A proposito della mia Opinione di ieri, qualche amico mi ha ricordato che a parlare, per la prima volta, di società aperta è stato Karl Popper, filosofo politico di considerevole statura e strenuo fautore della superiorità della democrazia liberale su ogni altra forma di gestione della res publica.

Ribatto. E’ vero che il sociologo austriaco ha scritto in merito all’“apertura” e alla “chiusura” delle società, ma si riferiva a ben altro, rispetto al significato che, oggi, politologi e politici danno alla contrapposizione da me esaminata nello scritto precedente.

Popper si limitava a definire “società chiuse” le moltitudini circoscritte, di tipo tribale, dove tutto è stabilito da un insieme di credenze e da un’autorità che impone di rispettarle e denominava “società aperte”, quelle fondate, invece, sulla libera discussione critica. A suo giudizio, nelle prime impera l’autoritarismo; nelle seconde il liberalismo.

Nel nostro discorso, non c’entra né il tribalismo, né l’autoritarismo.

Il problema attiene alla possibilità di creare e mantenere un alto livello di convivenza sociale e civile in comunità sufficientemente evolute. Ci si chiede se il bene di una buona qualità della vita possa essere o no compromesso da uno stravolgimento del tessuto umano, radicatosi in un determinato territorio.

Il filosofo viennese non ha mai inteso prendere partito tra Paesi che sono disposti ad aprire le loro frontiere a immissioni straniere e Nazioni che intendono, invece, contrastare  immigrazioni selvagge e clandestine. Il tema da lui affrontato riguardava la libertà di comunicazione delle idee e la necessaria assenza, a tale fine, di un potere molto autoritario.

Ben altro è lo scenario sociale in cui gli attuali uomini politici dell’Occidente si sono trovati a dovere operare, costretti a fronteggiare il problema di un’immigrazione di massa senza precedenti.

In particolare, i leader politici della parte continentale dell’Europa si sono divisi e contrapposti  in “aperturisti” (delle frontiere) o in fautori di una loro “chiusura”, facendo una scelta che, comunque, con la bipartizione di Popper non aveva nulla a che fare.

L’antinomia tra “società” aperte e chiuse è diventata, in realtà, il cavallo di battaglia di tutti quelli che per le ragioni più varie, e talora persino contraddittorie, si dichiarano pronti a costruire ponti per accogliere più immigrati in contrapposizione a quelli che vogliono erigere muri per ostacolarne l’ingresso.

In Italia, agli eccessi verbali da sempre avvezza, il primo corno del dilemma è stato proposto, come un assioma: una società libera e progressista non può che essere aperta. E ciò, per effetto di principi etici di ordine superiore.

In base a tale dogmatico punto di vista, sono, quindi, da giudicare “immorali” i sudditi di Sua Maestà Britannica, guidati dalla Premier May e gli Statunitensi di Donald Trump, che hanno deciso di contenere gli effetti, da essi giudicati negativi, del dilagare di una religione, quella islamica. L’aver ritenuto pericoloso per la convivenza civile e sociale di Inglesi e Americani, l’ingresso di un numero cospicuo di mussulmani  non ha significato per i leader politici del Regno Unito e del Nord-America rifarsi alla lezione della Storia, per giunta di casa nostra, ma compiere un misfatto sul piano etico.

Eppure, della bontà dell’antico parere di Diocleziano, avverso all’immigrazione cristiana entro i confini dell’Impero, gli Euro-continentale dovrebbero tener conto. Dopo quelle immissioni di popoli di differente religione il Vecchio Continente ha dovuto subire secoli di buio pesto, sotto il profilo della libertà di pensiero.

Adattandolo ai tempi, si sarebbero avvisti di avere nelle mani  una carta in più: gli ultimi esponenti delle tre religioni monoteiste mediorientali, i mussulmani, sono sbarcati, sbarcano e sbarcheranno sulle coste Europee non per immolarsi, come i cristiani nel Colosseo, vittime di nerboruti gladiatori o di affamati e famelici leoni, ma per farci saltare in aria con la dinamite, per ammazzarci a colpi di kalashnikov o di altri mezzi di distruzione di massa, o per farci maciullare da camion scagliati contro la folla da kamikaze impazziti a causa del loro fanatismo fideistico.

Ora può considerarsi contrario all’etica (Quale? Poi?) conservare l’assetto attuale, abbastanza soddisfacente, delle tante Società che si sono costituite sulla Terra e hanno evitato che, entro certi limiti, gli individui  diventassero lupi per gli altri uomini? Può ritenersi un dovere morale(!) mandare all’aria quel tanto o quel poco di “bene” che nel corso di molti secoli si è riusciti a realizzare, per aprire il varco a nuove invasioni barbariche, come quelle che i nostri antenati Romani dell’Impero sollecitarono, anch’essi al fine più spregevole del nostro di far fare agli immigrati lavori divenuti troppo pesanti per loro a causa di una raggiunta mollezza di costumi?

Ritengo di no! I Paesi Anglosassoni, gli unici liberi, dalle ipoteche fideistiche, cattolica e comunista, ci hanno indicato una mission positiva, utile e pragmatica che dovremmo condividere e perseguire.

Certo, nel trattare di questi argomenti, vi sarà chi tirerà in ballo Satana, la misericordia di Dio, l’Alto Ufficio della Chiesa, la sensibilità umana, particolare dei sedicenti “progressisti” intellettuali e di uomini politici di fede religiosa.  E’ gente che insorgerebbe con veemenza se si dicesse, per esempio, che  con l’uso congiunto e ripetuto dell’espressione “società aperte” si nascondono verità innominabili.

Nel tentativo di dimostrare agli altri (e forse anche a se stessi) di potersi includere nel novero dei buoni, dei generosi, dei giusti, dei probi e dei virtuosi, uomini con i peli sullo stomaco, non disdegnano di comportarsi da nuovi “schiavisti”, da “servi sciocchi”, ingenui o interessati portatori d’acqua al mulino di un’industria decotta, da “benefattori” con propositi nascosti di corruzione e di locupletazione.

Bando alle ipocrisie e al malaffare che esse tentano di nascondere!

Se la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America, pur consapevoli di avere minato, in passato, le basi del “patto sociale” con immissioni indiscriminate nel territorio di stranieri provenienti da colonie e dominions all’epoca della crescita manifatturiera,  oggi che il livello di produzione post-industriale (da tali Paesi raggiunto) li orienta a richiedere solo mano d’opera altamente specializzata, fanno il beau geste di opporsi, sia pure tardivamente, alla globalizzazione per impedire il sovvertimento delle regole di buona convivenza civile, in difesa della democrazia liberale, fingiamo di credere che siano in buona fede e muoviamoci in conseguenza.

Anche il mantenimento della nostra democrazia liberale, nei limiti minimi che, purtroppo, oggi conosciamo, non può che passare attraverso la strada da loro indicata.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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