E’ opinione comune che il liberalismo sia divenuto nel mondo occidentale la cultura politica egemone. Raramente, s’incontrerebbero persone che non si dicano “liberali”.

Ciò sarebbe dovuto a molteplici fattori: crollo del socialismo reale nei Paesi cosiddetti di oltrecortina (conseguente alla crisi delle ideologie d’ispirazione marxista); “scristianizzazione” indotta dal consumismo e dall’affermazione di un ideale di vita volto prepotentemente al raggiungimento di un benessere materiale su questa Terra (con coerente minore attenzione ai problemi di una vita nell’aldilà); trasformazione del “nazionalismo” da sogno di egemonia sugli altri, di stampo nazi-fascista, a misura di protezione dagli altri (idea questa, perfettamente compatibile con l’idea liberale).

Il liberalismo ha una duplice veste. E’, cioè, allo stesso tempo, una dottrina politica e una teoria economica  (Von Hayek ritiene i due aspetti del tutto “inscindibili”).

C’è da chiedersi, però, se la prassi invalsa di dichiararsi “liberali” per una sorta di “must” dei nostri tempi (e ciò anche se si è stati comunisti, cattolici, fascisti convinti per un’intera vita) contribuisca a rendere più agevole il dialogo attuale tra gli individui o lo complichi ancor più e definitivamente, a causa della disinvoltura (per non dire superficialità) con cui si assume la nuova qualifica.

A mio parere, l’affermazione di chi dichiara di essere “liberale” va interpretata cum grano salis e ricordandosi del motto che non sempre è oro ciò che luccica.

Essere “liberali” sino in fondo, soprattutto in Paesi egemonizzati molto a lungo (millenni) da ideologie salvifiche, religiose o filosofiche, non è così semplice.

Per un principio da tutti condiviso, il liberalismo propugna dottrine e prassi contro l’assolutismo, sia politico sia filosofico.

Il primo è quello dei poteri e dei comandi di un Capo, monarca o tiranno, che non possono essere messi in discussione, ma devono accettarsi ed eseguirsi.

Il secondo è quello delle religioni e delle filosofie idealistiche (prima platoniche e poi tedesche) i cui assiomi vanno condivise per fede in verba magistri.

Gli assolutisti esprimono, in modo apodittico,  solo “verità” che non possono essere messe in discussione, perché o rivelate addirittura da Dio o nate nella mente di Geni dell’umanità.

Ora, è chiaro che se l’assolutismo esclude ogni possibilità di valutazione dei dogmi, chi anela a una piena libertà di pensiero (e tale dovrebbe essere ogni vero liberale) non può accettarlo.

E’ ciò che avviene veramente nella pratica? Non credo che sia sempre così.

Eppure, per ciò che riguarda l’assolutismo religioso, un liberale colto dovrebbe sapere bene che le premesse del suo pensiero si ritrovano proprio nel Rinascimento Europeo e nella Riforma protestante, sotto forma di lotta, anche strenua, per la libertà religiosa (Giordano Bruno finì al rogo e Galileo Galilei in galera).

Non tutti i credenti, però, pensano che la religione sia un assolutismo del tutto illiberale e intollerante da bandire. E vi sono liberali che pensano di poter conservare nel loro bagaglio “culturale”, insieme con il forte amore per la libertà, una fede religiosa.

Le giaculatorie che ripetono a se stessi sono note: credere è un’esigenza del tutto intima e interiore dell’essere umano; la libertà politica non è compromessa dal servaggio a Cristo; sono religioso ma non praticante, perché non mi convincono i preti e via dicendo. Invocano, inoltre, il concetto quanto altri mai ambiguo della “spiritualità”; fingono di credere che a obnubilare la ragione sia l’abitudine a frequentare i luoghi di culto e non invece la credula attenzione a “storie e storielle” che, evidentemente, non considerano del tutto inverosimili.

