“Rivoluzione liberale” è il titolo molto impegnativo del giornale su cui scrivo e, per quanto la mia sia solo l’opinione di un “indipendente” (legato all’aggettivo “liberale” per un amore sconfinato per la libertà, ritenuta unica e vera ricchezza dell’essere umano) è per me molto difficile sottrarmi alla suggestione di scrivere qualcosa di veramente “rivoluzionario”.

Per farlo, mi sembra che una “premessa” sia necessaria: l’Europa continentale fa parte dell’Occidente ma non è né la Gran Bretagna (come “la RAI non è la BBC”, diceva una canzonetta) e né l’America del Nord: la sua storia, è profondamente diversa.

La terraferma Europea vive da due millenni in un clima di sostanziale autoritarismo, strisciante ma diffuso: esso ha perso qualcosa, nel corso dei secoli, in profondità, ma non in estensione.

Le Teocrazie, le Monarchie assolute, le Tirannidi che vi hanno imperato hanno lasciato un segno indelebile che è espresso da alcune “mitizzazioni” e da molti “luoghi comuni” (ripetuti, ovviamente, senza avvedersi della loro insidiosa natura).

Un “mito”, duro a morire e che per un vero individuo amante della libertà andrebbe tempestivamente rivisto è quello delle cosiddette “Culle del Diritto” che avrebbero prodotto le Costituzioni Europee e i relativi Ordinamenti giuridici.

Uomini politici, che si dichiarano democratici, anche se del tutto indifferenti ai problemi della polis e corrotti fino al midollo per il loro inestinguibile attaccamento al Potere da essi conquistato (e mantenuto per fini di sopravvivenza, come quello delle ostriche allo scoglio) sono legati a filo doppio a un tale luogo comune. E ciò, con il sostegno di un’Accademia memore di essere stata creata da Platone proprio per rafforzare quell’autoritarismo che era il nutrimento indispensabile della sua filosofia.

In altre parole, un uomo profondamente liberale, di stampo empiristico e pragmatico, non può non avvedersi che la cosiddetta Maestà collegata alle Costituzioni di Stati formatisi e cresciuti nell’alveo autoritario Europeo, abbia i piedi d’argilla e debba essere condannata a non vivere a lungo, se non si vuole rinunciare a una futura, vera e sostanziale, libertà.

Certo: a livello concettuale, la mentalità ancora dominante nel Continente non è quella individualistica-liberale e continua, invece, a essere quella autoritaria fondata su  basi ideologiche “comunitariste” (cattolica, comunista e persino fascista) e rafforzata da falsi e strumentali “buonismi” e ossequi ad Alti Valori Umanitari.

Il che significa che la maggioranza per cambiare registro ancora non v’è e si può solo sperare nelle giovani generazioni, rese, con il passare del tempo, più disincantate, irridenti e sincere dalla lezione del cinema e della fiction televisiva degli Anglo-americani.

Bisogna allora accontentarsi di seguire il consiglio Virgiliano del contadino che serit arbores quae alteri saeculo prosint.

Per trovarne la forza e la spinta, bisogna pensare che il nostro Paese ha, intanto, resistito a tutti i conati di cambiamento in peggio, diretti a inasprire l’autoritarismo di cui ogni Costituzione Europea, per la sua genesi, è permeata; e che sta alimentando un voto di protesta contro i vecchi “parrucconi” della politica, cosiddetta prudente,  di destra, di centro e di sinistra, che s’avvicina molto al voto libero e non condizionato dagli establishment consolidati, proprio di democrazie extra-europee liberatesi, di recente, da ipoteche burocratiche, industriali, finanziarie e intellettualistiche radical-chic.

Segnali d’inquietudine per lo stallo e l’incapacità di pensare alla nostra Carta fondamentale in termini di maggiore libertà, sono apparsi negli ultimi tempi, anche sui nostri mass-media.

A tacer d’altro, c’è chi ha lamentato quanto sia difficile in Italia “imbattersi in una lettura della Costituzione che non sia esclusivamente elogio” e chi ha  sostenuto che la nostra Carta rappresenterebbe una “perversione dello stessoconcetto di Costituzione”, perché “anzi che garantire la protezione sostanziale e assoluta degli individui e dei loro diritti sarebbe, una indicazione di modi per ottenere risultati di diversa  natura, attraverso la prescrizione di caratteri dell’azione pubblica piuttosto che dell’intangibilità delle persone e dei beni”

Per altri, il termine di paragone più appropriato per la nostra Costituzione sarebbe la Carta sovietica. E ciò non solo per la sua magniloquente “retorica del lavoro”, ma perché orientata a stabilire una road map per le Istituzioni statali nel loro  conato di “smontare e rimontare la società a proprio piacere”, per il raggiungimento di fini non individuali ma dello Stato-Autorità, amato da tutti i despoti Europei.

C’è stato anche chi ha fatto anche delle incisive esemplificazioni.

La proprietà privata subordinata alla funzione sociale ha rappresentato certamente un bel passo avanti, rispetto  alla proprietà intesa come “furto” dall’ideologia marxista-leninista, ma non è certamente espressione di una Costituzione liberale. Essa resta un diritto “figlio di un dio minore”; soprattutto ai fini dell’indennizzo, certamente modesto,  nel caso degli espropri.

Il diritto di sciopero elevato a rango costituzionale, in dispregio al rilievo che “una Costituzione dovrebbe garantire i liberi contratti dei cittadini e non la loro violazione con gli scioperi di protesta” è riconducibile unicamente a un pensiero “catto-comunista”.

In definitiva, non manca nel Paese chi, conclusivamente, sostiene che la nostra Carta fondamentale “fa il contrario di ciò che una  Costituzione dovrebbe fare: non protegge la Società dallo Stato ma dà allo Stato gli strumenti per dominare la Società”.

In un Paese, però, dove il peso delle ideologie continua a determinare il corso della storia e della vita politica degli Italiani, gli eventuali e futuri riformatori della Carta in direzione individualistica-liberale dovranno armarsi di molta buona volontà e di tanta certosina pazienza; anche per sottrarsi al pericolo del c.d. fuoco amico di liberali, anche dichiarati, che non sono riusciti, però, a liberarsi dell’autoritarismo strisciante, tuttora respirabile nel Paese dove sono nati e cresciuti.

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