Il nuovo progetto di “Stato minimo

Rifacendosi all’ideale liberale che mette al centro del pensiero politico il “singolo individuo”, con i suoi diritti alla vita, alla libertà, alla proprietà ed alla ricerca della felicità, la società, dovrebbe essere intesa come un “corpo” strutturato ed organizzato per difendere i suddetti diritti (naturali) individuali.

L’identità territoriale – “l’aggancio emotivo” – tra una persona ed il territorio è un fenomeno naturale, ogni essere umano definisce una “propria area di possesso” ed istintivamente la difende – questo fenomeno della “territorialità” è bio-antropologico ed è insito nella natura umana.

«Lo Stato nazionale è l’istituzione che detiene il potere esclusivo di imporre talune regole di “condotta sociale” nell’ambito di uno specifico territorio»

Lo Stato essendo costituito e composto da singoli – non può avere diritti diversi dai suoi componenti – e – deve essere al loro servizio – per tutelarne la vita, la libertà e la proprietà.

Da ciò trascende, che ciò che contraddistingue una società “propriamente detta” è il rispetto e la difesa dei diritti individuali.

Al contrario, una società che si appropri del prodotto del lavoro dei singoli, una società che operi in contrapposizione alla natura umana, tende a distruggere ogni valore proprio della coesistenza tra i singoli ed oltretutto non ha nessuna possibile giustificazione perché non porta alcun beneficio – anzi – è la minaccia più temibile alla sopravvivenza di se stessa ed alla convivenza tra gli individui che la compongono.

La condizione di una “società civile” è la proibizione della forza fisica nelle relazioni sociali, per questo motivo va tenuto presente il principio, secondo cui gli uomini nei loro rapporti reciproci possono impiegare esclusivamente i mezzi della ragione che sono: la discussione, la persuasione e l’accordo volontario.

Esclusivamente lo Stato deve detenere il “monopolio” dell’uso legittimo (quando sia strettamente necessario) della forza, in quanto essa vincola ed allo stesso tempo combatte l’uso della stessa da soggetti terzi allo Stato stesso.

Contro il rischio degli abusi di potere – l’ambito delle azioni che lo Stato può compiere – è opportuno che sia definito e limitato, inoltre chi “governa” occorre che venga controllato affinché continui a gestire correttamente la “cosa” pubblica, l’ordine pubblico e la difesa del singolo cittadino e della comunità che lo compone.

In un sistema sociale “corretto” un individuo privato deve essere giuridicamente libero d’intraprendere a suo piacimento, qualsiasi azione – purché non violi i diritti altrui – mentre un funzionario dello Stato è vincolato dalla legge in ciascuno dei suoi atti.

«Un individuo privato può fare tutto ciò che vuole, tranne quello che gli è giuridicamente proibito, mentre un funzionario governativo non può fare alcunché – tranne ciò che gli viene giuridicamente permesso»

Domandiamoci da dove ha origine “l’autorità dello Stato”?

«L’autorità dello stato ha origine dal consenso dei cittadini che lo compongono»

Significa quindi, che esso è l’agente – a servizio – dei cittadini ed esso stesso non ha alcun diritto – tranne quelli che gli sono stati delegati dai cittadini stessi.

Il principio fondamentale è che il giusto scopo dello Stato è “rendere possibile per gli uomini l’esistenza e la co-esistenza sociale, proteggendo i benefici e combattendo i danni che gli uomini possono causare gli uni agli altri”.

Codificare il simbolismo nazionale non è un fatto artificiale, la popolazione che compone un “singolo Stato” sente un forte sentimento di coesione (nazionale) quale elemento naturale di convivenza e coesione sociale.

I fenomeni naturali che possono coinvolgere globalmente i singoli individui “di un certo territorio” sono innumerevoli, quelli sportivi ad esempio, lasciano chiaramente intendere quanto i singoli individui – che nel loro insieme diventano massa – partecipino congiuntamente ad un simbolo di “identità” e di “orgoglio” comune (nazionale).

La positività del riferimento dello “Stato nazionale” all’interno della società, va ricercata anche nel desiderio della moltitudine dei singoli individui – che compongono la società intesa come un “corpo” strutturato di uno “Stato” – di vivere in un “sistema” sempre meglio organizzato e funzionate – che li aiuti a far fronte alle loro “primarie” necessità di vita.

Si potrebbe teorizzare che lo “Stato nazionale minimo” è quello che si limita ad impedire che gli individui si danneggino reciprocamente, rimanendo circoscritto alla funzione di protezione dalle aggressioni e di tutela dei singoli.

Lo Stato minimo (o stato liberale) si oppone tanto allo statalismo – stato sociale – quanto all’anarchia.

Col termine di “statalismo” deve intendersi ogni sistema sociale che concentra il potere nello Stato a spese della libertà individuale.

Varianti dello statalismo sono, secondo importanti correnti filosofiche, la teocrazia, la monarchia assoluta, il nazismo, il fascismo, il comunismo, la democrazia socialista ed in generale – ogni forma dittatura e di oligarchia.

