La poesia e la filosofia di Giacomo Leopardi sono tra le espressioni, più vivide e importanti, di quella che è chiamata la civiltà (o con termine meno pomposo, la tradizione storico-culturale) dell’Occidente. Solo di  quella, però, che, si richiama al pensiero presocratico, libero, indipendente e, in grande prevalenza, monistico (c’è un mondo solo e di esso unicamente possiamo fare esperienza), materialistico e se si vuole nichilistico.

Leopardi, amante del  logos e del rigore raziocinante, sembra ignorare il tempio eretto, con ben celata alterigia e sicumera, all’irrazionalità immaginifica, fantasiosa, spiritualistica, dualistica (i mondi sono due, uno è la Terra l’altro l’aldilà; il Creatore sta in cielo e la sua asserita creatura con gli esseri umani che la popolano è il Pianeta) sia dalle tre religioni monoteistiche “sbarcate” in Europa dal Medioriente sia dalla Metafisica di Platone e di Aristotele (e infine dall’Idealismo tedesco).

Il Poeta-Filosofo aveva poca simpatia anche per altre Idealità che permeavano il Bel Paese in quei tempi di ostentato fervore nazionalistico o di proclamate (persino in modo stentoreo) tendenze egualitarie: intendeva dedicare la sua opera a rischiarare, con gli scritti, le tenebre di ciò che riteneva l’oscurantismo cieco del fanatismo religioso e di quello politico.

I suoi strali volevano colpire anche le possibili aberrazioni di un’Europa invasa da congetture altisonanti sui Valori Nazionali e/o sull’Uguaglianza universale, elaborate da filosofie sedicenti razionalistiche.

Leopardi sa che la realtà è soltanto quella che vede con i suoi occhi, sperimentabile dai suoi sensi e non quella che artificiosamente si intende dedurre da un’Idea; non ignora di essere una piccola, minuscola, microscopica parte delle schegge viventi che gli Universi (non v’era ancora stata, ai suoi tempi, la scoperta che al nostro Universo se ne debbano aggiungere altri) possono produrre; che non può arrogarsi il diritto di voler capire e spiegare tutto ciò che è avvenuto e che avviene in miliardi di galassie, prendendo spunto dalla sua vita limitata e circoscritta nel tempo e nello spazio (i cui concetti elabora, peraltro, prendendo a base unicamente i dati della propria limitata esperienza).

Con buona probabilità, la posizione della città di  Napoli entro i confini dell’antica Magna Grecia aveva dato a Giacomo Leopardi l’illusione di potervi trovare tracce di quel pensiero greco presocratico, rigorosamente logico, da lui tanto prediletto: aveva constatato, invece, che solo il paganesimo era riuscito a sopravvivere all’ondata cristiana, conservando aspetti di una propria, autoctona superstizione in aggiunta a quelli mutuati dalla religione sopravvenuta.

A differenza di ciò che si crede, il Vate di Recanati non era un nemico acerrimo della Natura; non la vedeva come una matrigna, dura, inflessibile e crudele;  non si scagliava contro di essa; non credeva che, nella sua materiale oggettività, la Natura si prefiggesse fini e compiti di alcun genere; non vedeva in essa alcun Dio, contro il quale imprecare. Se un meteorite cade sul Pianeta e stermina un’inerme popolazione, non si tratta certamente di un atto di crudeltà della natura; così come lo splendore del sole e l’azzurro intenso del cielo non rappresentano i segni di una sua generosità. E’ tutto così com’è, per effetto di una casualità, gravitazionale, quantistica; punto e basta!

Il Poeta di Recanati rappresenta il momento magico della liberazione della poesia e della letteratura in generale dall’asservimento a una visione dualistica del mondo che è propria sia della visione giudaico-cristiana sia dell’Idealismo, sfociato nella sua versione più avanzata in quello tedesco.

Giacomo Leopardi segna, in modo netto, il momento dell’ingresso dell’Arte nel mondo libero e monistico della Natura, nel Cosmo, nell’Universo dei mille Universi.

La sua idea della Natura è, a un tempo, quella di Leucippo, Democrito, Epicuro, Lucrezio e quella degli astrofisici, nostri contemporanei, che hanno visto, con una certa irriverenza religiosa, nel bosone di Higgs la particella di Dio.

Nel campo della letteratura italiana, l’unicità di Leopardi è fuori discussione.

