Una valutazione del voto in Sicilia (da tutti i commentatori politici, considerato come prodromico alla consultazione nazionale della prossima primavera) deve essere fatta con strumenti di analisi che solitamente non sono consueti in Italia, dove  gli osanna, le recriminazioni e le condanne sono simili  alle reazioni dei tifosi dopo una partita di calcio.

Certamente, in Sicilia, esaminando i dati della votazione,  è uscito sonoramente sconfitto il Renzismo; da qualche anno, egemone nella politica del Partito Democratico, anche a dispetto dei molti errori commessi da quel leader.   La politica tracotante, verbosa, e al tempo stesso inconcludente imposta a una forza politica di ben diversa cultura e tradizione ha condannato a una severa batosta un partito che, prima della “svolta”referendaria, sembrava veleggiare verso mete sempre più ambiziose.

Oggi, è verosimile che esso dovrà, necessariamente, accodarsi (“patteggiando”) ad altre forze politiche più fortunate se non vuole scomparire del tutto dal panorama della vita pubblica italiana, alle prossime elezioni nazionali.

In apparenza, poi, sembra essersi posto in pole position per la corsa al voto politico nazionale Silvio Berlusconi, leader del Centro-Destra, vittorioso in Sicilia.

La realtà, però, potrebbe riservare delle sorprese al leader di Forza Italia. Governare una Regione sull’orlo del fallimento non sarà facile e accentuerà certamente i dissidi, già peraltro notevoli, tra le tre componenti  che, in base al  meccanismo del Rosatellum, dovrebbero fare scelte pre-elettorali comuni; non agevoli per almeno due di esse.

La mancata vittoria del Movimento Cinque Stelle, infine, congiunta alla sua indubbia affermazione in termini di numero di voti e alla vastità del fenomeno astensionistico (che rappresenta pur sempre una protesta muta dell’elettorato) dovrebbe, infine, essere considerata dagli analisti come la posizione migliore tra quelle raggiunte dalle tre forze che si sono battute in Sicilia, per vari motivi.

In primo luogo, Grillo-Di Maio & company non avranno il problema di doversi occupare di una realtà fallimentare, praticamente ingovernabile e potranno assistere, come suol dorsi “in panciolle” ai dissidi interni al Centro-Destra.

Il contrasto, come ho già scritto su questo giornale, potrebbe portare a un avvicinamento di Salvini ai Pentastellati, per la prossima consultazione nazionale.

E ciò non solo per motivi di un prevedibile calcolo elettorale (reso obbligato dal “Rosatellum)”, ma per una posizione di partito “anti-sistema”, che è da sempre, nel DNA, della Lega (non a caso privata dal Segretario della specificazione “del Nord”, per estendere il suo campo di lotta.).

Ovviamente, il momento di governare a livello nazionale con un Governo diretto da un suo leader non sarebbe eludibile, in caso di vittoria alla consultazione nazionale, da parte del Movimento Cinque Stelle, che, sinora, però, non ha dato buona prova di sé nelle amministrazioni locali conquistate, anche a giudizio dei suoi stessileader; per inesperienza e, talvolta, imperizia.

Per contrastare il rischio di una perdita di consenso, conseguente sia a un deficit di capacità nella gestione della res publica (o reale o comunque addebitato al Movimento dalla quasi totalità dei mass-media pregiudizialmente ostili) potrebbe essere utile, ai leader del Movimento, il ricorso a un’applicazione ortodossa e rigorosa del principio della separazione dei poteri, dichiarando di voler tenere ben distinta l’attività legislativa da quella esecutiva, come avviene nelle democrazie più mature e consolidate (l’esempio della Gran Bretagna non sarebbe pertinente, per la presenza in quell’ordinamento di una Monarchia con poteri sui generis e di una Camera dei Lord).

Naturalmente, le competenze e le professionalità necessarie per governare non andrebbero ricercate nell’Accademia, dove c’è gente che ha sempre insegnato ma non ha mai fatto altro, ma tra operatori pratici dell’economia, della finanza, della produzione, delle professioni, scelti tra quelli che hanno già dato prove positive delle proprie capacità; non quindi un governo di “professori” di cultura libresca e meramente teorica, ma di gente pragmatica ed efficiente.

Il buon governo di una compagine selezionata unicamente per  meriti acquisiti nell’attività svolta, ricostituirebbe un collegamento con la società civile e, in caso di risultati favorevoli, contribuirebbe, probabilmente a “tagliare” la percentuale degli astensionisti; a tutto vantaggio dei movimenti “anti-sistema”.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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