Uno dei “tormentoni” più ricorrenti nelle conversazioni salottiere della “gente-bene” della Capitale e della vasta Provincia Italiana è il tema del distacco delle giovani generazioni dalla Cultura (idealmente pronunciata sempre pensando a una grande C maiuscola iniziale).

C’è chi dà, la colpa, genericamente, al “turbinio della vita moderna” divenuto vorticoso (quello del Cynar e di Ernesto Calindri era solo una modesta anticipazione del tumulto attuale); chi, più specificamente, alle distrazioni offerte dal Web e ai richiami nozionistici, facili ed elementari d’Internet, oltre che alle deconcentrazioni mentali prodotte dai giochi delle Playstation e dalle troppe icone multicolori  dei cellulari; e chi, infine, attribuisce agli insegnanti post-sessantottini la responsabilità di avere trasmesso, ai loro innocenti allievi, quell’ignoranza, per cui, durante i noti moti studenteschi, era stato chiesto,  il potere più pieno (chiamandola, con imprevedibile pudore, col diverso termine di  “Immaginazione”).

Ora, non v’è dubbio, che l’appeal della “Cultura”, soprattutto italiana ma anche europea, sia in forte calo presso i giovani; ma alle ragioni enumerate ne va aggiunta un’altra.

In Europa, il pensiero degli intellettuali (e, probabilmente, anche altrove) non ha mai brillato per autonomia, indipendenza, amore sperticato per la libertà: ha subito, senza scosse eccessive, imposizioni teocratiche, monarchiche, oligarchiche, tiranniche.

Mai, però, era stato – esso stesso – all’origine dei più atroci, feroci, disumani, terrificanti stermini della storia dell’umanità, sino al cosiddetto “Secolo breve”.

Nel Novecento, a causa delle applicazioni politiche della filosofia idealistica tedesca (che aveva portato all’esasperazione e al parossismo l’autoritarismo latente, e irriguardoso dei diritti umani, già insito nell’idealismo Platonico), le stragi si sono susseguite alle distruzioni di intere città, i massacri  ai genocidi.

Orbene, c’è da chiedersi: tra i critici più inflessibili dell’ignoranza giovanile quanti sono i lettori e gli spettatori, entusiasti delle opere, letterarie, teatrali e cinematografiche di autori che, avendo inneggiato, sullo Stivale, a Hitler o a Mussolini (nelle gare ludiche cosiddette culturali o letterarie del regime fascista, denominate Littoriali) hanno propinato, poi, agli Italiani, alternativamente: a) in minor misura, opere nostalgiche del passato e sconfitto regime fascista; b) in misura di gran lunga superiore, opere di edificazione politica socialcomunista al fine di portare acqua al mulino dei nostrani filo-bolscevichi (spillando, per giunta, fondi pubblici ai codini governanti democristiani)?

Si può ritenere che tali esegeti e profeti del pensiero idealistico tedesco, nella doppia veste di ex fascisti o di post-comunisti siano i più idonei a difendere valori definiti, nobilmente, “culturali”? E ciò, con il sostegno, sommesso e farisaico, dei discendenti di quei cattolici che avevano condannato Giordano Bruno al rogo e Galileo Galilei alle patrie galere?

I nostri giovani, svillaneggiati da post-fascisti, post-comunisti e post-democristiani (frequentatori, questi ultimi, per troppo tempo di uffici parrocchiali e di locali dell’Azione cattolica, diretti da preti di grossolana e pacchiana ignoranza) hanno rifiutato (e rifiutano) non la Cultura ma quel tipo di pseudo-cultura, condiviso dai loro, sedicenti “impegnati”, nonni e genitori.

Se questo dovesse significare rifiuto, da parte delle nuove generazioni, di una bimillenaria abitudine al servaggio docile e mansueto (e al tempo stesso furbesco e con impennate individuali di finto e sterile ribellismo) di gente che non ha mai prodotto la nascita di un pensiero indipendente e autonomo, diffuso a livello collettivo e libero dall’ipoteca di asserite Verità (sia rivelate sia desunte, acriticamente, da apriorismi e assiomi filosofici), ben venga per i nostri giovani il nozionismo scheletrico del Web!

