La vocazione dell’Italia Unita di essere governata da sparute minoranze di prepotenti, nell’impotente silenzio di tanti rappresentanti del popolo, certamente non dotati di un “cuor da leoni” risale al 18 Novembre del 1923, data di approvazione della Legge Acerbo (n.2444).

E dimostra come sempre mal riposta sia stata la stima per i tanti personaggi ricordati dai nostri libri di Storia come insigni statisti se non “Padri della Patria”.

Quel provvedimento era stato esaminato, infatti, in una Commissione di “diciotto” membri di cui molti oggi riveriti se non venerati, nominata dal Presidente Enrico De Nicola.

Essa era diretta da Giovanni Giolitti e composta da Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra, Ivanoe Bonomi, Giuseppe Grassi, Luigi Fera, Antonio Casertano, Alfredo Falcioni, Piero Lanza di Scalea, Alcide De Gasperi, Giuseppe Micheli, Giuseppe Chiesa, Costantino Lazzari, Filippo Turati, Antonio Graziadei, Raffaele Paolucci, Michele Terzaghi e Paolo Orano.

I fascisti presenti in Commissione erano tre (Paolucci, Terzaghi e Orano, anche se quest’ultimo appartenente formalmente al gruppo misto); gli altri erano “democratici”,“liberali di destra” o di cosiddetto “centro”, “, “nittiani”, “amendoliani”, “riformisti”, “agrari” “popolari”, repubblicani”, “socialisti” e “comunisti”.

La legge, che modificava il sistema proporzionale, concedendo un cospicuo premio di maggioranza al partito che raggiungeva il 25% dei voti, era stata rimessa all’aula nel suo impianto originale, anche se approvata soltanto con dieci voti contro otto.

In aula, il disegno di legge “Acerbo” era stato approvato oltre che, com’era ovvio, dai “Fascisti”, anche dai “Popolari” (esclusi i seguaci di Don Sturzo), da molti “Liberali”(esclusi quelli di “Sinistra”) e da esponenti della “Destra” (tra i quali Salandra). Socialisti e comunisti avevano votato contro.

Il tentativo di “gabbare” gli Italiani, facendoli governare dai “decisionisti” di turno, era stato ripreso da Calderoli con una legge da lui stesso definita “una porcata” (si attribuiva il premio di maggioranza al partito di maggioranza relativa) ma non era finito lì. Dichiarata incostituzionale quella legge, se ne era proposta un’altra, ugualmente dichiarata illegittima dalla Consulta, e poi ancora un’altra, detta “legge Rosato”.

Quest’ultima è stata ritenuta, da somme autorità, del tutto ortodossa.

E ciò anche se priva l’elettorato della facoltà di scegliere i rappresentanti del popolo, delegata, invece, ai capi-partito, come nel nostro passato di “brigantaggio” ai capi-banda.

La Storia italiana, dunque, si ripete.

Chi ottiene il potere, in un modo o nell’altro (anche truffaldino) pronuncia sempre il fatidico: non mollare! E nelle scuole s‘insegna a esaltare come una virtù (più precisamente, la prudenza) di tanti nostri asseriti “statisti” quell’elemento caratteriale, tipicamente, italico, che in ordinamenti liberi e non condizionati da tabù, come quelli anglosassoni, sarebbe definito: viltà.

Su questo sentimento incontrollabile dell’animo italico non abbiamo, ovviamente, statistiche, sondaggi, rilevazione di dati.

Sappiamo di essere tra i Paesi più corrotti dell’Europa (ci supera solo la Bulgaria), tra i più longevi, tra i più ricchi di beni artistici e architettonici e così via, ma non sappiamo se dal 1923 al 2007 il tasso di vigliaccheria degli abitanti dello Stivale sia diminuito o aumentato.

Vi sono dei dati, però, che aprono il cuore alla speranza: la vittoria dei NO al referendum sulla riforma costituzionale (che avrebbe avuto un effetto più dirompente delle stesse leggi, nell’ordine cronologico, Acerbum, Porcellum, Italicum e Rosatellum, per usare il demenziale linguaggio invalso sui mass-media) e la disfatta (certamente non annunciata, ma molto prevedibile) di quei partiti su cui gli Italiani non possono non far ricadere le maggiori colpe del nostro attuale stato di crisi democratica.

Un altro elemento gioca a favore della fiducia in una ripresa di coscienza: nel 1923 i giovani, sotto la guida di falsi maestri di democrazia (e intrisi, invece, di reboanti “Verità” assolutistiche) si erano a loro volta “fanatizzati” e avevano dato al fascismo un caloroso “benvenuto”.

Oggi, grazie soprattutto alla sincerità del grande cinema anglosassone, tradizionale o televisivo “seriale”, i giovani possono facilmente cogliere le ipocrisie, le falsità, i “fake” del potere e del fasullo, ingannatore “politically correct”,  valutare la tronfia prosopopea dei “guappi di cartone” che affollano la nostra vita politica e dare una severa lezione agli “incerti e ai dubbiosi” di sempre, ai “pavidi” che si richiamano al buon senso e al benpensantismo per ingrossare le truppe dei codardi, nell’illusoria speranza di guadagnare, con la loro “prudenza” uno “strapuntino” nel salotto dei vincenti.

Rivoluzioni in Italia, certamente, non ve ne saranno di nessun tipo, nemmeno, purtroppo, “liberali” nel senso in cui il termine è stato adottato nell’Europa degli Assolutismi autoritari.

Uno spirito di rivolta, però, potrebbe esserci: contro i “parrucconi” dell’Accademia più servile e strumentalizzata per fini di potere e della Burocrazia più prona ai voleri dello Stato-Autorità, voluto da Monarchi e da Tiranni della parte Continentale delle vecchia Europa, aspirante al titolo di “giudaico-cristiana”; contro i mestieranti della politica, sempre alla ricerca di cadreghini su cui sedersi, offrendo ossequio ai potenti di turno o quelli supposti tali; contro i corrotti e i corruttori che ci assegnano non graditi primati; contro il tappo messo alle facoltà intellettive e speculative (nel senso filosofico) degli Italiani (e di tanti Europei) con assiomi e dogmi tutti da verificare.

E’ questo l’augurio di un collaboratore INDIPENDENTE di questo giornale on line che è l’unico, è doveroso dirlo, a offrirgli una tribuna da cui esprimere il proprio pensiero.

 

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