Nelle suddette forme politiche il “governo dello Stato” adotta diverse forme, tattiche ed ideologie, nella gestione dello Stato stesso.

In economia talvolta la produzione viene nazionalizzata, talaltra in apparenza si sancisce il diritto alla proprietà privata – ma poi in concreto è lo Stato che decide come disporne e usarla.

Per la presa del potere i regimi “Statalisti” invocano – di volta in volta – il loro diritto divino a comandare, piuttosto che questioni legate alla razza, alla classe sociale, all’appartenenza a caste, tribù, etc.

Al fine di mantenere la posizione di comando – la classe politica di turno – opta di tenere sotto stretta sorveglianza i movimenti dei cittadini (sudditi), oppure li illude di concedergli la libertà d’iniziativa anche se in relata li tiene tutti stretti con un guinzaglio più o meno lungo.

Differenti sono anche gli approcci che coinvolgono la libertà di pensiero e di espressione, ma tutte rivolte comunque all’omologazione del pensiero delle masse (pensiero unico).

Comunque, l’essenza comune di tutti gli “statalismi” è “la guerra” contro l’individuo, contro la sua mente, contro la sua libertà di pensiero, contro il suo corpo e contro la sua proprietà.

Va inoltre precisato, che se l’individualismo è la politica (naturale) richiesta dalla ragione, lo statalismo al contrario è dettato dall’irrazionalità.

Il primo (l’individualismo) incoraggia le persone ad accettare la vera natura della realtà, con i concetti di coscienza, egoismo, produttività e sovranità su se stessi, il secondo (lo statalismo) spinge nella – innaturale – direzione opposta.

Vista l’importanza per la società di avere uno Stato “strutturato ed organizzato” – nasce a questo punto il problema di finanziarlo.

Ma perché i cittadini dovrebbero dare spontaneamente i loro soldi allo Stato? Semplicemente perché è primario interesse dei cittadini stessi – concorrere al mantenimento di uno Stato (minimo) strutturato e dei servizi che lo stesso fornisce ai cittadini.

Cosa intendere per “Stato minimo” (o stato Liberale)?

In linea di principio, si potrebbe dire che lo “Stato minimo” è uno “Stato snello”, la democrazia liberale garantisce un equo equilibrio tra la volontà della maggioranza e la volontà dell’individuo, una pluralità di idee, che tramite l’associazionismo (partiti e/o movimenti politici) tra i singoli cittadini – garantisca un controllo della maggioranza da parte delle minoranze politiche e più in genarle delle opposizioni.

Le funzioni di uno Stato Liberale – devono essere limitate a compiti di difesa e di ordine pubblico, l’intervento in economia dello stato deve essere volto e limitato a garantire che i soggetti economici si muovano ed operino secondo la legge di mercato, secondo appunto la dottrina economica del liberismo, ma oggi senza poter prescindere anche dall’attuare il controllo ambientale con il relativo “governo del territorio” e di politiche sociali “attive” attuando un “welfare d’investimento” (o welfare attivo).

In campo economico il liberismo – o liberalismo – è una teoria che sostiene e promuove la libera iniziativa ed il libero mercato come unica forza motrice del sistema economico, con l’intervento dello Stato limitato alla realizzazione delle infrastrutture di base a sostegno della società e del mercato stesso.

Il liberismo che è considerato da molti – come l’applicazione in ambito economico – delle idee politiche liberali, si basa sull’assunto che “democrazia vuol dire anche libertà economica”.

Il liberismo deve oggi includere il concetto di “garanzia”, ma innovandola rispetto alla visione socialista o social-democratica, tendo però conto anche delle necessità “naturali” insite nella società attuale di “protezioni sociali”.

L’evoluzione della società globalizzata in cui viviamo, porta alla necessità che il liberismo ceda un pezzo della sua tradizione più libertaria a nuovi diritti individuali di protezione sociale che la società di oggi richiede.

Il Capitale di uno “Stato” – e quindi della società che lo compone – è classificabile in diverse forme: intellettuale, umano, politico, morale, storico-ambientale e finanziario.

Il concetto di capitale umano per esempio è una forma di “denaro potenziale”, (convertibile poi in denaro reale), più è qualificato il capitale umano che si ha a disposizione – maggiore è il capitale intellettuale – così come migliore sarà anche il capitale politico – da tutto ciò discente anche una maggiore stabilità dello Stato, migliori regole, più produttività e quindi anche più denaro fiscale a disposizione della collettività.

Migliore è il capitale umano che si ha a disposizione all’interno della società, più capitale finanziario si produce ed in conseguenza di ciò si ottiene una maggiore diffusione del “capitalismo di massa” con il conseguente miglioramento del benessere generale della società stessa.

Pertanto quale diritto dell’individuo – deve esserci – quello di ottenere dalla società in cui vive, di un investimento che lo doti di un elevato potere cognitivo e grazie a questo, di un elevato valore prospettico sul mercato (oramai globalizzato) del lavoro.

