L’amico Gigi Mazzella con due bellissimi articoli pubblicati su questo giornale ha aperto un dibattito su un punto che ritengo cruciale in ordine alla democrazia liberale ed alle nazioni in cui essa ancora oggi è viva, o dove, invece, questa attraversa una fase crepuscolare.

Ha ragione Mazzella quando ricorda che la cultura liberale è nata in Gran Bretagna e che ha visto il suo sviluppo e la sua attuazione effettiva nei Paesi anglosassoni. Condivido anche la sua amara constatazione che il Cristianesimo monoteista di origine orientale ha distrutto dalle fondamenta l’impero Romano e, come i vermi nel formaggio, se ne è impadronito, stravolgendone la tradizione culturale, che si fondava sul pragmatismo ed il principio di autorità. Tuttavia nel suo pensiero mi pare di intravedere una sottovalutazione dell’importanza del ruolo della Riforma protestante e dell’influenza modernizzatrice che essa, pur nell’ambito del mondo cristiano, ha avuto nei Paesi del Nord Europa e sulle stesse rivoluzioni francese ed americana. Da tale ondata rivoluzionaria è derivata una linea netta di demarcazione tra le regioni che ne sono state attraversate  e le altre , come la Spagna o l’Italia, dove ha prevalso l’autoritarismo di stampo cattolico, producendo persino l’aberrazione della Controriforma. Concordo ancora con Mazzella quando sottolinea la  pesantezza dell’eredità delle ideologie di derivazione hegeliana, fascismo e comunismo,  responsabili di due guerre mondiali e di quasi un cinquantennio di guerra fredda. Devo tuttavia sottolineare che l’idea di Europa ed il processo difficile, che ne è conseguito, ha rappresentato  un tentativo, purtroppo mal riuscito, di avviare un processo di rottura con il passato autoritario e di costruire una entità politica fondata sui valori della società aperta teorizzata da Karl Popper. Se oggi il processo di costruzione europea è gravemente in crisi non si può affermare che questo derivi dal persistere di culture egemoniche,  ma, a mio avviso, dipende dal prevalere, attraverso il patto franco tedesco, del burocratismo germanico prevenuto verso i Paesi mediterranei e dallo scetticismo europeista della Francia, che non ha mai abbandonato il colbertismo ed il sogno di grandeur, che risale a Luigi XIV, a Napoleone, ed arriva fino a De Gaulle. Sono personalmente certo, che se non dovesse riprendere slancio il processo virtuoso verso l’obiettivo  federale,  il vecchio Continente non avrà altro destino che quello di un inevitabile declino.

Il punto di dissenso con l’amico Gigi forse risiede nella mia speranza che il complesso filo di un processo costituente europeo si possa riannodare, rispetto al suo scetticismo che dipenderebbe dalla prevalente tradizione autoritaria di stampo fondamentalmente cattolico radicata nell’area continentale dell’Europa. Il suo giudizio sulla rivolta dell’elettorato americano, che ha portato all’elezione di Trump, e sul voto britannico, che ha deciso la Brexit, è positivo, anzi li legge come segnali che ne rivelano significativi tratti tipici delle società aperte. Su questo dissento, perché considero la presidenza Trump un pericolo e ritengo che essa sia la conseguenza del tentativo dei poteri forti della finanza americana di imporre ancora una volta il clan dei Clinton. Le scelte del nuovo Presidente espongono ad un grave rischio la tenuta del mondo occidentale a causa della rinuncia degli USA ed esserne la guida, oltre che sul piano economico e militare, anche su quello culturale e politico, quale grande democrazia liberale. Altrettanto ritengo la Brexit un  errore, perché è sostenuta da un pensiero conservatore illiberale, che punta a fare della Gran Bretagna, liberata dai vincoli UE, il più grande paradiso fiscale mondiale, principalmente a danno dei Paesi europei. Non mi pare questa la strada per il trionfo della società aperta. Intravedo invece  un miope rigurgito di nazionalismo, che in breve tempo, spero l’elettorato amante della libertà di quelle due grandi nazioni di tradizione liberale, vorrà archiviare, senza cadere nel conservatorismo vetero socialista di Jeremy Corbyn o di Bernie Sanders. In Italia la stessa strada sembra voler percorrere il M5S, che si muove verso un ottuso nazionalismo di sinistra, non dissimile da quello che si è manifestato nel tentativo di stravolgimento della Costituzione, derivato dalle turbe infantili di Matteo Renzi, il quale si trova  oggi di fronte alle macerie di un partito distrutto dalla sua stessa tracotanza.

La società aperta di Popper, autorevole esponente della scuola Liberale viennese insieme a Fryederik von Hayek, di cui fu grande amico, è chiusa soltanto agli intolleranti ed all’incultura ed è fondata sulla libertà, il pluralismo, il riformismo. Quindi è l’opposto del radicalismo renziano supponente, ma anche dell’altrettanto insopportabile inno all’ignoranza ed al dilettantismo  del grillismo nostrano. Non mi pare tuttavia  che il tema dell’immigrazione selvaggia e clandestina di grandi masse di mussulmani abbia nulla a che vedere con l’idea di società aperta o chiusa secondo il suo pensiero. Nè ritengo che Regno Unito e USA siano stati Paesi con le frontiere sbarrate, se è vero che la popolazione degli Stati Uniti è il risultato di secoli di immigrazione e che la Gran Bretagna, come nazione guida dell’impero, ha costituito la società più multietnica dell’intera Europa. L’odierno diverso orientamento dipende dal rigurgito nazionalista trumpiano verso  le masse di cittadini messicani in cerca di lavoro e dal generico pericolo determinato dal terrorismo islamico, che giustamente spaventa anche le Nazioni europee. L’immigrazione deve quindi essere contenuta ed accuratamente controllata ovunque, anche su questo concordo con Mazzella. Non si può invece condividere la richiesta di accoglienza indiscriminata di un Papa, influenzato dall’esperienza delle periferie sudamericane di Buenos Aires da cui proviene, perché  il risultato sarebbe peggiore di quello derivato dall’invasione cristiana dell’Impero Romano o  dalle invasioni barbariche. Karl Popper, costretto ad una vita di peregrinazioni perché ebreo, teorizzò la sua “società aperta” in contrapposizione a quella chiusa, ma non faceva riferimento ai confini territoriali (quindi ai ponti per spalancarle o ai muri per chiuderle) piuttosto intendeva riferirsi all’indirizzo culturale, che auspicava libero, pluralista e democratico in contrapposizione alle società ispirate da un pensiero autoritario o fideista.

Questa costituisce una limpida e moderna visione liberarle.

 

 

CONDIVIDI