Franco Angeli editore, Milano 2017, pp. 136, € 19,00

Da quando è d’evidenza solare che l’Italia (soprattutto) ed il mondo occidentale (meno) attraverso una fase più che di crisi, di decadenza, si sono moltiplicati saggi e contributi che ne analizzano cause, ragioni e formulano ipotesi. Fino a qualche anno fa ciò sarebbe stato pressoché impossibile, anche perché contrari all’ideologia dominante del progresso che rifiuta la concezione ciclica della storia, quella cioè apprezzata e condivisa da gran parte del pensiero occidentale: da Platone a Polibio, da Machiavelli a Pareto, da Vico ad Hauriou (tra i tanti). Onde a parlare di decadenza, si contestava il pensiero unico, e soprattutto i suoi beneficiari e i suoi occhiuti sacerdoti, sempre pronti ad emarginare, denigrare, “staccare la spina” a chi demistificava le illusioni (le derivazioni, avrebbe scritto Pareto) da loro confezionate ad uso e consumo dell’opinione pubblica. Improntato ad un sano realismo, questo saggio ricorda aspetti della vita pubblica italiana, segni evidenti di grande debolezza e di mali irrisolti. Ad esempio: l’Italia è una democrazia? All’uopo l’autore ricorda che a dispetto della “centralità” del Parlamento “la sostituzione del governo negoziata dal presidente della Repubblica in interazione con Stati esteri, ha mostrato la possibilità di situazioni ai limiti, e forse oltre, della legittimità democratica. È ovvio annotare quanto tale disordine istituzionale dipendente da difetti costituzionali comprometta la governabilità interna dell’Italia e il suo potere negoziale esterno. I cambiamenti di governo, se si volesse mantenere la forma di governo parlamentare, devono essere decisi dal Parlamento”. Cui si può aggiungere che dei quattro Stati che cambiarono il governo nel 2011-2012 in Europa (in piena crisi) e cioè Francia, Spagna e Grecia l’Italia fu l’unica a farlo senza chiedere il parere o il permesso al popolo. A conferma del distacco sia del sistema dalle procedure democratiche, sia della considerazione che le élite (esterne ed interne) hanno degli italiani. Non c’è da sorprendersi, poi, su quali siano state le conseguenze del governo “tecnico”: “l’impatto devastante, più che della crisi finanziaria globale del 2007-2008, di quella del rigore depressivo, il cui picco è stato tra il 2011 e il 2013, che ha distrutto ben 1/5 della capacità produttiva italiana e più di un milione e mezzo di posti di lavoro, creando un cedimento nella struttura del sistema economico italiano”.

Ne consegue da un lato che siamo in pieno declino, ossia di perdita di potenza; dall’altro che non siamo né una vera democrazia, né uno Stato indipendente.

Diversamente da altri saggi – di recente pubblicati – sulla decadenza italiana (e non) tuttavia in questo libro ci sono proposte per ricostituire una comunità nazionale (ed istituzioni) efficienti e “in ripresa”, cioè dare avvio ad un nuovo ciclo politico.

