Non è accettabile che l’offerta turistica sia sostanzialmente in mano ai poteri locali. Occorre porvi rimedio con immediatezza. Le norme costituzionali e ordinarie in materia di turismo e di gestione del territorio sono inadeguate a favorire uno sviluppo dell’afflusso edonistico di stranieri in Italia.
E’, certamente, interesse precipuo dello Stato il rilancio dell’economia dell’intero Paese ed è evidente che il turismo è una posta importante. In conseguenza, soltanto lo Stato, con adeguate e urgenti, infrastrutture, può assicurare lo sviluppo viario e ricettivo sufficiente e solo lo Stato può porre la dovuta attenzione alla protezione e valorizzazione dell’intero patrimonio culturale della Nazione. Il ritorno economico anche a favore delle singole Regioni e dei privati non è un prius ma un posterius.
Non è, poi, sufficiente limitarsi a imporre alle Regioni (che hanno così mal fatto sinora) l’osservanza di disposizioni generali e comuni su attività culturali e turistiche. Occorre molto di più.
Nel Bel Paese, molti tronconi di strada e di linee ferroviarie (TAV in Val di Susa e non solo) finiscono nel nulla, a causa di ostacoli misteriosamente frapposti all’esecuzione di opere. I turisti non riescono ancora a raggiungere luoghi di splendida bellezza se non a dorso di mulo o dei pochi asini ancora esistenti: molte località sono in pratica irraggiungibili, quasi inesplorate e prive di strutture alberghiere.
Dotarsi d’infrastrutture stradali e ferroviarie di grande comunicazione per raggiungere comodamente tutti i luoghi di grande interesse per i visitatori è un must per l’intero Paese.
Se tali infrastrutture possono sorgere solo con l’impegno di grandi capitali, pubblici e privati, ben vengano i sostegni, oltre che nazionali, anche stranieri.
Potenziare i servizi e migliorare la qualità dell’offerta turistica significa anche rivitalizzare il nostro patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico e culturale oltre che garantire al Paese un’importante fonte di entrate.
Il disinteresse sin qui avuto dagli Italiani per il turismo è dimostrato dall’assenza del Paese “Italia”, unitariamente considerato, nelle fiere mondiali del Turismo. Vi sono le singole Regioni e l’Ente nazionale per il turismo è semplicemente fantasmatico.
Eppure, il ruolo dell’Italia nel settore del turismo soprattutto internazionale avrebbe potuto e dovuto essere ben chiaro anche ai governanti e ai legislatori dei tempi dell’Assemblea Costituente.
La pletora di alberghetti alimentata dai contributi a pioggia della vecchia politica degli anni di Peppone e di Don Camillo, vero emblema dell’Italia paesana e casareccia, ha deturpato le nostre coste e attirato i soli viaggiatori di scarsa pecunia, desiderosi di menù a prezzo fisso e di pacche amichevoli (friendly) dell’oste sulla spalla, al momento del commiato.
In tale campo, si è resa, più che in altri campi, clamorosamente evidente l’insipienza normativa dei legislatori e dei governanti della nostra res publica, che non hanno neppure compreso il danno procurato alla collettività dalla mortificazione di una delle nostre maggiori risorse.
Persino, una prescrizione dell’Unione Europea relativa ai litorali del continente, detta dal nome del suo ideatore direttiva Bolkestein, è stata ostacolata dai poteri dello Stato e delle Regioni per motivi politici di bassa natura clientelare. Eppure essa avrebbe potuto dimostrarsi molto utile, in Italia. L’Unione intendeva, probabilmente, evitare lo spezzettamento degli arenili italiani (e di altri Paesi Euro-continentali) in miriadi di piccoli stabilimenti balneari per consentire insediamenti di resort muniti di ogni confort, secondo i modelli americani e asiatici. L’Italia si è opposta tenacemente perché le gare sarebbero state a livello europeo e la clientela politica di ras locali avrebbe potuto essere danneggiata.
L’importanza del turismo per la nostra economia l’avevano compresa, in parte, nel Sud, gli albergatori e i camerieri in smoking bianco delle mete del Gran Tour (Amalfi, Ravello, Positano, Sorrento) non ancora disorientati, nell’amore per la loro attività, dalle visioni avveniristiche-industrial-moderniste dei compatrioti Settentrionali, che avevano dileggiato l’abbigliamento di quei lavoratori per esaltare le tute blu degli operai delle fabbriche.
