La rivalità oppone l’India al Pakistan dalla partizione del 1947, quando la Gran Bretagna “abbandona” questa parte del suo Impero. I musulmani si riuniscono in quello che sarà il Pakistan, e gli Indu confluiscono nell’Unione Indiana. Ma tra i due nuovi Stati esiste da subito uno spinoso contenzioso territoriale chiamato Cachemire. Nel 1948 scoppia la guerra per il controllo di questa regione popolata da musulmani. L’ONU impone il cessate il fuoco e una linea di demarcazione che divide la regione in due. In vano. Nel 1965 e nel 1999, l’India e il Pakistan si affrontano ancora, sembra una stupida presa di posizione, anche un po’ anacronistica nella sua strategia, ma i protagonisti sono due stati “giovani”, e uno dei due, il Pakistan, vive, cresce e brucia nella prospettiva della guerra contro il suo vicino. I militari pakistani vedono l’India ovunque, sono ossessionati dall’idea dell’accerchiamento: se l’Afghanistan, ad ovest, passa sotto l’influenza di Delhi, il Pakistan viene preso a tenaglia. Così, i dirigenti pakistani cominciano ad interferire nella politica afghana. Sostengono prima i mujahidin più radicali, e poi il regime dei talebani.

Oggi, nonostante l’intervento militare internazionale, mantengono i legami con tutti gli attori di questa crisi, soprattutto con i talebani afghani, che considerano ancora come la loro carta vincente. Da parte sua, New Delhi si è sempre dimostrata ostile nei confronti dei talebani che considera “creature” dell’ISI (servizi segreti pakistani). Nel 1990 sostiene la resistenza  dell’Alleanza del Nord, diretta dal comandante Massoud, “il leone del Panjshir”, che lottava per un Afghanistan libero, indipendente, democratico, ostile ai sovietici e ai talebani. Fu assassinato due giorni prima dell’11 Settembre. L’India, approfitta della caduta del mullah Omar (2001) per riprendere piede in Afghanistan, dal 2002 partecipa attivamente agli sforzi internazionali, ed ha stabilito quattro consolati a Herat, Jallalabad, Kandahar e Mazar-el-Charif, diventati l’incubo dei pakistani, che non ci vedono altro che la base logistica dell’intelligence indiana, con l’ “unico” fine di destabilizzare i territori di confine, come il Beluchistan. In questo contesto generale si inseriscono i problemi “interni” dei due paesi. In Pakistan l’equilibrio è precario. Lo spettro del terrorismo prende le forme di una minaccia polimorfa, permanente, davanti alla quale la popolazione rimane terribilmente esposta, indifesa, e le autorità incapaci di farsi valere. La guerra in Afghanistan ha contribuito alla creazione del TTP (movimento dei talebani pakistani) molti di etnia pachtoun. L’unione dei talebani pachtoun afghani e pakistani terrorizza il Pakistan che teme per la sua integrità territoriale. Combattendoli in Waziristan e nello Swat, il Pakistan ha perso più di 3000 soldati e 4200 civili a causa di attentati perpetrati dal 2007. Tale situazione, aggiunta alle paure nei confronti dell’India, nuovo partner degli USA (i due paesi si sono molto avvicinati dalla visita del primo Ministro Singh a Washington), è insopportabile per Islamabad.

Da parte sua, anche l’india ha i suoi problemi. Il terrorismo Indu non è più una chimera, sia il contesto storico che ha visto la nascita dei due stati, sia gli eventi recenti (attentati, guerra tra clan, terrorismo), sembrano darci ragione: i musulmani sono i colpevoli ideali, che siano pakistani o indiani. Non verrebbe mai in mente di accusare gli “swami”, gli sadhus o gli sadhvi (monaci e asceti). Ma non dimentichiamoci che Gandhi è stato ucciso da un fanatico Indu, Indira Gandhi dalle sue guardie del corpo sikh, Rajiv Gandhi da un kamikaze delle Tigri Tamul. Dal 2006-2007 una mezza dozzina di attentati sono imputabili  ai terroristi Indu (sicuramente in risposta agli attentati islamici). Delhi, Bombay, Ahmedebad, Jaipur Bangalore da una parte, Melegaon, Ajmer, Heyderebad dall’altra. E poi c’è l’Intifada Cachemire. Dal 1989 decine di migliaia di persone sono state sottoposte a violenza nella regione più militarizzata del mondo, che chiede solo tre cose: smilitarizzazione e fine delle atrocità commesse, autonomia federale e dialogo con il Pakistan. Il Paese di Gandhi e Nehru potrebbe, in effetti, aumentare il suo prestigio  dando un po’ di speranza ad una delle regioni più pericolose e complesse del mondo. E il Pakistan? Questo Stato semi fallito deve assolutamente migliorare il sistema scolastico, i servizi pubblici, l’economia e mettere fine alla corruzione affinché i gruppi radicali (LET, Partito dei Puri, e JuD, Partito del Proselitismo, TTP) non possano attirare i giovani, senza futuro ne speranza, nelle loro scuole. Altrimenti questo paese di 180 milioni di abitanti, dotato di testate nucleari, che si dipinge come modello esemplare di Stato islamico rischia di far esplodere tutta l’Asia del Sud. Chissà che alla fine la diplomazia, che si chiami “diplomazia del cricket”, o diplomazia tout court, nella sua banale semplicità, non riesca a prevalere su contorte ripicche che si trascinano da anni, considerando che tutti e due i paesi, entrambi ex colonie della Gran Bretagna,  devono aver “per forza” assorbito un minimo di cultura “british”,  Stato “diplomatico” per eccellenza.

CONDIVIDI