Rispetto al principio che tutti abbiano il diritto di godere di buone condizioni di partenza per ottenere un “vita degna”, l’egualitarismo socialista tende a pareggiare le condizioni per tutta la vita, il concetto di uguaglianza liberale invece deve puntare ad avere condizioni uguali per tutti all’inizio, assumendo così che le differenze successive siano imputabili al merito (o demerito) personale e non al “sistema”.

Tale evoluzione di pensiero porterebbe nel trasformare l’investimento della comunità (Stato) da passivo (ammortizzatori sociali) ad attivo, ciascuno – inteso come singolo cittadino dello Stato – ha diritto a risorse dello “Stato” – derivanti dalla fiscalità generale collettiva – da investire per la sua qualificazione individuale durante tutto l’arco della sua vita (credito formativo) con idonei sistemi di istruzione di alto livello e di costante formazione ed aggiornamento (qualificazione del capitale umano).

In sintesi – la collettività (lo Stato) – investe su ogni singolo individuo affinché questi possa avere durante la sua vita un “elevato valore di mercato” allo scopo che possa essere collocato all’interno del marcato del lavoro, ma più in generale in una qualsiasi funzione che la società stessa richieda – e che richiederà sempre di più in ogni settore, con altissime competenze e capacità professionali.

La spesa pubblica delle Stato relativa al welfare – che deve essere comunque tenuta sotto stretto controllo – non sarebbe più così “passiva” ed improduttiva (depressiva), ma concorrerebbe a produrre ricchezza (capitale umano) facilitando l’accesso al benessere per suoi cittadini con il conseguente aumento della ricchezza di massa.

Anche se anche questo elemento potrebbe essere oggetto di discussione da parte dei più “ortodossi” liberisti, anche la sanità pubblica deve far parte del “welfare d’investimento” in quanto sostiene la fiducia “sistemica” della società nello “Stato nazione”.

La garanzia che ciascun individuo ha di essere soccorso e curato è fondamento di fiducia all’interno di qualsiasi ordinamento sociale, con la conseguente stabilizzazione del sistema sociale e produttivo all’interno di uno “Stato nazionale”, con il conseguente aumento della propensione al consumo ed agli investimenti da parte dei singoli individui – pertanto la sanità pubblica – opportunamente gestita, strutturata e regolamentata – deve essere anch’essa inquadrata nel welfare attivo quale “garanzia attiva diretta ad effetto differito e collaterale”.

Lo stesso concetto deve essere applicato anche al sistema pensionistico.

La prospettiva di una pensione garantita in vecchiaia è un fattore fondamentale di “rassicurazione ed ottimismo sociale”, la tendenza attuale a comprimere le pensioni per evitare tagli di spesa all’apparato amministrativo della “Stato” ed ai trasferimenti clientelari – equivale all’assassinio di individui ed al suicidio del “sistema” per la perdita della capacità di produrre fiducia.

Lo Stato nazionale – sempre inteso come “corpo” strutturato ed organizzato della società civile e rappresentativo della “condotta sociale” nell’ambito di uno specifico territorio, che lo stesso Stato rappresenta – deve svolgere anche la funzione di gestione, cura e governo dei rapporti internazionali tra i vari “Stati nazionali” del mondo.

Lo Stato nazionale – come mattone del più ampio ordinamento internazionale – in correlazione al “pensiero della società” che lo stesso Stato rappresenta – si confronta con gli altri Stati nazionali su temi di carattere “globale”.

Questi temi, quali la lotta all’inquinamento ambientale, al cambiamento climatico, alla povertà, alla fame, al mantenimento della pace tra i diversi popoli, la lotta al terrorismo, il rispetto dei diritti – naturali – individuali dei singoli che vivono in altri Stati – che abbiano addirittura condotte sociali diverse  – quali ad esempio i diritti civili e politici, i diritti delle donne, la libertà di pensiero e di espressione, la libertà di religione.

Cercando di “imporre” mediante la discussione, la persuasione e l’accordo volontario i propri valori, non escludendo in casi estremi ed eccezionali anche l’uso della forza mediante l’intervento armato.

Lo “Stato” deve avere un “progetto nazionale” forte – che ricerchi e bilanci l’orgoglio dei singoli di appartenere ad una comunità e le pressioni e le necessità sociali della massa – affinché la comunità stessa funzioni in modo da poterne essere orgogliosi.

Questo deve essere l’effetto ordinativo del “riferimento nazionale positivo” – lo Stato deve dotarsi in primo luogo di una “costituzione” efficiente e moderna – di una forma di governo che consenta, con il corretto criterio di bilanciamento dei poteri tra quello esecutivo e quello legislativo, a chi avesse ottenuto la maggioranza dei consensi elettorali dei cittadini – come definite e stabilite dall’ordinamento giuridico scelto ed adottato dallo Stato stesso – di governare.

Ricordandoci, in conclusione, che la parola democrazia non è mai – di per se – sinonimo di libertà e che i “diritti” non si trovano in natura – ma vanno coltivati e costruiti all’interno della società.

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