Il turismo è molto cambiato dai tempi del Grand Tour; e si è soprattutto allargata la platea degli utenti.
I viaggiatori di oggi sono stati viziati dalle comodità, dal confort e dai divertimenti e dagli svaghi anche sportivi, offerti dai grandi resort & spa delle maggiori compagnie alberghiere mondiali.
Il cliente di questi hotel immersi nel verde e spesso dotati di Salus per aquam, di campi da golf, da volley ball e da tennis, di piscine olimpioniche e di maneggi non intende avere alcun problema di noia da inattività: vuole impegnare l’intera giornata in modo vario.
Le nostre coste sono, invece, tuttora piene di piccoli alberghetti eretti da modeste imprese dirette da capo-mastri e gestiti in modo familiare, del tutto inadeguati alle richieste di turisti esigenti.
Sbaraccare tutto ciò che deturpa il nostro litorale e ricostruire ex novo grandi complessi ricettivi con l’apporto di notevoli capitali d’investimento, anche stranieri sembra un must necessario; ma occorrono adeguate competenze e visioni non provinciali.
Perché ciò avvenga, va richiesto a Governi e a Parlamenti di nuovo conio non solo uno spostamento anche totale di competenze dalle Regioni all’autorità centrale ma un mutamento radicale delle regole del governo del territorio e dei conseguenti strumenti urbanistici.
Nel mondo globalizzato non ha senso alcuno chiedersi di chi siano i capitali investiti in intraprese utili e proficue. Se esse portano benessere, ben vengano anche finanziamenti stranieri. La pecunia non soltanto non olet, ma, oggi, non ha neppure più carta d’identità! E d’altronde, oggi, grazie alla sin troppo mitizzata Unione Europea, non facciamo la spesa quotidiana in Supermercati francesi e acquistiamo generi di lusso e profumi in variamente griffati negozi, tutti, ormai, in mano dei nostri cugini d’oltralpe?
L’Italia è un Paese ricco di bellezze architettoniche ma tra esse molte sono private e in mani italiane. Ebbene, in odio ai ricchi e ai nobili della nostra antica aristocrazia, la politica resa possibile dalle nostre norme, costituzionali e ordinarie, è stata punitiva per le dimore storiche e di pregio che sono divenute, in conseguenza, cadenti e fatiscenti. E non suscettibili, quindi, di quelle utilizzazioni economiche che sono state possibili, non solo nella pragmatica Gran Bretagna, ma anche in molti altri Paesi della parte continentale dell’Europa, dove quelle dimore sono state valorizzate e utilizzate e hanno dato (e danno) lavoro a molta gente.
Il patrimonio architettonico, artistico, storico, culturale e l’incremento delle attività di alta tecnologia, soprattutto elettronica e digitale non trovano adeguata protezione nell’articolo 9 della Costituzione. La sua formulazione risente dell’eco di un odio per i ricchi (nascente anche dalla parabola del cammello e della cruna dell’ago oltre che dalla fiducia nel “sole dell’avvenire”) di cui vi sono molte altre tracce nella nostra Carta fondamentale.
Per non favorire gli abbienti, soprattutto aristocratici, si è privato il Bel Paese di una fonte inestimabile di ricchezza utile a tutti. Le nostre dimore storiche cadono a pezzi: pagano il fio di essere state le residenze della vecchia nobiltà di varia origine monarchica (quella papalina aveva soprattutto terreni e pascoli che hanno favorito il “sacco” di pregevoli città). La nostra pseudo-rivoluzione con molto ritardo rispetto a quella vera francese ci ha imposto anche di fare tutto male e contro-tempo.
In definitiva, per incrementare il flusso dei turisti verso il nostro Paese, occorre che si pongano tutte le premesse per offrire al mondo la godibilità del nostro paesaggio, del nostro clima e del patrimonio artistico, storico e culturale ereditato dai nostri avi.
Rimuovere gli ostacoli al raggiungimento di un risultato positivo significa anche evitare, con leggi adeguate, che il business relativo si sviluppi, in Italia, tra entità in quell’odore tutt’altro che accettabile di poca rettitudine operativa cui ci hanno abituato “il perdonismo cattolico” e “il buonismo comunista”. E’ questo l’ altro must per un buon-governo del Paese di cui abbiamo, peraltro già parlato.

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