Soltanto in pittura i Macchiaioli e gl’Impressionisti avevano puntato anch’essi i piedi, in modo saldo, nella Terra e ristretto i confini della straripante arte sacra, concentrandosi nello studio degli effetti della luce sul soggetto del dipinto: si erano emancipati, in tal modo, dalle commissioni ecclesiali, qualche tempo dopo i pittori fiamminghi; avevano riscattato l’arte pittorica dall’egemonia di una fantasia che pretendeva di costruire e imporre, come vere, realtà solo immaginabili con la fantasia e non verificabili dall’esperienza (si pensi al Regno dei Cieli e alla sua Corte di Santi e Madonne che, tra nuvole, aloni, fulmini, saette e scintillii sono sovrapposti, nella parte superiore di quadri e affreschi alla sublime bellezza naturalistica e armonia compositiva della parte inferiore).

Anche l’arte pittorica, però, giungerà alla stessa, integrale demitizzazione leopardiana del mondo reale soltanto nel secolo successivo, attraverso i concetti spaziali, i buchi, i tagli e i crateri di Lucio Fontana, le ustioni nella materia, i cretti, gli squarci nella plastica di Alberto Burri, gli atomi impazziti e i simulacri di movimenti gravitazionali di Jackson Pollock e di altri artisti dell’action painting nord-americana.

Non a caso a tali manifestazioni artistiche si accompagnerà la riscoperta, il recupero, la riproposizione schematizzata o la rielaborazione fantasiosa da parte di altri e coevi artisti dell’arte primitiva e rupestre dei cavernicoli, ritenuta, con giusta vis polemica, espressione di un naturalismo puro non contaminato dall’irrazionalismo sia di sogni onirici religiosi sia di fiabesche congetture metafisiche.

I quadri informali dei pittori astratti e i recuperi di forme totemiche e primitive di artisti diversamente figurativi (rispetto alla tradizione) rappresentano il tentativo di una raffigurazione del Cosmo nel senso leopardiano dell’atomismo, del materialismo, del monismo. Chi ha ben compreso Leopardi non storce bocca e naso dinanzi alla pittura contemporanea. Chi lo fa, è bene che si dedichi ad altri autori e non perda tempo con il Vate di Recanati: l’idea monistica del mondo non è nelle sue corde!

L’astrofisica contemporanea, lontana dal mondo irrazionale delle religioni e delle utopie politiche, manichee e visionarie, rende un prezioso omaggio alla lucida conoscenza di Leopardi e ne fa il vero poeta dei nostri tempi.

La pietà umana che il Vate affermava di sentire per i diseguali non ha nulla a che fare con l’uguaglianza economica promessa dai fautori del Verbo evangelico (nella parte ben nota dell’apologo del ricco e del cammello) o del Sole dell’avvenire.

La solidarietà Leopardiana è quella degli empiristi e pragmatici anglosassoni e l’ineguaglianza tra gli uomini è certamente per lui un motivo di sofferenza. Sono in mala fede, però, gli esegeti del suo pensiero che tentano di cogliervi altri aspetti. Nello Zibaldone Leopardi si scaglia contro chi, già ai suoi tempi, mostrava la tendenza di uguagliare tutto.  

Così come l’affermazione che “il più solido piacere di questa vita è il piacere vano delle illusioni” non può essere messa in relazione con l’altra secondo cui “la verità del nulla può dare infelicità” per inferirne che l’illusione possa riguardare anche la ricerca della verità ed entrare nel settore dell’attività di conoscenza.  L’illusione di cui parla il poeta è correlata alla realtà spicciola dei fatti esistenziali (unica concretezza di cui possiamo avere esperienza): ben venga, egli dice, se può dare speranza, sollievo, conforto a chi la coltiva (e che magari soffrirebbe di più senza di essa).

Il Poeta non pensa certamente né all’immaginazione che dà luogo ad astratte illusioni metafisiche né alla fantasia che rasserena i credenti, prefigurando stati d’eterna felicità o li turba con tetre visioni di pene infernali.

Dal complesso dell’intera opera del poeta-filosofo si ricava che l’intuizione di un nulla che tutto avvolge se non rappresenta, come pure è per ogni laico vero, un chiaro valore di conforto neppure aggiunge infelicità.

Nei suoi numerosi scritti non vi sono tracce concettuali delle parole né di santi né di profeti né di assertori d’ideali politici, ritenuti dogmaticamente sommi dal coro monotono degli insegnanti di filosofia del suo tempo.

Leopardi è un politico anti-sistema, certamente ante litteram: in ciò sta la sua sorprendente attualità.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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