Altri dogmatismi estranei all’idea liberale sono le irrazionalistiche congetture della filosofia idealistica tedesca: prima del mondo reale c’è l’Idea; il giochetto della tesi, dell’antitesi e della sintesi spiega il mondo più di notti insonni, dedicate ad approfondire la conoscenza della realtà che ci circonda e così via. Sarebbero  tali cose del tutto  innocue, se da esse non fossero saltati fuori il nazi-fascismo e il social-comunismo.

A prendere gli Europei per mano e a condurli o alla visione utopistica di un’uguaglianza, non solo giuridica ma soprattutto economica, di tutti gli esseri umani viventi sul Pianeta o alla concezione di popoli eletti da Dio e superiori agli altri, sono stati non soltanto i sacerdoti di un Dio (giudaico, nella versione “popolo eletto” e cristiano, in quella dell’eguaglianza) ma anche i seguaci dei filosofi fautori dell’Io Universale (che, secondo molti, avrebbe perso soltanto la D del primo) che non hanno rinunciato, nel “secolo breve”, a indurre la gente a sognare il raggiungimento di mete impossibili; se non per le generazioni attuali, per quelle future (e in tal caso il sogno è diventato frutto di una vera aberrazione mentale).

E’ vero che masse considerevoli hanno potuto costatare che nell’applicazione pratica di quei principi, alti Prelati religiosi, come del resto, uomini della Nomenklatura comunista, oltre che sommi gerarchi del fascismo, in barba alle sublimi parole delle loro orazioni e concioni pubbliche, si sono arricchiti a dismisura, lasciando tra gli stracci i poveri del Pianeta e in condizioni servili i popoli eletti; ma è altrettanto incontestabile che circa un secolo è trascorso prima che genocidi, assassini di massa e ruberie subissero una tregua.

Ora, per quanto l’ossimoro cattolico-liberale e quello liberal-comunista siano stati usati (il secondo, soprattutto, in questi ultimi tempi) veramente molto e per quanto diffusa sia divenuta la pratica di dichiararsi “liberali”, mi chiedo se non sia doveroso chiedersi se un liberale, nel suo bagaglio, per così dire etico, non debba avere un’idea di partecipazione ai problemi di miseria della società in cui vive.

Sotto il profilo emozionale, la povertà altrui, in un’anima sensibile produce dolore e induce alla commozione. La risposta, però, non può rinunciare a tener conto del canone della razionalità.

Può e deve esservi solidarietà, non importa se spontanea o imposta dalla collettività anche in termini pesanti e rigorosi, perché si tratta di una misura auspicabile e necessaria per la stessa convivenza sociale.

Non può essere consentito illudere la gente con il miraggio di mete irrealizzabili e di utopie fantasiose, ma è un dovere essere solidali.

Un liberalismo, improntato alla razionalità personale (desunta da esperienze empiristiche e non da visioni immaginifiche dell’Idea) e alla solidarietà sociale, resta per una persona amante della libertà la meta ottimale, anche se difficile da raggiungere.

Per onestà intellettuale, occorre aggiungere, però, che una visione del liberalismo contenuta entro il limite della solidarietà, farebbe perdere per strada figure di personaggi illustri, entrati nell’Areopago dei grandi Maestri del liberalismo. Idealista hegeliano e laudator della visione ecumenica, pauperistica del Cristianesimo è stato Benedetto Croce e più di recente John Rawls ha parlato  di giustizia sociale distributiva.

Ultimo quesito: porsi fuori della linea di Croce, Rawls e altri non significa essere assertori dell’ “assenza” di un’etica che colpisca comportamenti umani negativi? No! solo riduzione della moralità nei limiti del ragionevole. L’etica romana, assolutamente laica e razionale, si restringeva alla regola del neminem laedere e comprendeva, nella sua aurea icasticità ed essenzialità, ogni possibile “danno” causato a individui e a cose con la violenza  o con l’inganno.

Come insegna, però, la storia del liberalismo, la tolleranza è un’altra prerogativa dell’uomo che ama la libertà.

E allora? La domanda è nel titolo.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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