Quando nel 1982, nella mia attività giornalistica (libera, collaterale e coeva a quella di uomo dedito, professionalmente, al giure) avevo scritto il mio primo articolo sui pericoli che il Paese poteva correre a causa dell’unione nella stessa carriera di giudici e pubblici accusatori, l’Italia sembrava proiettata verso un futuro radioso.

Lo Stivale, con i suoi speranzosi abitanti, era entrato a far parte delle grandi Potenze industriali del Pianeta e non v’era alcun segno della china discendente, sotto tutti i profili, che appena dieci anni dopo avrebbe imboccato, tra una comunicazione giudiziaria (si chiamava ancora così l’avviso di garanzia) e l’altra.

La fantasia italica, all’epoca, non aveva ancora inventato la terminologia colorita (in apparenza) ma deleteria (nella sostanza) della cronaca giudiziaria (Tangentopoli, Mani pulite) e quest’ultima non aveva ancora soppiantato, sulla stampa e in TV, ogni altro tipo d’informazione, occupando la maggior parte delle pagine dei giornali o degli spazi televisivi.

Quando ciò, purtroppo, era avvenuto, e l’Italia era divenuta il centro di tutte le iniziative giudiziarie europee che riempivano anche molte pagine dei giornali stranieri, le conseguenze non erano state di poco momento e non solo per l’immagine del Paese proiettata all’estero.

Il rischio di finire sui giornali o sul video per un avviso di garanzia, che magari con il tempo si sarebbe rilevato infondato, ma che, intanto era  sbandierato, ai quattro venti da giornalisti, talvolta appena alfabetizzati, in vena costante di scoop su giornali che sullo scandalismo politico-giudiziario avevano costruita la loro fortuna, soprattutto presso i lettori di giovane età, aveva convinto le persone per bene, professionalmente affermate nella vita civile, a tenersi prudenzialmente lontane dalla vita politica.

A essa si erano dedicati, in conseguenza, individui che, per essere in grande prevalenza, come suol dirsi, “senza arte né parte” avevano poco da perdere e molto da guadagnare nello gettarsi a capofitto nel malaffare, potenzialmente connesso con lo svolgimento dell’attività di amministratori e gestori della res publica.

Come soltanto taluni avevano previsto, la corruzione, a dispetto del fuoco d’artificio, sempre più ricco e variegato, di avvisi di garanzia, era aumentata a dismisura.

In conseguenza, l’elettorato si era del tutto disamorato dalla politica, supplita da altri, in un Paese allo sbando.

La gente, andando a votare, avvertiva la sensazione netta di contribuire  a mandare al potere solo suoi pretesi rappresentanti che, indicati e scelti per cooptazione, esclusivamente dai capi-partito commettevano, a prescindere dal colore della loro militanza partitica, le più perverse ruberie, senza neppure essere capaci di portare a compimento le opere sulle quali avevano personalmente lucrato.

Lo scadimento e il degrado della vita politica – che scoraggiava ogni tipo di investimento straniero nel Bel Paese e induceva i nostri uomini d’affari a recarsi all’estero per svolgere attività imprenditoriali, al riparo di ricatti sempre più gravosi – sono arrivati, oggi, a un tale punto di non ritorno  che, a rileggere quel mio intervento di allora, mi commuovo per l’ingenuità che caratterizzava, all’epoca, il mio suggerimento.

Oggi, capisco che con quella semplice modifica dell’ordinamento, da me proposta sulle colonne di  “Mondoperaio”, non si poteva, certamente, evitare l’incancrenirsi di una piaga di crescente entità.

Oggi che ci troviamo di fronte a un male presso che incurabile, tacere dei mali del nostro sistema giudiziario –  non solo gravi ma molteplici – sarebbe un atto di viltà.

Senza approfondire la ricerca della fonte del “malessere giudiziario” italiano, ogni discorso sarebbe vano: un semplice pannicello caldo, privo di effetti terapeutici.

Alcuni mali della giustizia italiana sono comuni, in forma meno vistosa,  a tutta l’Europa continentale, priva com’è (l’ho scritto più volte) di ogni libertà vera di pensiero.

Da due millenni, abbacinati da ideologie salvifiche, del tutto irrazionali, religiose o filosofiche, gli Euro-continentali non riescono a cogliere l’essenza vera dei problemi che li coinvolgono.

Per effetto dell’assolutismo dominante nella terraferma del vecchio continente, il nostro apparato di giudici e di pubblici accusatori è espressione di una pubblica amministrazione che fu immaginata da Colbert come longa manus dell’autoritarismo illimitato del Re Sole.

