui i Governi cosiddetti Tecnici, che hanno fatto rimpiangere quelli politici, sono serviti prevalentemente (e forse non a caso) a fare invocare il ritorno dei secondi sulla scena politica.

Essi non hanno mai avuto nulla in comune con i Governi di persone estranee al Parlamento (che “sappiano leggere e scrivere”, come dice un detto popolare), idonei a far guadagnare consensi, con il loro efficace operato, alle forze politiche che li sostengono con il voto parlamentare.

I Ministri che, nei cosiddetti Governi Tecnici sono giunti al loro incarico, sono stati chiamati, paradossalmente, proprio dalle forze politiche in difficoltà. Evidentemente per fare “da ponte”verso un auspicato ritorno del prestigio compromesso  di uomini politici claudicanti, se non proprio zoppi.

E ciò, sia attraverso la dimostrazione concreta dell’inadeguatezza dei cosiddetti Tecnici a capire i problemi politici concreti esistenti sul tappeto sia con la concessione di una pausa, necessaria in momenti di particolare gravità.

I Governi nominati nel rispetto del principio della separazione dei poteri sono selezionati, invece, dal responsabile politico designato (ponendo particolare attenzione alla loro, riconosciuta e apprezzata dalla società civile, capacità ed efficienza nell’operare) allo scopo di far trarre vantaggio, ai fini della propria fortuna elettorale, alla forza politica di sostegno.

Normalmente, nei Paesi dove il principio è rispettato, i Ministri, in base al motto popolare che “chi sa, fa e chi non sa fare, insegna” sono scelti tra operatori pratici della vita economica e civile della Nazione e non tra sedicenti esperti per astratti meriti accademici.

Non Governo tecnico, quindi, ma Esecutivo composto, a parte il Leader politico vittorioso, da gente estranea al Parlamento, scelta tra le professionalità più eminenti nei vari settori rilevanti della vita nazionale.

Negli Stati Uniti d’America, in Francia e in tanti altri Paesi del Pianeta di ortodossa e piena democrazia, un tormentone del genere di quello sollevato di fronte alla mia recente“opinione”, sarebbe stato inconcepibile.

In quei Paesi la presenza nell’Esecutivo (Ministri e Sottosegretari) di rappresentanti del potere legislativo (parlamentari) come di quello giudiziario (magistrati della pubblica accusa e di organi giudicanti) è vista come un’alterazione vera e propria del principio della separazione dei poteri tradizionali dello Stato e, quindi, è rigorosamente esclusa.

D’altronde, anche in Italia, se la dialettica democratica fosse correttamente ripristinata, consentendo al popolo di scegliere i propri rappresentanti, chi fosse indotto a investire energie e denaro per farsi eleggere deputato o senatore, dovrebbe chiedere ai suoi potenziali elettori di giudicarlo sulla sua idoneità a legiferare e a controllare l’attività di governo e non sulla sua capacità di governare.

E, invece, proprio chi viene eletto per funzioni legislative e di controllo e garanzia, chiede e, se gradito al capo-partito, ottiene di ricoprire incarichi di governo. Gestire, però, una branca della pubblica amministrazione è cosa  attinente ad una sfera ben diversa da quella del fare leggi. Si dirà che l’Italia non è il solo Paese a tollerare una simile anomalia  distorsiva  del principio di separazione dei poteri e che quindi mal comune è mezzo gaudio. Le condizioni, però sono diverse da Paese a Paese: in Gran Bretagna, per esempio, nel bilanciamento dei poteri dello Stato, vi sono la Monarchia e la Camera dei Lord e non è corretto invocare l’esempio inglese per non rispettare, in Italia, il principio di Montesquieu.

Il teatrino delle crisi frequenti, pilotate o meno, contro ogni logica di buon governo e l’avvicendamento continuo e ripetuto di parlamentari ambiziosi ed ansiosi nel ruolo ben diverso di governanti, costituisce un altro, non irrilevante, motivo per cambiare registro.

Inoltre, è anche agevole dimostrare che la presenza di “politici puri” in certi dicasteri a forte contenuto tecnico (e sono la maggioranza) è profondamente deleteria per il buon andamento della gestione degli affari pubblici.

E ciò, sia perché la mancanza di ogni competenza specifica conduce a un pressapochismo operativo che finisce con il delegare sostanzialmente la direzione effettiva del dicastero ai funzionari amministrativi, sia perché il parlamentare che diventi anche uomo di governo si sottrae, con assenze ripetute (che egli ritiene però giustificate dai suoi compiti ministeriali), alla funzione di legislatore per la quale ha pure – e soltanto per essa – ricevuto i suffragi.

Infine, il presidente eletto, pur considerato responsabile sostanzialmente unico dell’azione di governo, dev’essere libero di scegliere per amministrare le persone che ritiene più idonee e non deve essere costretto a farlo tra i parlamentari che, in astratto, potrebbero non avere la giusta “vocazione”. Oltre al fato che il parlamentare che svolge funzioni di governo è spesso indotto dai suoi interessi elettorali a privilegiare una visione molto “campanilistica” dei problemi sul tappeto e non quella equidistante e soprattutto distaccata dalla considerazione di esigenze locali.

Detto questo, c’è da aggiungere che i tecnici chiamati dal Presidente del Consiglio dei Ministri a dirigere la pubblica amministrazione, negli Stati dove il principio della separazione dei poteri è rigidamente attuato, sono persone con una forte e significativa coloritura politica. La politicizzazione dei Ministri settorialmente competenti è, infatti, in quegli Stati così evidente che il Presidente ha un potere di guida e di indirizzo politico assolutamente incomparabile con quanto avviene oggi in Italia e che giunge sino alla revoca dei titolari dei Dicasteri.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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