Molti sanno che il 12 e 13 Giugno si voterà per i referendum; moltissimi certamente  non sanno quali sono i quesiti su cui si voterà; altri invece  pensano di conoscerli.

Orbene i quesiti sono 4: uno chiede di abrogare la norma che consente ai membri del governo di non presenziare alle udienze dei processi penali nei quali sono coinvolti, per legittimo impedimento (norma che abrogata o meno, non modifica la vita dei Cittadini Italiani). Un altro chiede di abrogare la norma che consente la costruzione di nuove centrali nucleari sul territorio nazionale (norma superata dalla moratoria recentemente approvata dal Governo e i cui effetti comunque sono incerti attesi i tempi biblici necessari per la costruzione, da zero, di una centrale nucleare). Gli altri due (che peraltro sulle schede saranno il Primo e Secondo Quesito) sono stati denominati referendum per l’acqua pubblica e sono un tristissimo esempio di disinformazione e di mistificazione sia riguardo i contenuti effettivi delle norme in discussione; sia riguardo la situazione effettiva in cui versa il settore idrico nel nostro Paese. Già solo per questo, le persone serie dovrebbero votare NO. La questione è peraltro complessa e si cercherà di semplificarla il più possibile.

“Tutte le acque di superficie e sotterranee appartengono al demanio dello Stato. Le acque costituiscono una risorsa che va tutelata e utilizzata secondo criteri di solidarietà……Gli usi diversi dal consumo umano sono consentiti nei limiti nei quali le risorse idriche siano sufficienti e a condizione che non ne pregiudichino la qualità.”

“Gli acquedotti, le fognature, gli impianti di depurazione e le altre infrastrutture idriche sono di proprietà pubblica; fanno parte del demanio e sono inalienabili”.

Non sono affermazioni queste di uno dei manifesti dei comitati/movimenti denominati “acqua pubblica”, ma previsioni di una legge italiana da molti anni in vigore; artt.143 e 144 dlgs 152/2006. La legge vigente dunque già sancisce che l’acqua è pubblica e già prevede che le infrastrutture idriche siano pubbliche. Sicché nessun referendum consentirà di avere l’acqua pubblica in Italia. Perché è già così!

Qual è allora il tema/obiettivo dei due referendum per l’acqua pubblica in un Paese dove acqua e infrastrutture sono, come  detto, già pubbliche? Stando alla documentazione prodotta a corredo delle iniziative referendarie, s’intende impedire che la gestione del servizio idrico sia affidata con gare pubbliche (primo quesito) e cancellare dai parametri per la quantificazione della tariffa idrica la remunerazione degli investimenti effettuati dal gestore del servizio idrico (secondo quesito). Sono temi/obiettivi condivisibili? Assolutamente NO. E capiamo perché.

Il primo quesito referendario intende abrogare l’art.23-bis del decreto legge 112/08 (e successive conversioni e modificazioni) che, in applicazione di norme comunitarie, disciplina l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica; e che  intende favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza nonché garantire il diritto degli utenti all’accessibilità dei servizi pubblici locali. La norma prevede che la gestione dei servizi pubblici locali (trasporti, igiene urbana, gas, idrici, etc) avviene: A) a favore di imprenditori e società mediante gare a evidenza pubblica nel rispetto dei principi di economicità, imparzialità, trasparenza, etc; B) a società  a partecipazione pubblica/privata con socio  scelto mediante gara pubblica; C) a società a capitale interamente pubblico, in situazione eccezionali e particolari (cosiddetto in house). Prevede inoltre che i servizi pubblici locali attualmente affidati e gestiti in contrasto con le disposizioni su richiamate, cessino alla data del 31-12-2011, a meno che le amministrazioni non cedano il 40% del capitale sociale a soggetti sempre scelti a seguito di gare a evidenza pubblica.

