Abbiamo letto sui giornali di questi giorni le più svariate interpretazioni sul ritiro di Pisapia e di Alfano, con commenti di segno diverso, talvolta fantasiosi.
In verità non vi è nulla di strano. Basterebbe esaminare i fatti senza occhiali, che deformano la realtà. Il tentativo di Pisapia, nonostante l’endorsement di Romano Prodi, è fallito per la sua stessa fragilità, aggravata dalla palese freddezza di Renzi. Il resto è dipeso dalla forte attrattiva, esercitata dall’iniziativa di “Liberi e Uguali” su una buona parte dei seguaci dell’ex sindaco. Era chiaro sin dall’inizio che al segretario del PD non interessava una lista alla propria sinistra, volendo le mani libere per portare, dopo le elezioni, la sua formazione politica ad occupare il posto che fu della Democrazia Cristiana. Per decidere il trasloco di molti appartenenti a “Campo progressista” è bastato un cenno da parte di Piero Grasso, che non poteva essere tacciato, come Bersani e D’Alema, di nostalgie vetero comuniste o di irriducibili rancori nei confronti dell’usurpatore che si era impadronito della ditta.
La scelta di Alfano, enfatizzata come grande gesto di coraggio e dignità politica, risponde ad una logica altrettanto semplice e priva di alternative. Il suo partito, già molto piccolo, reduce da una sonora sconfitta in Sicilia, la terra del leader, di fronte al rischio di scomparire, è in procinto di dividersi. Da una parte si stanno posizionando coloro che intenderebbero tornare nel centro destra, seguendo la vocazione di Comunione e Liberazione, che già in Lombardia ha scelto tale coalizione. Dall’altra si schiera chi si è accasato col PD, come la ministra Lorenzin, mentre nei confronti di Alfano, dalle parti di Renzi, sono giunti segnali di gelo assoluto. Un gesto di grande, apparente dignità, è più facile quando, dopo una carriera politica folgorante, il rischio, meglio la certezza, è quello di un sicuro insuccesso. Non era possibile un ritorno col Cavaliere, che giustamente non poteva perdonargli il clamoroso tradimento, dopo averlo incoronato come delfino, mentre col cinico Renzi, (oggi più solo per la scelta, dopo le elezioni, di non volere condizionamenti) non vi era alcuna speranza di salvataggio, avendo compreso di essere stato scaricato.
La verità è quasi sempre più amara e talvolta drammatica, rispetto al facile storytelling giornalistico. Meglio una dignitosa ritirata, che una sconfitta certa, soprattutto quando in tal modo si può evitare di scegliere, all’interno di un partitino, da quale parte collocarsi, non intravedendo tornaconti in alcuna delle due strade possibili.
Le narrazioni finiscono sempre col concedere qualcosa alla fantasia o all’emotività, mentre i fatti sono testardi, perché si attengono solo alla loro logica ferrea. Ovviamente la realtà non consente gratuite celebrazioni, ma si dimostra più lineare ed, a volte, anche necessariamente spietata, rifuggendo da celebrazioni, che hanno il sapore falso dei necrologi.

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