Il rapporto annuale del CENSIS, Istituto di ricerche socio-economiche, attivo dal 1964, ci rivela che, se l’Italia stenta a riprendersi sul piano economico, la ragione starebbe nel rancore che pervade la sua vita sociale (Il male dell’Italia si chiama rancore, titola la Stampa).
Tale sentimento ostile non è inteso, con buona evidenza, come astio, cruccio, malanimo, risentimento di carattere personale o di individuale avversione profonda verso una persona (sentimento, per lo più, celato nell’animo e non manifestato apertamente); ma come condizione d’inimicizia o di contrasto, oltre che di acre divisione, all’interno di una comunità politica, di ostilità latente e reciproca fra appartenenti a fazioni, gruppi, consorterie, sette, confessioni e partiti diversi.
La diagnosi di radicate opposizioni di tipo religioso o ideale (id est: ideologico), estensibile all’intero Bel Paese o limitata a sue singole parti, vanta illustri precedenti storici.
Niccolò Machiavelli, una delle vittime più illustri soprattutto dell’italica avversione al pensiero libero, si augurava di vedere ogni rancore, ogni licenza, corruzione e ambizione spenta… e tempi aurei dove ciascuno può tenere e difendere quella posizione che vuole.
Malpigli chiamava in causa Bologna mia, la tua divisione, le ire, i rancori e gli omicidi.
A credere, poi, a un membro autorevole della nobile famiglia veneziana dei Duodo, non sarebbero mai stati meglio i nostri cugini d’oltralpe. In Francia, si legge, la rovina sarìa maggiore che mai, essendo indicibili gli odi intestini e i rancori che sono tra i cattolici e gli eretici, e tra quelli che sono sempre stati del partito reale e quelli della lega.
L’analisi del CENSIS fotografa la realtà ma come avviene anche nelle descrizioni storiche del famoso “bordello” italiano di cui scrive Dante Alighieri, non v’è traccia di ricerca o indagine alcuna circa le ragioni dell’ “Inverno del nostro discontento” (per dirla con il titolo di un famoso romanzo di John Steinbeck).
C’è, per usare, questa volta, un linguaggio giudiziario, il “dispositivo” della condanna, ma non la “motivazione”.
Eppure una ricerca sulle origini storiche della nascita e soprattutto della crescita dell’Italia acre, amara, acrimoniosa e livorosa sarebbe di grande utilità per studiare i rimedi contro un male cui è imputata la mancata “ripresa” economica del Paese.
Jerome Carcopino, serio e oculato studioso francese, ci assicura che la Roma repubblicana, città cosmopolita, tollerante verso gli stranieri che praticavano il commercio (ed erano soprattutto ebrei), multiforme, attiva e ricca di fermenti artistici e culturali, politici; con le pause distensive delle Terme e dei pranzi; con il rispetto per la libertà delle donne che potevano disporre a proprio piacimento dei loro beni, dedicarsi ad attività di filatura e tessitura, congeniali alle loro inclinazioni per lavori creativi, non servili o faticosi non era certamente un luogo di rancori intrecciati.
Si sa, però, da altre fonti che ai tempi dell’Impero, il pericolo di un mutamento dei costumi civilissimi della Roma repubblicana era stato, da persone di particolare intelligenza e sensibilità, perfettamente intuito.
Anche Diocleziano aveva avvertito i suoi sudditi e compatrioti sulla pericolosità della dottrina cristiana ai fini del mantenimento del loro livello di civiltà, del reciproco rispetto tra i cittadini, della buona convivenza interna, dell’orgoglio del civis romanus di far parte di una comunità invidiabile per il tenore di vita e la concordia interna tra i consoiati, con una popolazione ancora razionalmente empiristica e felicemente pagana e li aveva messi sull’avviso dei danni che avrebbe potuto produrre un monoteismo non così permissivo come il culto cui erano adusi, intollerante di ogni Verità, ugualmente assoluta ma diversa dalla propria.