Con i luoghi comuni e con il pensiero addomesticato da prelati o da filosofi fantasiosi (e irrazionali) può prodursi “erudizione” ma non “cultura”.

Se gli Italiani, fossero stati aiutati a ragionare, da veri “uomini di pensiero libero”, si sarebbero liberati  dal loro malanno, che è quello di tendere a esercitare e a subire l’autoritarismo. Se si fossero nutriti, anzi che di pericoloso “idealismo” di sano “empirismo”, coltivando visioni del mondo coerenti con le conquiste laiche dell’astrofisica e della bio-genetica, e di salutare “pragmatismo”, volto alla soluzione di problemi concreti e reali, oggi non continueremmo ad avere un confronto dialettico soltanto tra detentori di pretese verità assolute; di cui i giovani, fortunatamente, cominciano a dubitare.

Lo scontro politico, in Italia, si è svolto anche tra contrapposte “corporazioni” (con difese oltranzistiche dei propri interessi) e tra accaniti particolarismi municipali, che ha perpetuato un Medio-Evo tutt’altro che utile al nostro progresso.

Un po’ per celia e un po’ per non morir, l’irrisione del potere e dell’autorità si è sempre mossa in Italia nell’ambito della macchietta, della caricatura, della barzelletta, della “maschera” da commedia dell’arte e si è compiaciuta di amene battute, apparentemente intelligenti ma innocue, superficialmente spiritose e mai profondamente ironiche.

La descrizione dell’ambiente umano da parte di “uomini di penna”, raramente ha superato (e supera) i limiti del bozzetto paesano o di periferia urbana; spesso decade a gossip e a visioni “dal buco della serratura”.

Ogni nostro autore si guarda bene di giungere all’affondo radicale, serio, magari irato ma puntigliosamente motivato, dei problemi che interessano veramente l’essere umano nella sua complessità.

L’unità del Paese ha aggiunto il colore dei vari dialetti regionali alla tavolozza di narratori e commediografi, inducendoli, persino, a farne un abuso, tutt’altro che encomiabile.

Una cultura di tal genere, priva di poeti, come i Marziale e i Giovenale della Roma antica, o come il Giacomo Leopardi, più vicino ai nostri tempi, può muovere al riso bonario ed epidermico, ma non induce mai a riflessioni.

L’Italia, nel settore culturale, riesce a produrre solo sceneggiati (anche a più puntate) con storie di mafia, di n’drangheta e di camorra, costruite secondo quei cliché collaudati e ripetitivi, scontati, stereotipati e prevedibili nei loro profili drammatici che caratterizzano anche la nostra più recente letteratura del cosiddetto genere poliziesco all’italiana.

I romanzi italiani sono in proporzione impressionante detective stories; sono popolati soltanto da Commissari di pubblica sicurezza, acuti e solerti a dispetto della “media”, riconosciutaci dagli stranieri, dei loro uffici sgangherati; oltre che da Giudici intraprendenti più degli stessi ispettori di polizia.

Nelle loro imprese di caccia alla criminalità, essi danno del Bel Paese un’immagine rassicurante sotto il profilo della giustizia; poco importa che poi questa sia contestata, invece e con fondate ragioni, dagli operatori del settore e dalla maggior parte dei cittadini.

Di tutto ciò, i giovani sembrano essersi stancati e stanno per mandare al macero anche tutte le carte imbrattate dai “politici-politicanti” del secondo dopoguerra mondiale, tanto ricche di altisonanti parole, quanto povere di proposte concrete.

Forse tutto ciò  rappresenta un buon segno e non merita il grido d’allarme degli “eruditi” delle nostre generazioni (e di poco successive) le cui conversazioni salottiere farebbero bene a non aggiungere altro pessimismo a una realtà che, di profezie di sventura, non ha certamente bisogno.

 

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