Il risultato delle votazioni elettorali a Ostia merita un esame meno superficiale delle improvvisate e goliardiche grida di vittoria di uomini politici giovani, sprovveduti,  inesperti e con la sindrome preoccupante delle scomposte tifoserie calcistiche.

La “vittoria” penta-stellata di Ostia è, al tempo stesso, una sconfitta dell’Italia che vede ulteriormente aumentare il numero degli astensionisti; una sostanziale battuta d’arresto per tutti quei movimenti che, cavalcando, con buona intuizione tattica, la naturale e “sacrosanta” protesta degli elettori non riescono, ciò nonostante, a intercettarne il voto di tutti o della massima parte degli scontenti; una prova di  grave, colpevole inerzia dei leader di tali movimenti, che si dimostrano del tutto incapaci di aprire dialoghi con settori della società civile e produttiva che non si lasciano sedurre dalla rete del Web e vorrebbero contatti meno superficiali ed epidermici.

Gli Italiani, stufi delle alchimie e dei giochi proibiti sulla loro Costituzione (sia pure non perfetta), stanchi dei giochi truffaldini di varia natura per fini elettorali, nauseati dai contrasti personali e d’interesse, indignati per le ruberie nella gestione degli affari pubblici  e sconcertati dalle prevaricazioni odiose che bulli di periferia assurti a governanti compiono non solo a danno dei cittadini ma delle stesse Istituzioni patrie, darebbero volentieri il colpo di grazia  a tutti gli schieramenti politici che hanno sin qui mal governato il Paese se di quei rapporti avessero tangibile prova.

In altre parole, esulterebbero se si ricreasse il clima generato nel Paese dall’unità dei Comitati dei NO all’epoca del referendum contro la riforma costituzionale del trio Renzi-Boschi- Verdini.

In quell’occasione si erano ritrovati sullo stesso fronte dei protestatari intellettuali di varia estrazione, uomini di cultura giuridica che avevano ricoperto o ricoprivano cariche importanti nelle Istituzioni, personaggi di grande, significativo valore della società civile e di quella produttiva, impiegati e operai di buona sensibilità politica e quanti altri avevano colto il pericolo di una ricaduta nell’autoritarismo fascista degli anni venti del secolo scorso (ipotesi, peraltro, avallata da un report di un istituto bancario straniero con altolocate amicizie).

Era avvenuto il “miracolo laico” di un arresto simultaneo di reciproche e inveterate diffidenze, di una scomparsa improvvisa e rapida di snobismi intellettuali e di idiosincrasie plautine per ceti diversi da quello popolare, di una ritrovata unità nel dire: basta alla politica di caffè di provincia, di piazze paesane e di contrade cittadine periferiche (politica becera che in Italia, purtroppo, ha sempre prodotto ascese effimere di sgangherati  “condottieri” di vere armate “Brancaleone”, da Ciceruacchio a Masaniello e a loro emuli contemporanei  meno fortunati).

Quel prodigio dovrebbe ripetersi e ad invocarlo potrebbero essere proprio quei movimenti di protesta che, bene amalgamati e sapientemente condotti, hanno dato luogo alla Brexit e alla vittoria di Trump.

Fenomeni che, a dispetto di un’informazione mass-mediatica pilotata dai vecchi establishment sconfitti (britannici e statunitensi), comportando la conseguente chiusura delle frontiere inglesi e nord-americane hanno posto il prius assolutamente necessario per tentare il recupero di un patto sociale di civile convivenza; possibile soltanto in una società integrata o almeno sulla buona strada di una discreta omogeneità culturale.

Se quei movimenti non riusciranno a mobilitare le classi colte e professionalmente preparate di un Paese che non manca certamente di “eccellenze” nei vari settori, da quello intellettuale, artistico, creativo a quello economico, produttivo di qualità, la vittoria di piccolo cabotaggio alle prossime elezioni politiche di primavera sarà una vittoria di Pirro; come quella odierna di Ostia,  di là delle gioiose urla di esultanza di frequentatori immaturi di curve (nord o sud ha poca importanza), dello Stadio “Italia”.

 

 

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