L’unione di esseri viventi, temporanea o permanente, imperniata esclusivamente sulla femmina a causa della generazione della prole; con il maschio, donatore inconsapevole del liquido seminale, dedito ad attività estranee alla cura dei neo-nati, per il genere umano non poteva durare a lungo.

Il raziocinio, sviluppatosi nell’Uomo anche contro la sua stessa volontà, facendogli cogliere il nesso tra i suoi coiti e le gravidanze  delle donne che avevano avuto rapporti sessuali con lui, ha fatto sì che il felice periodo del matriarcato sia stato molto breve nella lunga storia degli esseri umani.

Con il patriarcato, dall’uomo imposto,  si sono sviluppati, nel genere umano, effetti emotivi dalle conseguenze sconcertanti che, probabilmente, erano prima sconosciuti: senso del possesso (maritale e paterno) su individui, pur nati per essere liberi, avidità proprietaria giustificata dall’amore non solo sibi ma suis, gelosia personale, motivata con la necessità di evitare la contaminatio sanguinis nella femmina incinta e sessuofobia generalizzata ed estesa all’intera società per rendere possibile e accettata la clausura della femmina procreatrice tra le mura domestiche, tabù vari connessi con la sfera erotica e via dicendo.

Ovviamente, il rigore della società patriarcale fondata sul dominio del maschio sulla femmina e sui figli  ha avuto “declinazioni” diverse nei vari tempi della storia umana e nei differenti luoghi del Pianeta.

Per restare in Occidente, all’epoca della civiltà greco-romana (sino ai tempi, cioè, dell’Impero, invaso da orde barbariche prima solo mediorientali e poi anche nord-europee) vi era una “relativa” libertà goduta da uomini e donne (e dalle stesse divinità, maschili e femminili, dell’Olimpo).

Dopo l’avvento, nelle nostre terre, di due delle tre religioni monoteistiche mesopotamiche, quel briciolo di libertà divenne, soltanto, un ricordo felice nella prosa e nella poesia di quei nostri antenati.

Il panorama, infatti, era radicalmente cambiato (e ora rischia di peggiorare ancora di più per la massiccia immigrazione islamica in atto nelle nostre terre; lì la lapidazione è ancora in uso).

La condizione umana era stata sottoposta a costrizioni assurde e innaturali e soprattutto il servaggio della donna era divenuto intollerabile.

Di quella schiavitù che è psicologica ma anche fisica, come dimostrano i ripetuti atti di violenza, non ci si potrà liberare con manifestazioni, pur necessarie, di protesta contro la sottomissione all’uomo.

Urlare in piazza contro le violenze di matrice maschile dalla donna subite, rischia di avere lo stesso effetto delle grida manzoniane, se non si va alle radici del problema, che è di “mentalità” dominante.

Storicamente, le religioni che hanno condizionato e ancora oggi determinano il nostro modo di valutare i fatti della vita sono nate in una zona del mondo arida, brulla, impervia, desertica o montuosa, popolata da esseri umani e animali mal nutriti e mal vestiti. Essi non potevano immaginare religioni diverse da quelle che si sono imposte, in modo masochistico e sadico nello stesso tempo.

Quelle credenze riflettevano i loro primitivi e selvaggi costumi di vita. Le donne, in quelle terre tormentate da un clima torrido e aspro, costituivano la parte sottomessa e senza voce dell’umanità.

Eva, la prima donna del Pianeta, era stata creata da Dio per generosità di Adamo che avevo consentito che utilizzasse una sua costola: era una sorta di bubbone aggiunto, solo in un secondo tempo, alla perfezione del maschio.

Per giunta, Eva si era comportata anche male, lasciandosi convincere dal Diavolo, sotto forma di serpente (noto simbolo sessuale, secondo Freud), a prendere un pomo dell’albero della conoscenza e a offrirlo ad Adamo, causando la rovina di entrambi.  Dio che li avrebbe voluti ignoranti in eterno (per agevolare, oltretutto, i suoi poco colti e sagaci sacerdoti sulla Terra), li aveva scacciati dall’Eden.

Le sacre scritture di quelle religioni terrifiche e disumane raccontano di storie di donne fedifraghe e dissolute, lapidate con sassi acuminati dopo essere stata sepolte nella terra fino alla vita; di altre condannate, per la gioia sadica dell’uomo, a partorire con dolore e a essere svillaneggiate, insultate e vituperate in caso di rifiuto di tale sacrificio, ove da taluna di esse ritenuto inutile o “in soprannumero”;  di altre ancora addette a umili servizi di pulizia o a pratiche infermieristiche per detergere le ferite dell’uomo, protagonista assoluto della vita come della morte.

Da una religione siffatta che ha preteso anche di dare voce a una Natura assolutamente muta per imporre prescrizioni agli esseri umani circa le cose da fare e da non fare con il proprio sesso, era (ed è) difficile attendersi una coesistenza tra maschi e femmine non fondata sull’odio, sull’avversione, sul rancore, sui risentimenti, sulle umiliazioni inflitte e subite.

Se a ciò si aggiunge che  popoli civili ed evoluti, come quelli eredi dei greci e dei  romani (Un  motto latino affermava: libera matrimonia esse antiquitus placuit) dovettero subire per molti secoli (fino al ripristino comunque molto tardivo  del divorzio) la prigionia a vita del matrimonio indissolubile (inteso addirittura come “sacramento divino”), si capisce agevolmente quanto duro e lungo sia stato sino a oggi il cammino dell’umanità, per recuperare la libertà (perduta, a causa di credenze, sorrette dalla più pura irrazionalità).

E’ chiaro, a questo punto, che perché sia restituita alla donna la piena, completa e assoluta dignità e parità, occorre dare una svolta alla lotta: non manifestazioni di piazza che lasciano il tempo che trovano, ma comprensione delle ragioni profonde del servaggio, diffusione capillare, parlandone con amiche e conoscenti, in dibattiti, convegni e altro delle motivazioni individuate e, soprattutto, successivo, netto rifiuto di quelle radici irrazionali e assurde che condizionano la vita umana, in generale, e quella femminile in particolare.

Non c’è liberta senza il trionfo della razionalità più pura e priva di aberranti deformazioni mentali o di comportamenti incongrui, motivati dall’esigenza di   compromessi. Ciò vale per la Rivoluzione Liberale e per la Rivoluzione Femminile: simul stabunt o simul cadent (nella forma corretta, dimenticata spesso dagli uomini che si dedicano all’attività politica).

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