L’imperatore intuiva che le immigrazioni ripetute e crescenti di un popolo primitivo e selvaggio, in eterna lotta fratricida e brutale tra i suoi elementi etnici e religiosi, astioso verso il resto degli abitanti del Pianeta (e soprattutto verso l’ameno e ridente mondo greco-romano) perché costretto a vivere sulle brulle e aride terre del Medioriente, aggiungendosi al numero dei commercianti giudei, già a Roma, avrebbe stravolto la vita quotidiana dei Romani e introdotto, in quel mélange umano, sentimenti di cruda ostilità e rancore.
Tacito, in uno dei suoi famosi Annales, aveva ricordato che l’icastica semplicità del diritto della Repubblica, segno inconfondibile di una società sana e coesa (che risolveva i problemi con formule giuridiche semplici e comprensibili) stava per essere sostituita da una pletorica, mastodontica e farraginosa produzione legislativa (quella che avrebbe caratterizzato l’Impero).
Era, in definitiva, piuttosto diffusa, a livello di una buona intelligenza, la sensazione che per effetto del mutamento progressivo e radicale della mentalità dei cives romani, per effetto delle consuetudini barbare e mortifere importate dal Vicino e dal Medio-Oriente, insieme a uno strapotere dei sacerdoti di un Dio che alimentava la corruttela della vita pubblica amministrativa, controllandola con condanne di apparente, severa durezza e con perdoni graziosamente elargiti, ma sempre nella dura logica del do ut des.
Il temuto stravolgimento si era verificato negli anni dell’Impero e della sua condanna al declino e alla caduta. Soprattutto, si erano irrimediabilmente corrotti i costumi.
Mentre nell’antica Roma repubblicana se un cittadino commetteva uno sbaglio e diveniva indignus, perdeva per sempre la sua dignità, non potendo mai più riconquistarla, nella Roma divenuta cristiana (per effetto degli editti di Teodosio e di Costantino) il perdono, espressione terrena della misericordia divina, poteva coprire e cancellare ogni infamia.
La Chiesa cattolica apostolica romana scorgeva, nella misericordia divina concessa per interposta persona, non soltanto uno strumento di proselitismo elementare, facile e molto efficace tra i reietti della società, ma soprattutto una fonte di rilevante guadagno economico (le opere d’indulgenza spesso avevano un loro prezzo, caro o basso, in base alle circostanze).
Tale ambivalenza spiega due fenomeni solo apparentemente sorprendenti.
Primo, quello delle immagini teleriprese o le foto d’archivio delle irruzioni delle forze di polizia nei covi della criminalità organizzata italiana che offrono, immancabilmente, la visione di una moltitudine d’immagini sacre, appese sui muri o di statuette di Santi, di Cristi e di Madonne (con o senza protettive cupole di vetro) sulle commode di casa.
Secondo, quello dell’attenzione dei parroci locali verso i boss della mafia, della n’drangheta, della camorra, sempre massima, come dimostra l’uso del cosiddetto “inchino”, durante le processioni paesane.
Essi possono spiegarsi con il fatto che i malavitosi di ogni denominazione sono i più devoti e i più munifici verso la Chiesa di tutti gli altri abitanti dello Stivale. Sono i fedeli che hanno più bisogno di perdono, le pecorelle smarrite che ogni pastore desidera riportare nel gregge, pur sapendo che si tratta di un’impresa impossibile o di pura apparenza; anche se, comunque, foriera di benevoli elargizioni per la diffusione del “credo”.
