Non è agevole per le forze politiche che sono state al governo del Paese nell’epoca della cosiddetta “alternanza” e che si sono caratterizzate o per il nulla da esse realizzato o per il danno da esse provocato o compiuto, presentarsi agli elettori come “partiti del rinnovamento”.

La retorica, l’eloquenza, parlata e scritta, è certamente una disciplina che affonda le sue radici nell’antichità classica, ma il tempo con essa non è stato, come suol dirsi, galantuomo: l’ha trasformata radicalmente in peggio, fino a farla diventare, nei tempi più recenti, una vana e pervicace ricerca dell’effetto su chi ascolta o legge, un espediente di bassa lega che non inganna più nessuno.

Ormai, non si va più da nessuna parte con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni, alle frasi fatte, a idee vuote e artificiose, a sovrabbondanti espressioni, povere di forza di pensiero e di concretezza d’immagini, ma ricercate e raffinate, scelte con cura e forbite.

Contro tale retorica, ancora echeggiante nei tribunali di provincia, nelle assisi dei partiti più tradizionali e convenzionali, nei pulpiti di sempre troppo affollate parrocchie, negli scritti elaborati con parole altisonanti e sciccose dai giornalisti e dagli uomini politici che si vantano di essere “old fashion”(e, in realtà, ve ne sono ancora) di un’Italia invecchiata male, si scaglia la protesta dei giovani e dei rivoluzionari, liberali e non, degli indipendenti non condizionati dal ricordo di un passato che, invero, non è stato certamente glorioso.

Se siamo ridotti allo stato in cui versiamo, è meglio dimenticare tutti quelli che, da ultimi, sono comparsi sulla ribalta della nostra modesta e breve storia di Paese democratico e civile.

Utilizzare sostantivi e aggettivi ingiuriosi, frasi ampollose e reboanti per ridicolizzare tale protesta può rivelarsi un vero boomerang per i “retori” in ritardo sui tempi: del passato dei partiti tradizionali della sinistra, del centro e della destra e di tutte le loro alchemiche combinazioni non c’è nulla di cui tali forze possano menar vanto.

Sono stati tali partiti gli artefici dei tentativi di una deriva autoritaria e “illiberale”  che richiamandosi a leggi definite porcellum, italicum, rosatellum altro non facevano che riprodurre, talora anche in forma peggiorata, la legge Acerbo del fascista Mussolini.

Con il loro comportamento chiaramente anti-libertario ci hanno fatto capire che Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, a tacere d’altri meno noti, sono morti o massacrati a colpi di botte invano.

Ai falliti tentativi di far perdere la libertà al popolo italiano (cui pure ha diritto a dispetto del vile conformismo di molti suoi membri) con leggi elettorali truffaldine e addirittura con una riforma costituzionale, pur sgangherata ma chiaramente autoritaria, non ha tenuto buona compagnia alcun provvedimento degno di essere ricordato.

I valori della cultura (Quale poi? Quella dei corifei di Mussolini e poi di Stalin o di tutti e due insieme in ordine temporale successivo?) quando sono reali non possono indurre a scegliere il “meno peggio”, secondo valutazioni che restano sempre soggettive e arbitrarie e tali appaiono a chi deve esprimere un giudizio con il voto: possono solo indurre al rifiuto di tutte le “azzeccagarbugliate” proposte all’elettorato.

Il rifiuto si esprime o aderendo a un movimento organizzato di protesta (ve ne sono e si può scegliere il più congeniale ai propri istinti di diniego) o apponendo un bel NO sulla scheda elettorale, come quello tondo e robusto utilizzato per il referendum sulla Costituzione.

In un Paese più corretto anche la scheda bianca dovrebbe avere il suo peso: la scheda nulla, però, è meglio, perché toglie a “manine misteriose” l’occasione proibita di “commettere un falso”.

Andare a votare in tal modo, ha un significato di rifiuto, certamente più chiaro ed esplicito di quello equivoco e ambiguo dell’astensione dal voto.

Se vincono i partiti della protesta, sono essi a dover governare, facendo leva, per evitare di dover subire una batosta sonora alle prossime votazioni, su gente meno inesperta e incolta di quella che ha sin qui avuto in mano le redini della Repubblica.

Se i NO – tondi e precisi – per la loro enorme quantità, invalidassero, se non nella forma, nella sostanza, il risultato delle elezioni, non solo l’Italia ma anche altre democrazie del terzo millennio avrebbero il problema di prevedere e disciplinare con norme adeguate tale diverso modo di esprimere la volontà popolare (con la ripetizione delle votazioni o altro).

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente. 

 

 

 

 

CONDIVIDI