L’acqua pubblica dunque non c’entra nulla, poiché la norma che si vuole abrogare disciplina solo la modalità di affidamento di tutti i servizi pubblici locali che attualmente (si pensi al gas, ai trasporti o all’igiene urbana) sono già gestiti da società private e/o pubbliche. L’intento (nobile) è quindi quello di far si che dopo l’acqua pubblica e i tubi pubblici, anche “l’idraulico” che ripara i tubi sia un dipendente pubblico. Quello ignobile è invece far si che le Amministrazioni Pubbliche continuino a gestire (con le società municipalizzate, oltre 6.000) i servizi pubblici locali, per continuare a piazzare “i loro uomini” e per continuare ad accrescere le “loro clientele politiche” con appalti e assunzioni. Il tutto a scapito dei Cittadini contribuenti (due spa pubbliche su cinque chiudono i bilanci in rosso; fonte Corte dei Conti)

Il secondo quesito referendario, intende invece abrogare il comma 1 dell’art.154 del dlgs.152/2006 che prevede che la tariffa del servizio idrico integrato è determinata ANCHE in considerazione dell’adeguata remunerazione del capitale investito. La norma è stata introdotta non solo per ottemperare a una Direttiva UE (60/2000) che impone il recupero dei costi del servizio idrico; ma soprattutto in ragione della (condivisa) indilazionabile necessità di realizzare rilevanti programmi di investimento, idonei a colmare  i gravissimi ritardi infrastrutturali accumulatisi negli anni sia nel settore acquedottistico (perdite medie al 50%); sia nel settore delle reti fognarie (inesistenti per il 15% della popolazione); sia infine nel settore degli impianti di depurazione delle acque, del tutto insufficienti a soddisfare standard ambientali degni di un Paese civile. Ma in tal modo le tariffe dell’acqua aumenteranno notevolmente? Non è vero. Anzitutto perché il contenimento dei costi delle perdite (si ribadisce al 50%) compenserà l’aumento delle spese per investimenti. Soprattutto perché in Italia la misura delle tariffe è determinata dagli Enti Locali (Comuni), non dai gestori del servizio, sulla base di metodologie stabilite dalla CO.N.VI.RI. (Commissione Nazionale di Vigilanza sulle risorse idriche). Comunque e in ogni caso un aumento delle tariffe idriche (anche indipendentemente dal referendum) è obbligato. L’acqua è un bene preziosissimo e limitato.  Attualmente la spesa media in Italia per il servizio idrico è pari ad appena E.134,00 per un consumo di 100 mc/annuo; aumenta a E.201,00 per un consumo di 150 mc/annuo. Un consumo idrico di 200 mc/annui corrisponde  peraltro allo 0.8% della spesa media mensile di una famiglia. L’esborso mensile per l’acqua è di E.22,00, mentre per i tabacchi è di circa E.26,00!! A ciò aggiungasi che le tariffe italiane sono tra le più basse del mondo. A Berlino per 200 mc di acqua si pagano quasi E.1.000,00; A Varsavia E.500,00; a Tokio E.350,00; mentre a Roma E.200,00 (fonte Utilitatis).

In tale situazione a dir poco scriteriata e anacronistica è l’iniziativa referendaria (e anche in tal caso l’acqua pubblica non c’entra nulla). Così come grandemente preoccupanti dovrebbero considerarsi quelle iniziative politiche (vedasi la Regione Puglia) che, in luogo di preoccuparsi dello stato attuale del gestore del servizio idrico (AQP spa), pubblico al 100%; indebitato per oltre 400 milioni di euro; con perdite nella rete tra le più alte d’Italia (87%; ISTAT); con le interruzioni del servizio più frequenti d’Italia;  e non di meno con le tariffe idriche più alte d’Italia (E.1,50 al mc; E.312,00 annui). Ebbene – malgrado tale situazione – puntano non solo a trasformare Acquedotti organizzati in società  (AQP) in Enti Pubblici, quindi in uffici pubblici ma altresì  ad abolire il sistema tariffario per assicurare ai propri Cittadini una quantità base gratuita di acqua!

Mistificazione e propaganda dunque allo stato puro, in una materia – come visto – seria e complessa; e in un territorio (Italia e Puglia) poverissimo di risorse idriche. Speriamo quindi che i Cittadini si informino, per conoscere prima di deliberare su una materia così importante per la vita di ciascuno.

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