Per una strana coincidenza (del Fato, avrebbero detto i nostri antenati greco-romani), il termine lessicale “moderatismo” è nato nel nostro Paese, definito dal sommo Dante “non donna di provincia ma bordello”, a causa della rissosità della sua gente.

E’ sorto nella mente di alcuni noti e illustri esponenti del Risorgimento Italiano, come Cesare Balbo e Massimo D’Azeglio.

Con quella parola, s’intendeva indicare un indirizzo politico e culturale, volto a conciliare l’anelito all’unità, all’indipendenza e alla libertà del Bel Paese con il rispetto non solo dei valori tradizionali della popolazione italiana, ma anche del potere costituito e di alcune istanze di conservazione sociale, oltre che, naturalmente, con il rifiuto di ogni violenza (guerra, rivoluzione) nell’azione politica.

Dopo l’unificazione, però, il termine moderatismo si era lentamente avviato a cadere in desuetudine.

Non è un mero caso che la vasta Enciclopedia Treccani, voluta dal Duce e divenuta sterminata, nel dopoguerra, con tutti i suoi numerosi e ponderosi aggiornamenti, indici e appendici, succedutisi nel tempo, lo ignori del tutto, non contenendo alcuna voce al riguardo.

Sull’esclusione iniziale si può ipotizzare che a suggerire ai curatori di omettere del tutto di parlare di moderatismo sia stato lo stesso Benito Mussolini, che, probabilmente, non doveva considerare quell’espressione adatta a caratterizzare un popolo non solo di “eroi e navigatori”, ma anche e soprattutto di fanatici esaltati della cosiddetta rivoluzione fascista.

Sul perdurare dell’assenza di quella voce anche nei volumi editi dopo il ventennio, si può soltanto azzardare l’ipotesi i nuovi curatori, scelti prevalentemente tra intellettuali di conclamato “sinistrismo”, abbiano voluto continuare a omettere quella voce, perché l’assolutismo rivoluzionario di cui si era fatto portatore, nell’immediato dopoguerra, prima delle iniezioni di bromuro dei suoi leader cosiddetti miglioristi,  il partito comunista italiano aveva addirittura additato al pubblico ludibrio ogni idea di “moderazione”, tacciandola, di essere l’espressione più subdola della “reazione in agguato” (per usare il linguaggio di Giovannino Guareschi, da quegli intellettuali, fortemente odiato).

A giudizio di quegli intellettuali, organici o soltanto “impegnati”, gli Italiani, probabilmente, avrebbero dovuto continuare a concepire la lotta politica, com’era sempre stato, nei secoli precedenti entro i confini della penisola, in un modo violento, incivile e selvaggio, tutt’altro, quindi, che “moderato” (le immagini di piazzale Loreto che avevano sconcertato gli stranieri avevano avuto uno straordinario effetto sugli Italiani, assetati di vendetta, dopo anni di pecorile e volontaria sottomissione al Duce).

Il concetto era stato reintrodotto nel linguaggio politico, con molto coraggio ma non senza la necessaria cautela, soltanto dai socialisti negli anni ottanta (e, in particolare, da Bettino Craxi e Claudio Martelli, al fine precipuo di prendere le distanze dai c.d. massimalisti del loro stesso partito).

Il moderatismo era stato tirato, nuovamente, in ballo da Silvio Berlusconi, in occasione della sua ben nota “discesa in campo”; forse con poca convinzione e, secondo i suoi più agguerriti avversari politici e detrattori, con ben scarsa coerenza con il pout-pourrì delle istanze confluite nel suo movimento politico (talune persino di derivazione dell’ex estrema destra, più o meno nostalgica dei “fasti” del regime fascista).

Il tentativo di riesumazione del termine “moderazione” (nei suoi variegati e multiformi aspetti di temperamento di visioni assolutistiche e autoritarie), era, però, malamente fallito.

Non sorprende, quindi, che oggi, lo stesso centro-destra, nell’insopprimibile anelito all’ordine e alla messa in riga di tipo autoritario, propone, dopo una gaffe iniziale, in cui era stata tirata in ballo addirittura la Presidenza del Consiglio dei Ministri,  la presenza di un Militare al Ministero della Difesa e/o di un Prefetto a quello dell’Interno. Il che per uno schieramento che pur pretende di definirsi “liberale”, non è senza contraddizioni.

C’è chi ha osservato che la misura non sarebbe un “toccasana” (come si pretende che sia) ma dell’accettazione implicita di una “sospensione della democrazia”, per incapacità della società italiana di esprimere personaggi che non siano cresciuti nell’alveo autoritario di una pubblica amministrazione, militare e civile, di ascendenza comunque tirannica (monarchico-colbertiana, napoleonica, asburgico-teutonica, nazi-fascista  o quel che sia).

Un tale progetto politico dovrebbe rispondere, mutatis mutandis, alle finalità pratiche del vecchio dictator romanus,figura mai uscita, con buona evidenza, dal novero delle fantasie italiche di asserito “buon governo”, sia pure temporalmente limitato.

A sostenere, comunque, il tentativo di portare l’Italia nell’ambito dell’autoritarismo nascosto, vi sarebbero le forze più potenti che operano nel mondo occidentale: il Vaticano, i grandi tecnocrati della Finanza e dell’Industria a livello internazionale (il report della banca J.P.Morgan Chase è sempre nella memoria degli Italiani), i tycoon del cosiddetto racket dell’informazione, gli inflessibili burocrati dell’Unione Europea, la Massoneria e l’Opus Dei, in un (forse, non troppo) inedito connubio.

Il centro-destra, gettando il cuore oltre l’ostacolo, se ne rende portavoce, con anticipo rispetto ad altri schieramenti (come il centro-sinistra, altrettanto sensibile al canto dell’autoritarismo di sirene nostrane e straniere), inserendo, per giunta, in un discorso del suo leader, l’espressione “Rivoluzione Liberale”.

A chi scrive, da indipendente, su un giornale con la stessa intestazione, sorge spontanea la domanda: Quella proposta è propria da Rivoluzione Liberale?

CONDIVIDI