Alla vigilia delle elezioni europee del 2009 il Partito Democratico discusse a lungo su quale sarebbe dovuta essere la sua ‘famiglia’ europea di appartenenza e la scelta fu quella dell’ingresso nel gruppo del PSE (socialisti); la disputa, che sembrava essere interessante solo per i politologi, in realtà sottintendeva una scelta culturale di fondo in continuità alla tradizione del PCI-PDS-DS che ammazzava nella culla l’idea di una forza riformista e liberale nata per superare le lontane ideologie del Novecento.

Dal discorso del Lingotto in poi il Pd ha subito una modificazione genetica. Senza che quasi nessuno se ne sia accorto, sono usciti lentamente di scena il co-fondatore Rutelli, moderati come il prefetto Serra, cattolici come Lusetti e l’ingresso di personalità legate al mondo socialista e post-comunista come Angius e Folena. In due anni si è passati dalla vocazione maggioritaria, decantata da Veltroni secondo cui il Pd rimane ‘un partito che punta non a rappresentare questa o quella componente identitaria […] ma a porsi l’obiettivo di conquistare i consensi necessari a portare avanti un programma incisivamente riformatore’, alla proposta del partito unico avanzata da SEL dato che secondo Vendola ‘è accaduto che parte rilevante della cultura riformista italiana e del Pd […] abbia rapidamente ripiegato le proprie bandiere’.

Il cambio di rotta è evidente non solo nelle facce o nella forma, ma anche nei contenuti: sull’altare della spallata a Berlusconi e in nome del populismo Di Pietro-Vendola, il Pd è disposto a rinnegare quanto di buono è stato avviato in tema di servizi pubblici locali con il disegno di legge Lanzillotta (anch’essa oggi fuori dal Pd), e prima ancora con lo stesso Di Pietro che da Ministro delle Infrastrutture chiedeva la privatizzazione dell’Acquedotto Pugliese per mettere fine a sprechi ed inefficienze.

La mutazione del Pd è perfettamente incarnata dal suo Segretario. Non c’è più traccia del Bersani Ministro delle Attività Produttive che faceva delle liberalizzazioni il proprio manifesto politico, che non era ideologicamente contrario al nucleare (tanto da stringere accordi con gli USA per lo sviluppo della ricerca sull’atomo) e che era favorevole ad un’apertura al mercato e ai privati per gli investimenti e le professionalità necessarie a risolvere i problemi del nostro sistema idrico.

Il Pd, con il suo Segretario in testa, ora si trova a combattere una battaglia referendaria che non ha voluto e con parole d’ordine non sue. Non si sta appieno rendendo conto che Di Pietro e Vendola stanno mettendo una pesante ipoteca politico-culturale su una coalizione di sinistra che, potrà anche sconfiggere Berlusconi ma, per l’ennesima volta, non riuscirà a vincere la sfida di governo e di riforma dello Stato. La rivoluzione liberale non passa da una nuova-vecchia coalizione a trazione social-statalista.

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5 COMMENTI

  1. Penso che l’abbandono della vocazione maggioritaria del PD, ormai evidente, sia una buona cosa; e che si altrettanto buona cosa che il PD faccia il mestiere che sa fare meglio, e cioè rappresentare una moderna forza socialdemocratica che eviti le confusioni della fase nascente, ed in particolare quella di volere rappresentare i liberali ed i popolari europei, compito per il quale il PD non è culturalmente attrezzato.
    Dopo di che, proprio con questo PD, nella misura in cui prevalgano le sue spinte riformatrici (uso di proposito questa parola, in luogo di “riformiste”), sarà anche possibile che i liberali facciano qualche accordo, oppure gli si contrappongano, in relazione alla situazione concreta che di volta in volta si presenterà.
    Gli accordi si fanno tra “diversi” ogni volta che siano anche “compatibili” sui programmi e non in via pregiudiziale di principio, e non tra “eguali”; e le contrapposizioni si avranno sempre coi “diversi”, ogni volta che appaiano incompatibili sempre sui programmi.

  2. La politica del dopo-Muro è relativistica, non monolitica: il PD, oggi, quali che fossero le ambizioni dei fondatori, è il partito delle persone normali che non possono riconoscersi nella mostruosità berlusconiana, e che per superarla (perché B. mica va in pensione da solo, devono mandarlcelo gli elettori) sarebbero ben lieti di allearsi programmaticamente o tatticamente con tutti quelli che ci stanno. L’identitarismo nostalgico e poetico di Vendola, l’irruenza rudimentale ma genuina di Di Pietro, perfino il terzismo astutissimo di maturi marpioni da prima repubblica quali Fini e Casini (Rutelli, poraccio, non lo considero sino a che la sua formazione politica non raccoglierà qualcosa più dello zero virgola). Per ora, la cosiddetta agenda della politica italiana è tutta qui: è velleitario stare a litigare sulla rotta che dovrà seguire il Titanic, se quello sta già affondando.