Alla sua burocrazia, a una parte del suo “esercito” di pubblici impiegati, il Sovrano delegava anche il  compito di fare giustizia.

La situazione, paradossale e incongrua, è stata conservata e difesa da tutti i despoti del potere statale successivi a Luigi XIV, da Napoleone a Mussolini fino agli attuali governanti del Bel Paese e di altri Stati dell’Unione Europea.

In essi e in Italia, l’attività giudiziaria non è stata mai espressione dello Stato-Comunità (come è nei Paesi Anglosassoni) ma dello Stato-Autorità (anche se rappresentato da marionette della politica con burattinai collocati fuori dai confini nazionali, come pure è accaduto).

Il complesso dei magistrati (giudici e pubblici accusatori), da noi, si chiama Ordine Giudiziario (com’è corretto definirlo) ma esercita (impropriamente) un vero e proprio Potere dello Stato, il terzo indicato dal Montesquieu.

E ciò, pur non avendo mai avuto alcuna investitura popolare per esercitare funzioni pubbliche di siffatta rilevanza.

Esso s’articola intorno a burocrati, semplici vincitori di un concorso nozionistico, gestito da un Ministero, quello della Giustizia.

Come ogni apparato burocratico, l’ordine giudiziario tende ad arroccarsi e a fortificarsi su basi corporative. Si autogestisce con un Consiglio cosiddetto Superiore (quando vedo l’uso improprio di questo aggettivo mi viene sempre da chiedermi: a chi?) che prima era incardinato nel Ministero e poi è divenuto autonomo e assistito da garanzia costituzionale.

Il “cappello” imposto con il Consiglio Superiore della Magistratura non toglie o scolorisce il connotato corporativo, che, peraltro, è un malanno costante della vita civile e sociale del Bel Paese dall’epoca del Medioevo.

Se a ciò si aggiunge che i membri di tale corporazione possono “trasmigrare” agevolmente anche negli altri Poteri dello Stato (Legislativo ed Esecutivo) salta all’occhio ancora più evidente l’entità della loro “supplenza” nella vita politica del Paese.

Con l’aiuto del loro stesso “protagonismo”, amplificato dai mass-media, connesso alle iniziative più eclatanti e con il sostegno, improvvido, degli stessi uomini politici (che, in modo, probabilmente  non del tutto disinteressato, “aprono” loro le liste e ne sorreggono l’elezione) i magistrati dell’ordine giudiziario permeano la complessiva vita politica del Bel Paese e costituisco un’alterazione profonda degli equilibri istituzionali.

Si comprende agevolmente, a questo punto, quanto ingenua e limitata fosse la mia proposta di unificare le carriere di giudici e pubblici ministeri per ricondurre la giustizia italiana nell’alveo di un Paese sinceramente e profondamente democratico.

Ci voleva e ci vuole ben altro.

Occorre ricondurre il potere di delegare l’esercizio della giustizia alla collettività dei cittadini e sottrarlo agli uomini politici che gestiscono la res publica.

Il mandato di fare leggi e applicarle sul piano esecutivo è cosa ben diversa da quello di interpretarle per “fare giustizia”.

L’esempio anglosassone è molto significativo, per capire che per esercitare correttamente un potere dello Stato occorre sempre un’investitura del popolo sovrano. Negli ordinamenti inglese e statunitense la giustizia è affidata a persone di matura esperienza professionale con modalità di nomina severe che non escludono il consenso della collettività. Quei giudici e pubblici accusatori, assistiti da gruppi adeguati di giovani dipendenti, svolgono il loro compito assumendosene pienamente la responsabilità nei confronti della collettività.

Occorre, inoltre, eliminare ogni idea di corporazione, burocratizzazione e gerarchizzazione sia pure impropria di “carriera”  ed evitare che gli ambienti ovattati dei vertici, per quanto aulicamente qualificati, diventino, sostanzialmente, “stanze di compensazione” per contrapposte e spesso collidenti ambizioni personali.

Un certo pessimismo sulla possibilità di una riforma, veramente radicale e profonda, del nostro sistema di giustizia, è d’obbligo.

Non si tratta di roba da poco: eppure senza di essa il Paese continuerà, con molta probabilità, a discendere la sua via verso gl’Inferi, che non sono quelli di Dante ma ugualmente “brucianti” per gli abitanti dello Stivale; e soprattutto per i loro discendenti.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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