L’Italia e l’Europa continentale, sul piano dei costumi sociali e religiosi, sono passate, in buona sostanza, dall’empirismo pragmatico, risolutivo dei problemi della convivenza sociale al lume del raziocinio più spinto, e dal politeismo pagano tollerante, allegro, permissivo e persino godereccio, a una visione profondamente diversa della vita, imperniata sull’irrazionalismo fantasioso, fatto più d’incubi che di sogni, sul senso incombente della morte, vista come preludio di difficili godurie celestiali, astratte ed impalpabili o di più concrete ipotesi di atroci sofferenze tra viluppi di fuoco eterno; sulla mortificazione degli istinti vitali attraverso percosse e flagelli inflitti con cilici e con altri consimili tormenti alla carne, considerata colpevole di esecrabili tentazioni; sulla sessuofobia più esasperata; sul sadismo di condanne inquisitorie di pretesi Tribunali di natura “divina”; sulla masochistica espiazione di penitenti per peccati, veri o presunti; sull’esistenza, mai provata e neppure sperimentabile, di una metafisica e di un dualismo, utile solo per consegnare ai sacerdoti di un indimostrabile Dio l’arma della minaccia di pene eterne.
Nel disseminare la diffidenza tra gli esseri umani, è veramente straordinaria l’abilità dei sacerdoti di quel Dio, descritto come terrifico e terribile, che, contraddittoriamente, parla di amore ma incita all’odio e al rancore.
I poveri sono messi contro i ricchi cui si preconizza, sadicamente, che sarà difficile per loro l’ingresso nel Regno dei Cieli.
Gli adepti della religione cristiana sono contrapposti agli infedeli, “nemici di Dio” ritenuti meritevoli della perdita della vita come prodromo a pene più atroci.
Ai cultori, divenuti pochi e sparuti, dell’amore carnale come gioia e piacere distensivo sono preferiti, con dovizia di aggettivazioni positive, i fanatici di uno stressante dovere procreativo.
Gli ignoranti e i poveri di spirito non possono che essere nemici dei “dottoroni”, che avvertono il bisogno di sapere e di conoscere, privi come sono del “dono” della fede.
I beneficiari privilegiati di tale “sommo bene” devono disprezzare quelli che lo hanno “rifiutato”, con la loro miscredenza e così via di seguito in un crescendo rossiniano di ostilità, acredini, avversioni, astiosità, veleni, livori.
Dalla “favola” divertente della cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, con le “vergogne” pudicamente nascoste dal palmo delle mani, si è passati, nel corso dei secoli, al rogo, vero e mortale, di Giordano Bruno e alle carceri dure di Galileo Galilei; dalle vittime di torture inflitte dai Tribunali dell’Inquisizione creati da Tomàs de Torquemada ai condannati al patibolo del Papa-Re.
In più, “in soccorso delle religioni vincenti”, nel precedente “secolo breve” è intervenuto l’idealismo filosofico post-hegeliano, che, nella sua variante di destra, nazi-fascista, ha rinverdito il mito ebraico del popolo eletto trasferendolo ai tedeschi e inducendo questi ultimi ad annientare i giudei; nella sua versione di sinistra, si è rifatto alla parabola cristiana del ricco, del cammello e della cruna dell’ago per teorizzare l’ineluttabilità della lotta e dell’odio di classe.
Oggi, in mutate e meno cupe condizioni di vita, si è passati a un rancore che se ha perso in intensità di espressione ha guadagnato in estensione per diffusione capillare.
E’ divenuto generale se non universale e per tali sue, nuove dimensioni, è considerato un vero ostacolo alla ripresa economica, nel rapporto del CENSIS.
L’Istituto di ricerche registra la realtà, com’è nei suoi compiti istituzionali, senza commentarla.
La speranza è che diventino, invece, meno rari gli studiosi di altre discipline (di sociologia più che di statistica) che approfondiscono il tema per individuarne l’origine e la causa.
Il rancore di cui parla il rapporto del CENSIS non può restare immotivato, se non per persone che rinuncino all’esercizio libero del loro pensiero. L’augurio di un “rivoluzionario liberale” ancorché “indipendente” è che, tra le nuove generazioni, tali rinunciatari siano sempre di minor numero.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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