Su questo giornale che si era fortemente impegnato sul Fronte del NO, Antonio Pileggi, rievocando, nella data del 4 Dicembre, la vittoria ottenuta al referendum sulla riforma costituzionale liberticida di Renzi, Boschi e Verdini, ha invitato gli Italiani a “mettere in moto tutte le energie capaci di elaborare un progetto politico” di rinnovamento radicale della nostra vita pubblica.
L’appello giunge quanto altri mai tempestivo e opportuno.
Il voto referendario ha costituito la più massiccia manifestazione della protesta di tutta la Nazione contro il tentativo di ripetere, sulla linea del report della Banca J.P. MORGAN CHASE, la triste esperienza di “fascistizzare” la vita politica del Paese. Eppure, le forze politiche tradizionali del malgoverno del secondo ventennio nero italiano (che quel progetto avevano ideato e progettato o solo sotterraneamente, appoggiato o cautamente condiviso) saranno ancora protagoniste della tornata elettorale di primavera (se essa avverrà nel tempo previsto).
E’ di tutta evidenza, quindi, la necessità del persistere di un movimento, organizzato sia pure su tenui basi (magari ancora a livello di Comitati interconnessi tra loro) che porti un contributo, intellettuale (e anche di sperato, maggiore consenso) ai vari moti di protesta, già esistenti e variamente diffusi nel Paese.
Per il ristabilimento, infatti, di condizioni di normalità della vita politica italiana, costituisce un prius ineludibile la constatata, piena condivisione della più radicale opposizione al sistema sinora egemone anche da parte di uomini di pensiero, filosofi, docenti di varie discipline, sociologi, professionisti, economisti, operatori e lavoratori esperti soprattutto nei settori dell’alta tecnologia. Quegli stessi, insomma, che hanno fatto parte o sorretto l’attività dei Comitati del NO nel dicembre del 2016.
Solo il ritorno di persone dotate di vasta cultura e di notevole esperienza pratica nella vita politica nazionale con il loro conseguente apporto nell’elaborazione di linee d’intervento, potrà stimolare l’adozione di misure idonee a far uscire il Paese dalla fase di degrado in cui versa.
L’iniziativa, certamente utile all’Italia sarà, naturalmente, molto temuta e avversata dall’ establishment che domina l’Italia da più decenni ( anche se con la recita di parti diverse in commedia).
L’attuale situazione italiana è assolutamente insostenibile per un Paese civile ed evoluto.
Se la scelta dei parlamentari (e quindi dei governanti) è rimessa ai capi-partito e non agli elettori, è, verosimilmente, del tutto assente, nelle scelte fondamentali, il contributo degli uomini di pensiero veramente liberi e indipendenti dal gioco dei partiti della vecchia e sbilenca alternanza all’italiana.
Gli intellettuali cosiddetti “organici” ai partiti vanno messi nel baule delle cose da dimenticare.
Per la realizzazione di una vera ipotesi di buon governo (per qual si voglia movimento politico) la presenza di gente colta ed esperta è assolutamente essenziale.
E ciò, anche se la Storia c’insegna che il Bel Paese non sempre è prodigo d’intellettuali veramente liberi e non asserviti (anche se “disorganici”) alle logiche del potere politico prevaricante in ogni epoca.
Altrettanto difficile è per un uomo di pensiero aderire a movimenti che per caratterizzare la (pur comprensibile e sacrosanta) “visceralità” del loro voto di protesta, usano un linguaggio a volte persino violento e aggressivo o ricorrono a chiassose manifestazioni di piazza.
Tali difficoltà sono state superate, per il bene della nostra comunità, nella tornata elettorale referendaria dello scorso anno.
Intellettuali, accademici, professionisti di vaglio, autorevoli esponenti emeriti delle maggiori Istituzioni pubbliche, economisti e sociologi di grande fama hanno lottato, spalla a spalla, con chi protestava in piazza.
L’apporto di maestri del pensiero “contemporanei” (e non il richiamo degli insegnamenti di epoche passate) diventa insostituibile quando ci si trova di fronte a una realtà nuova, non più interpretabile alla luce di teorie e dottrine divenute desuete.
E’ un contro-senso, per esempio, utilizzare strumenti di analisi marxista (tout court, e non limitatamente agli aspetti della persistente produzione manifatturiera) oggi che siamo in piena epoca di società post-industriale (è noto che tutta l’analisi del filosofo tedesco ha riguardato l’economia delle fabbriche e delle ciminiere). E’ anche un fuor d’opera parlare di sfruttamento della forza-lavoro secondo le regole in atto all’epoca dell’industrializzazione europea (la mano d’opera era “indigena” per nascita o per intervenuta integrazione), ora che l’Unione Europea si sta avviando sui binari di un nuovo “schiavismo” con l’immigrazione indiscriminata, indistinta, clandestina e senza regole di centro-africani derelitti e affamati.
Lo stesso vale, naturalmente, quando, su un altro versante ci si qualifica salveminiani, einaudiani, gobettiani e via dicendo. La confusione, commistione con tentativi reiterati di diversificazione che, in un passato non proprio remoto, si è fatta tra i concetti di liberalismo e liberismo suggerisce di mettere da parte arnesi non più utili alla comprensione dei fenomeni economici attuali; che vanno esaminati per quelli che sono, a prescindere, dalle definizioni teoriche e devono essere risolti in maniera pragmatica.
I conflitti reali della società contemporanea, economicamente avanzata e tecnologicamente, evoluta, non sono più caratterizzati da scontri tra datori di lavoro (confederati o meno) e operai (sindacalizzati o sciolti) ma da lotte titaniche tra magnati industriali, finanziari, bancari, operatori borsa, e altri circa i settori di cui impadronirsi, facendo leva sui servizi, interessati, di politici corrotti.
Il mondo in cui viviamo non solo non è più quello dei feudi medioevali, ma non è neppure quello industriale delle prime fabbriche manifatturiere occidentali.
In ogni epoca, in base alle caratteristiche prevalenti, il pensiero dei “maestri” formula congetture per analizzare e affrontare i problemi sul tappeto ed elabora teorie e misure pratiche per risolverli.
Il passare del tempo riduce la portata e l’importanza di ogni contributo: le condizioni esistenziali cambiano, le soluzioni proposte perdono, inevitabilmente, in termini sia di attualità, sia di validità.
Non v’è dubbio, per esempio, che i livelli da noi raggiunti di de-ideologizzazione politica e di scristianizzazione religiosa (si pensi, in contrario, al Libano e altre zone dove si scontrano le tre religioni monoteistiche, per capire di che cosa possa essere capace il credo vigente in Italia non depotenziato), consentono, oggi, di guardare alla realtà che ci circonda liberi dai paraocchi che, senza una loro (almeno non esclusiva) colpa, orientavano in una direzione obbligata lo sguardo dei nostri antenati e genitori.
Per concludere: ben venga un movimento, del tutto nuovo e spontaneo o articolato su forze politiche già esistenti (purché libere dalla loro antica, falsa retorica “ideale”, che è stata utile soltanto in un passato finito per sempre), con nomi prestigiosi della società civile, che sottragga la protesta e i movimenti che la esprimono al facile bersaglio di ingiurie e di accuse infamanti circa la loro pretesa incapacità di governare il Paese e dia il proprio contributo intellettuale per l’opera di “svecchiamento” assolutamente necessaria a un’Italia, vittima non solo di “secoli bui” ma di ricorrenti “ventenni neri”.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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