Pelanda prende le mosse dal difetto dello Stato sociale del XX secolo che è stato di basarsi su modelli socialisti, cioè sulle garanzie redistributive passive “Le garanzie redistributive oggi vigenti negli stati sociali europei sono classificabili come “passive” per due motivi. Passive, sul piano tecnico, perché deprimono la vitalità del mercato. Passive, sul piano sociale, perché finanziano la debolezza invece della trasformazione dei deboli in forti”. Questo perché “la domanda di garanzie si è caratterizzata come redistribuzione del capitale togliendone una parte al profitto, assumendo che comunque la crescita dell’economia e il profitto stesso c’erano e ci sarebbero stati sempre e comunque. I concetti di creazione della ricchezza e di diffusione della stessa furono separati e non si vide la relazione tra forma delle garanzie e loro effetto depressivo sul ciclo del capitale”. Dato che lo “Stato sociale” è comunque un punto fermo, si tratta di trovare (o ritrovare) delle garanzie che non abbiano effetto depressivo sulla creazione di ricchezza, ma “il giusto mix non può esistere fino a che la garanzia passivasottrattiva”, cioè di protezionismo sociale rimane uno dei termini. Nella formula di bilanciamento ci sono due fattori da equilibrare: libertà di mercato e garanzie redistributive e/o di protezionismo sociale … Tali garanzie sono finanziate dal fisco, cioè da un costo che pesa sulla volontà di investire da parte del capitale per meno prospettiva di profitto … Così la minor crescita dell’economia rende insostenibili i costi delle garanzie e lo stato sociale basato sulle garanzie passive non riesce più a tenere in equilibrio i conti pubblici”. Di conseguenza “Le soluzioni delle garanzie attive, semplificando, è quella di rendere massima la libertà del mercato per ottenere una crescita costante della ricchezza rendendo anche il massimo del numero di individui che accede al mercato. Si tratta di una formula di “doppia massimizzazione” che punta a un ciclo dinamico del capitale”. A tal fine “Stato e mercato non possono essere due entità in conflitto – cosa implicita nella ricerca del giusto mix tra oggetti contrapposti – ma sono convergenti per rendere fluido il ciclo stesso. E come possono convergere Stato e mercato? Facendo ciascuno il proprio mestiere. Lo Stato deve dare garanzie, il mercato ricchezza. La teoria socialdemocratica, invece, concepisce uno Stato che fornisce ricchezza e un mercato che dia garanzie”. Le garanzie attive sono erogate “in logica d’investimento allo scopo di facilitare l’esercizio della libertà economica” il concetto di queste è “investimento per una ricchezza crescente e non redistribuzione di un monte di ricchezza erogato via sottrazione della ricchezza sistemica stessa. Così la garanzia può accendere un ciclo produttivo e non improduttivo del capitale”. In questa prospettiva è particolarmente importante la formazione/qualificazione del capitale umano.

Come scrive l’autore, al contrario, nell’attuale fase di decadenza e rigore sono stati proprio gli investimenti per la formazione ad essere penalizzati “negli ultimi decenni in Italia, nell’ambito dell’azione di riequilibrio contabile della spesa pubblica, quella per la formazione sia stata tagliata molto di più di quella per finanziare apparati amministrativi che, anzi, non appare sostanzialmente ridotta”. Le garanzie redistributive passive poi, sono concentrate nel periodo dell’età lavorativa e carenti sia nella fase di formazione che in quella di quiescenza, con effetti paradossali e controproducenti. A ciò si aggiunge che “in molti modelli del welfare, e particolarmente in quello italiano, si osserva una compressione delle funzioni statali essenziali a favore dei costi crescenti di garanzie assistenziali passive improduttive e di apparati amministrativi per lo più inutili”.

Il nuovo modello di welfare si deve fondare su due pilastri: libertà di mercato e garanzie attive di qualificazione del capitale umano. Oltre, s’intende, alla riduzione della pressione fiscale, e al recupero del rilievo internazionale dell’Italia, giunta ai minimi termini quando un Presidente del Consiglio, dopo un viaggio all’estero, dichiarò (con giuliva serenità) che doveva  fare i “compiti a casa”, assegnatigli dai governi stranieri.

C’è questo e molto altro nel saggio, come la prospettiva di un nuovo ordine internazionale cui è dedicata l’ultima parte del volume. Ma data la dimensione di questa recensione, si rinvia alla lettura, concludendo con qualche nota di commento.

Se è vero che il declino è sotto gli occhi di tutti, non è men vero che la consapevolezza dello stesso e soprattutto dei mezzi per uscirne è di gran lunga inferiore. Manca una classe dirigente con le idee chiare, mentre permane per forza d’inerzia quella vecchia. Ma, ancor più, non c’è la chiara e diffusa convinzione della necessità vitale di avviare un nuovo ciclo politico e in un quadro di riferimento realistico e non illusorio.

Il saggio di Pelanda è basato su argomenti e valutazioni realistiche, cioè quella attraverso le quali si fa politica (nel senso migliore della parola). Ma nel contesto sociale attuale sono forti le illusioni. Ad esempio (e soprattutto) il buonismo. Il quale è esattamente un tipo di ragionamento irrealistico. In questo contesto il realismo è rivoluzionario.

Le due rivoluzioni borghesi,  quella americana e quella francese si fondavano su un cambiamento (già compiuto in gran parte) per cui le soluzioni rivoluzionarie erano fondate sul senso comune. Tant’è che Thomas Paine chiamò common sense il pamphlet con cui sosteneva le aspirazioni degli americani all’indipendenza ed alla rivoluzione.

In una situazione come quella italiana, occorre un rovesciamento del senso comune, di cui si vedono i segni, anche marcati, ma non ancora decisivi, perché prevalentemente indirizzati al rifiuto del passato (prossimo) ma non ancora a costruire un futuro. E perciò di saggi come questo si sente la necessità.

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