La democrazia liberale, nella sua accezione socio-politica più che economica, è nata in Inghilterra e non è un caso che l’unico Paese in cui sono state adottate, di recente, misure idonee a salvaguardarla nel territorio è stato quello che i destrorsi autoritari di tutto il mondo definiscono “la perfida Albione”. L’America del Nord di Donald Trump l’ha seguita “a ruota”, sia pure con maggiori difficoltà, a causa delle diversa conformazione della società statunitense rispetto a quella inglese.

Le misure previste da Inglesi e Nord-Americani, definite dispregiativamente “isolazioniste”, appaiono perfettamente comprensibili, soltanto se si pone mente all’origine storica e filosofica della democrazia liberale.

Questa, filosoficamente, nasce su basi empiristiche e hobbesiane: se l’umanità, pur progredendo, non riesce a evitare di cadere nelle trappole della legge della giungla, bisogna costringerla a un patto sociale che preveda severi meccanismi di punizione per chi infranga le regole.

Dal punto di vista storico, la fortuna della Gran Bretagna nel darsi e mantenere un assetto di buona convivenza civile e sociale, sta nel fatto che ai tempi del Regno di Elisabetta I, la sovrana era riuscita ad affondare la grande Armata di Filippo di Spagna nelle acque della Manica e a salvare, così, il suo Paese dalla presenza del cattolicesimo, che avrebbe inferto, con il suo perdonismo (spesso anche interessato), un colpo mortale al rigore del contratto sociale.

Oggi, l’Inghilterra dopo avere subito, per finalità di accrescimento della ricchezza, il ricatto necessario della classe egemone nel capitalismo industriale di alterare, con immissione di lavoratori stranieri, il tessuto della propria società per così dire naturale, si è avveduta che, per garantire il mantenimento del patto sociale, bisogna fare ritorno all’idea di una Società chiusa e circoscritta nei suoi spazi e nei suoi abitanti.

E ciò, mettendo al bando le fumisterie della “Società Aperta”, nate nelle elucubrazioni degli “idealisti” del Continente.

Società aperta, infatti, è, oggi, per i britannici, un concetto accettabile soltanto  in campo economico: pro  e non contro la globalizzazione, ma con certi limiti; pro e non contro l’imposizione generalizzata di dazi doganali.

L’espressione è divenuta, per gli Anglo-Americani un ossimoro se usata in campo socio-politico.

Il sostantivo femminile società ha cominciato nuovamente a designare ogni insieme di persone accomunate da identità di principii, intenti, esigenze, sia di ordine etico, ideologico, spirituale, e sia anche di natura concreta e materiale; una collettività d’individui insediati in un determinato territorio e legati da particolari vincoli di natura etnica, religiosa, politica, linguistica ed entro cui s’instaurano forme di cooperazione, divisione dei compiti, secondo leggi, ordinamenti, consuetudini comuni che definiscono un sistema di rapporti culturali, giuridici, economici, funzionali alla sopravvivenza di quella collettività.

In definitiva, la società in senso empiristico e reale degli Anglosassoni deve fare necessariamente i conti con la presenza di abitanti in uno stesso, circoscritto territorio, con spazi vitali da osservare e bocche da sfamare.

Naturalmente, ciò vale per i liberali inglesi, empiristi e pragmatici; non sempre è valido per i liberali che sono nati, cresciuti, educati nei territori dell’idealismo Euro-continentale di stampo tedesco.

Per essi la società, in senso ideale, può rappresentare anche un sodalizio di natura astratta, impalpabile e fittizia, estesa a tutti gli abitanti del Pianeta.

Un liberale italiano, di scuola idealistica, è facilmente contagiabile dal “buonismo” ecumenico di tanti intellettuali della nostra borghesia, afflitti da sensi di colpa per mancata condivisione delle aperture, ritenute, dai più, progressiste. Può anche essere intimamente convinto della necessità che ogni Società sia aperta ai flussi immigratori di centinaia di migliaia di poveri diseredati e indotta ad aprire porte, costruire ponti e via dicendo, e non avvedersi che in tal modo si fa unicamente il gioco delle forze più retrive e meno liberali (in senso economico) della società. Quelle, cioè, che non essendo state capaci di compiere il salto nella società post-industriale per mancanza di spirito d’iniziativa imprenditoriale (e per l’inettitudine dei governanti che non hanno compreso l’importanza del passaggio) hanno avuto bisogno di un nuovo schiavismo (questa volta proveniente dal Centro dell’Africa) per sopravvivere e mandare avanti le loro industrie manifatturiere decotte e lontane mille miglia dai prodotti e dai servizi di vera eccellenza, tipici delle società capitalistiche più avanzate: quelle post-industriali.

C’è da chiedersi, però, se sia da veri liberali tutto ciò?

Gli uomini dal pensiero libero non possono tacere sui casi crescenti di caporalato, di accettazione di condizioni di lavoro nelle fabbriche o in tenute agricole assolutamente non paragonabili a quelle degli operai, contadini e manovali italiani (“Sino a due terzi in meno della paga normale”: si è letto su un giornale).

Né tollerare che gli immigranti, sentendosi tutt’altro che schiavi, al momento dello sbarco, richiedono, anche protestando vibratamente e a gran voce, la concessione di diritti e la predisposizione di servizi adeguati a una civile accoglienza; spesso non goduti dagli stessi cittadini privi di abitazione. Non si entra in una società diversa dalla propria, con la tracotanza di chi sa di costituire la fonte di molti illeciti guadagni e di avanzare diritti nei confronti di gente che si ritiene gente cinica e interessata.

Questa sarebbe la fine della democrazia liberale. La Gran Bretagna e l’America del Nord l’hanno ben capito la lezione della Storia, colto l’importanza del suggerimento di Diocleziano che voleva, all’epoca, liberare l’Impero  dalla presenza di cives romani che non fossero, per così dire, d.o.c.) e si sono chiuse nei propri confini.

Non accetteranno certamente lezioni dagli abitanti dell’Euro-continente che, probabilmente, la vera democrazia liberale non l’hanno mai conosciuta e fino in fondo praticata (E ciò vale soprattutto per gli Italiani, usi “a obbedir tacendo”, per due millenni, a Papi-Re, Monarchi assoluti, e Tiranni di ogni specie).

 * Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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