  3. Mi associo al pensiero di Enzo Palumbo. Il mio augurio è quello che il quadro politico del forzoso bipolarismo italiano, fortunatamente non trasformatosi in bipartitismo, iniziatosi a configurare quasi vent’anni or sono e rafforzato dal “porcellum” vada mano a mano destrutturandosi verso un ritorno alle collocazioni ideali piuttosto che a quelle geometrico-geografiche.
    Per quanto mi concerne il PD è destinato a rappresentare, ed in questo mi pare che Bersani stia facendo passi da gigante, un moderno partito social-democratico di massa, mentre ciò che si va formando, o è già formato, alla sua sinistra (IdV, SEL, FdS ed altri) rappresenterà un’offerta politica più legata ad un certo socialismo massimalista, ai reduci del comunismo, all’ecologismo “intransigente” o a fenomeni meramente legati ad un certo “giustizialismo e qualunquismo”. Resterà da capire se l’evoluzione social-democratica del PD andrà verso una visione riformista ovvero conservatrice. Ma anche da altre parti questa fase di destrutturazione è destinata a manifestarsi ed accelerare con la fine del collante Berlusconiano. Già FLI sta cercando di occupare lo spazio di un elettorato laico, ma tendenzialmente moderato e conservatore con qualche accenno di liberalismo. Storace e la sua “Destra” sono sempre li a presidiare l’ala del nazionalismo conservatore di destra, mentre la Lega e le altre forze a vocazione localistica vedranno di giocare il proprio consenso sulla base del futuro che verrà. Insomma le premesse per un ritorno ad un politica vera e più connaturata alla cultura ed alla storia italiana ci sono tutte. Manca solo l’ultimo tassello: lo sgretolamento del PDL (ormai un monolite piuttosto logoro incapace di andare oltre la sua totale sovrapposizione con il suo padrone e leader). Quando questo si accentuerà e prenderà una velocità non più rimediabile da Berlusconi allora la redistribuzione delle carte sarà completa e l’Italia potrà tornare a fare politica.

  4. Mi pare ormai chiaro che la vera anima del PD, ad oggi, è costituita dall’antiberlusconismo. Mi pare abbastanza chiaro, infatti, che ormai il PD sia impegnato a tempo pieno alla “cacciata” dell’attuale governo, a prescindere da cosa esso fa (o non fa).
    Per questo motivo è, purtroppo, sceso a compromessi e/o alleanze con SEL e IDV che, a mio avviso, tendenzialmente e ideologicamente, sono a volte lontanissimi dalle parole degli esponenti del PD.
    Concordo tuttavia che, nell’ambito di una spinta riformista che spero il PD esprimerà dopo le prossime elezioni, si potrà/dovrà discutere con il PD sfruttando opportune spinte alle liberalizzazioni e riforme strutturali necessarie a fare uscire l’Italia dall’impasse in cui si trova da troppo tempo.

  5. @Enzo Palumbo: secondo me la ‘vocazione maggioritaria’ come definita da Veltroni nell’articolo (e non intesa come ‘vado da solo contro tutti’) deve essere la vocazione di ogni partito: quella di tendere a rappresentare un’idea di società, di libertà, ecc. e non di limitarsi a rappresentare un blocco sociale, una classe produttiva a una piccolapatria identitaria. Che poi Veltroni non ci sia riuscito, che il PD abbia fallito e che il compito di creare una forza realmente riformista e liberale tocchi a qualcun’altro è un altro discorso (importantissimo!).
    @Stefano Bresciani: se il compito di una classe politica in una democrazia moderna ed occidentale deve essere esclusivamente quello di cacciare un uomo senza preoccuparsi del futuro, penso che sia meglio ricorrere a Tartaglia che a un’Arca di Noè di tutti i partiti.
    @Enzo Lombardo e Giuseppe Lo Presti: la virata Socialista o Socialdemocratica del Pd è certamente qualcosa che fa chiarezza e che non dovrebbe più trarre in inganno i riformisti e liberali che non vogliono B., ma sarebbe prefereibile un partito Socialdemocratico moderno (dice niente Tony Blair?) ad uno che ha un linguaggio da anni ’70…le voci riformiste nel PD sono ormai minoritarie, hanno solo diritto di ospitalità e non incidono sulla linea politica del partito: che fine hanno fatto Bassanini e Treu? Ichino e la Lanzillotta? Nicola Rossi e Chiamparino? ormai le loro voci sono sommerse da Vendola, Di Pietro, Travaglio, De Magistris, Bindi, se l’alternativa a Berlusconi è questa siamo messi male.

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