Apocalittici o integrati si definivano, decenni or sono, i pessimisti o gli ottimisti sul futuro dell’Umanità.
Oggi la moderna sociologia adotta i termini di plowboy, per indicare i primi (cantori melanconici dei fiaschi e delle cadute del genere umano: da plow, voce rara che sta per plough) e playboy i secondi.
La sostanza non muta con la diversa terminologia.
La contrapposizione tra chi intende a ogni costo usare la logica e il raziocinio e chi preferisce fantasticare e rifugiarsi nel sogno è nata con l’Uomo.
Già ai tempi di Omero erano definiti “profeti di sventura” quelli che, usando il cervello e mettendo in correlazione logica gli eventi, prevedevano che due più due non poteva che fare quattro.
Se quel grande Vate avesse avuto, come suoi contemporanei, Thomas Hobbes (con il suo motto: “homo homini lupus”) e il nostro conterraneo Giacomo Leopardi, li avrebbe inclusi nell’elenco di quelli che vedevano chiaro nel futuro, ma non avrebbe potuto evitare loro l’uso di epiteti infamanti: il pubblico dei lettori, che vuole essere ottimista, a ogni costo e a dispetto di tutto, si compiace voluttuosamente di ingiurie grasse.
Il Vate sapeva che i fatti che narrava davano ragione ai “profeti di sventure”, ma non risparmiava loro tale espressione.
Certo: l’ottimismo è fantasmagorico, cattura la simpatia della gente semplice, se unito a un’immagine ben curata, rende più facile la conquista di un posto di lavoro e, soprattutto, garantisce il successo mediatico. Gli Statunitensi ne hanno fatto il perno dell’American way of life e dell’American Dream; unitamente all’orgoglio di essere “young country e young people”.
Anche fuori, però, dei confini di quella gente ricca di goliardica baldanza, gli esseri umani vogliono credere che i tagliatori di gola dell’ISIS siano stati i primi assassini feroci comparsi sul palcoscenico della Storia; non accettano il rilievo che la distribuzione equa della ricchezza sia soltanto un velleitario non sense in un’umanità che accumula denaro in modo spietato e disincagliato da ogni regola morale; rifiutano soprattutto l’idea che anche il progresso della scienza, della ricerca, della tecnologia più avanzata (dall’Occidente, all’ex Impero Sovietico del passato e al regime odierno di Pyong-yang della Corea del Nord) sia il frutto delle lotte per accumulazioni di capitali; conflitti spietati da legge della giungla, cui nessuno si sottrae mai, definitivamente e completamente. E ciò, sin dall’inizio dell’assetto patriarcale della società umana.
L’avidità proprietaria dell’uomo, sibi et suis, non è controllabile né dai sudditi né dai governanti, perché entrambi, quali che siano le loro idee politiche, sono portatori di quel virus della crescita infinita, patrimoniale e reddituale e di fronte alla possibilità di ottenere guadagni maggiori non arretrano mai, anche a costo, talvolta, di rimetterci la pelle per lo stress eccessivo della ricerca e, purtroppo, anche a fronte di azioni di corruttela privata o pubblica.
Dati statistici, dotte ricerche, articolati sondaggi, avvertimenti di “Forbes” e documenti di grandi istituti di sociologia, per quanto ricchi e doviziosamente illustrati, non possono, dare una visione della realtà, che resta sempre, a dispetto degli orpelli, quella dell’homo homini lupus e del pessimismo leopardiano.
E’ del tutto vano attendersi, oggi, dagli intellettuali la soluzione dei problemi dell’umanità, sempre più gravi a causa del sovraffollamento del Pianeta, e invocare da loro la delineazione del nuovo modello della società post-industriale e l’individuazione dei suoi problemi di crescita e di sviluppo.
Tale modello, oltretutto, vale solo per i Paesi Anglosassoni.
Le Nazioni dell’Euro-continente sembrano prossime, invece, a essere inghiottite dal terzo mondo. Esso, affacciatosi alla soglia dell’industria ordinaria (quella delle origini Europee) con basse paghe e assenza di ogni traccia di eccellenza qualitativa (oltre che di welfare) rischia di fagocitare la vecchia Europa, incapace di seguire il percorso del capitalismo anglo-sassone.
D’altronde, c’è chi sostiene che i problemi delle molte società umane succedutesi nei millenni non sono stati mai risolti, ma solo peggiorati dalla presunta dottrina dei “maestri del pensiero”: quella medioevale definita dai pessimisti dei secoli bui, ritenuta, dagli ottimisti, ricalcata sul modello (niente di meno che) della città di Dio; quella dell’assolutismo regio e dell’inquisizione religiosa, il cui numero enorme delle loro rispettive vittime non è contestato neppure dagli ottimisti più incalliti; quella dei furori illuministici sfociati nel “Terrore” ma messi in relazione tra di loro solo dai pessimisti più pervicaci; e quelle, tedesca, dei lager e sovietica, dei gulag, ormai esecrate persino da quelli che, ottimisticamente, ne erano stati i più ostinati fautori.
Secondo tale orientamento di pensiero, quelle menti ritenute eccelse (anche se, peraltro, mai liberatesi, chissà perché, dal servaggio delle fedi o delle ideologie salvifiche platoniche e tedesche) avrebbero fatto meno danno tacendo che parlando.
La tesi è interessante. E’ innegabile che gli intellettuali, come il buon Omero nel passato, abbiano talora dormicchiato e dimenticato di fare un serio sforzo di coraggiosa analisi e d’impegno concreto per contrastare modelli di vita che portavano solo acqua al mulino di Thomas Hobbes.
Forse, se avessero lasciato agli altri esseri umani, meno coltivati in ambulacri accademici, di orientarsi secondo un loro sano istinto, bistrattato e dileggiato dalla “cultura” e spregiativamente definito “pensiero di pancia”, le cose sul Pianeta sarebbero andate un tantino meglio.
In un libro di un noto docente di diritto penale del secolo scorso, era scritto: “a volte è meglio un grossolano buon senso che un esprit de finesse male impiegato”.

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