Pur non avendo un Piero Gobetti nella loro storia, i liberali tedeschi stanno compiendo, essi, primi in Europa, la Rivoluzione liberale.

L’attenzione, quindi, del giornale, che ospita i miei articoli, mi sembra più che giustificata.

I liberali sono tra i grandi vincitori delle recenti elezioni politiche in Germania: hanno più che raddoppiato i loro voti e rappresentano ormai nel Bundestag una forza notevole.

Il successo è stato prodotto dalle capacità innovative del loro leader Christian Lindner, un giovane uomo politico del Nord-Reno e della Westphalia, che ha impresso una vera svolta alla linea tradizionale del FDP; anche per effetto delle esperienze da lui maturate in un Land soggetto, più degli altri, a un’immigrazione massiccia di lavoratori stranieri.

Il prezzo da pagare, a causa del radicale ricambio generazionale da lui praticato negli ultimi anni, è che la classe dirigente del partito è molto giovane ed è quasi priva di esperienze utili per assumere responsabilità di governo.

Il danno è, a mio giudizio, solo eventuale. E ciò, perché mi sembra inverosimile che i liberali tedeschi possano essere tentati, dopo il loro notevole successo, foriero di affermazioni elettorali  future anche più consistenti, dalla lusinga delle poltrone ministeriali (o strapuntini di sotto-governo  come li definiscono i gobettiani di casa nostra).

E’ vero che essi aspirano a gestire liberalizzazioni, riduzioni fiscali e una politica diversa nei confronti dell’Unione Europea e soprattutto del Fondo Monetario Europeo (che hanno rappresentato temi importanti nel loro programma elettorale e per i quali essi, intelligentemente, potrebbero tranquillamente fare ricorso, più che a loro uomini, a personalità di spicco con grandi esperienze acquisiti nelle Istituzioni domestiche o internazionali), ma è altrettanto innegabile che Lindner sembra perfettamente consapevole di ciò che può riservargli il futuro.

Il tema dell’immigrazione, divenuto “centrale” in ogni Paese di un’Europa ormai sconquassata da arrivi e sbarchi quotidiani, consiglierà al partito liberale tedesco di non assumere funzioni di governo in un Esecutivo di coalizione condotto ancora da Angela Merkel (cosiddetta ipotesi: Giamaica). E ciò, a prescindere dal loro approccio libertario sui temi dei diritti civili (matrimoni gay e altro).

E’ del tutto evidente che il malessere espresso dagli elettori verso gli establishment arroccati intorno alle due forze politiche egemoni in Germania (CDU ed SPD), come in altri Paesi dell’Unione Europea, sia in forte  e, almeno apparentemente, inarrestabile, crescita.

In Olanda il partito liberale di destra di Mark Rutte ha solo contenuto, a stento, la destra islamo-foba di Geert Wilders, superiore ormai, anche quest’ultima,  per numero di seggi sia ai democristiani sia ai socialdemocratici.

In Italia, non è da escludere che le prossime elezioni politiche (se e quando vi saranno, dato il clima autoritario, instauratosi nel Bel Paese) vedano l’avvicinamento e il rispettivo successo di due forze, per così dire “anti-sistema”: Il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo-Luigi Di Maio e la Lega (non più Nord) di Matteo Salvini.

L’Europeismo dei burocrati, tuttora di stampo colbertiano (id est: molto autoritario e del tutto scollegato con gli Stati-Comunità che li esprimono) è in piena crisi.

Quei funzionari, ben pagati, vanno, oltretutto, per proprio conto, mancando il controllo di una vera forza politica comune a tutti gli abitanti della terraferma del Continente.

Il sogno dei Padri fondatori rischia di finire nella soffitta delle fantasie svanite ed è persino difficile indovinare, oggi,  il numero dei piangenti.

E’ difficile prevedere, in un simile contesto, che Lindner sacrifichi le sue potenzialità di crescita elettorale futura sull’altare di Angela Merkel, che potrà con maggiore verosimiglianza trovare la collaudata stampella dei socialdemocratici, nell’inseguire, a parole, fole ideologiche e nel praticare, more solito, spartizioni di posti di potere.

Il maggior merito di Lindner è quello di essere un uomo politico di conio attuale.

Egli ha saputo accentuare molto il sano e concreto pragmatismo politico che già distingueva i liberali in uno scenario dominato da forze impregnate di asserite e mai dimostrate idealità umanitarie.

Quelle, cioè, che avrebbero condotto il CDU di Angela Merkel e l’SPD di Martin Schulz alla politica, dimostratasi poi rovinosa per entrambi, di un’immigrazione cospicua  per compiacere, in effetti, le richieste dall’industria meccanica tedesca, in forte ansia di competizione con quella statunitense.

Si è trattato (e, purtroppo si tratta ancora) di una politica disastrosa, da cui, persino, il Pontefice della Chiesa di Roma, Francesco, che ne era stato, per ragioni certamente non connesse alla sua funzione di “guida spirituale della Cristianità”, uno dei maggiori propugnatori, ha dovuto prendere le distanze (con un dietro-front poco onorevole sul piano di un’infallibilità papale che molti suoi “fedeli” ritenevano estesa, contro le stesse regole ecclesiali, oltre i limiti teologici).

Contro il “nazionalismo” della “Germania uber alles” della Destra Estrema, Lindner ha saputo contrapporre il valore di una società costituita da un insieme di persone accomunate da identità di principii, intenti, esigenze, sia di ordine etico, ideologico, spirituale, e sia anche di natura concreta e materiale; il bene e il pregio di una collettività d’individui insediati in un determinato territorio e legati da particolari vincoli di natura etnica, religiosa, politica, linguistica ed entro cui s’instaurano forme di cooperazione, divisione dei compiti, secondo leggi, ordinamenti, consuetudini comuni che definiscono un sistema di rapporti culturali, giuridici, economici, funzionali alla sopravvivenza di quella collettività.

In definitiva, la Nazione di Lindner è quella empiristica e reale che deve fare necessariamente i conti con la presenza di abitanti in uno stesso, circoscritto territorio, con spazi vitali da osservare e bocche da sfamare.

Il che, per liberali che sono nati, cresciuti, educati nei territori del cattolicesimo, del protestantesimo e dell’idealismo filosofico Euro-continentale non è poca cosa.

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