Nell’antica Roma, intorno al cinquecento avanti Cristo, il console Menenio Agrippa, alla plebe che si era per protesta ritirata e arroccata sul Monte Sacro raccontò l’apologo, divenuto famoso e passato alla Storia, dello stomaco e delle membra, e riuscì a indurre alla concordia un popolo che sembrava non volerne proprio sapere di far pace con i patrizi.

La pratica del racconto, della favola per convincere la gente a credere o a fare qualcosa era in auge anche presso altri popoli: i Cristiani in Medioriente chiamavano quelle narrazioni parabole.

Oggi, credo che nessuna Autorità civile o religiosa sia in grado, raccontando una storiella (per esempio sulle conseguenze dannose dell’astensionismo o sulla pratica deleteria di odiarsi reciprocamente e di coltivare, inconsciamente, il rancore descritto nel rapporto del CENSIS) di indurre la gente a cambiare idea (nell’esempio fatto ad andare a votare o a gioire della felicità altrui).

Eppure, da individuo privato e privo, ormai, di qualsiasi investitura pubblica, racconterei agli Italiani un mio breve apologo. Eccolo.

In una piazza di un qualche paesino italiano, dove si fronteggiano la casa comunale e la parrocchia del Santo protettore, arrivano due di quei camioncini che con il giro di qualche manopola nascosta si aprono come corolle di fiori in primavera e diventano negozi ambulanti.

Il conducente, lasciata la guida del mezzo, si trasforma, come per miracolo, in un sorprendente imbonitore, un parolaio con qualche punta di istrionismo civettuolo, un “dulcamara” un oratore convincente e capace di vendere ogni genere di “elisir”, d’amore, di buongoverno  e di eterna felicità.

Se qualcuno del pubblico lo accusa di essere un ciarlatano “contaballe”, è prontamente zittito dagli altri che sono affascinati e sedotti dal suo eloquio irruento e colorito.

Man mano che i capannelli di persone aumentano, quei due strilloni alzano, all’unisono, il volume della loro voce, acquistano maggior coraggio e finiscono con il proporre al rispettivo crocchio l’avvio del famoso “gioco delle tre carte” (carta vince, carta perde). L’assembramento, a quel punto, si assottiglia e molti se ne allontanano, godendosi lo spettacolo di tanta gente ingannata, imbrogliata e truffata, seduti sulle sedie di un bar in fondo alla piazza.

Restano, però, al loro posto gli “ultras” del noto giochetto, che sembrano gioire sempre più per l’abilità truffaldina di quei “virtuosi” giocolieri.

Essi fanno anche poca attenzione ai soldi che escono dalle loro tasche (senza mai, ovviamente, più farvi ritorno).

La gente seduta al bar nutre la speranza che dalla casa comunale o dalla chiesa che la fronteggia esca qualcuno che ponga fine a quell’immondo spettacolo di spoliazione “coram populo”, ma dalle due auliche sedi nessuno esce allo scoperto.

Alla fine, quella moltitudine silente capisce che deve fare qualcosa senza aspettare alcun aiuto: occupare la piazza e rimandare a casa il due “Dulcamara” con le fasulle mercanzie dei loro camioncini.

Il mio apologo finisce qui: non così il mio discorso. Ira facit versus, perché il livello infimo cui è giunta la vita politica italiana non consente taciturne complicità.

Basta por mente a ciò che scrivono sui giornali, soprattutto di partito, i sedicenti esperti nel mestiere di procacciare voti per rendersi conto che il “tatticismo” è l’unico aspetto della nostra vita politica.

Esso è praticato con ostentazione, provocazione, protervia, tracotanza.  I “signori” della nostra politica non hanno più alcuna riluttanza a dimostrare a chi dovrebbe votarli che la loro unica preoccupazione è di carpire il consenso degli elettori, comunque, anche  senza fare alcuno sforzo di tracciare un programma di iniziative.

Questi mestieranti procuratori di voto sono cresciuti e maturati nella scuola di politica, che in Italia è insediata in tutti i caffè dello sport delle città di provincia o delle periferie metropolitane; sanno fare calcoli elettorali, con una conoscenza dettagliata di tutti i meccanismi elettorali escogitati da individui versati (com’essi stessi sono) nel gioco della truffa politica; discettano con competenza (veramente allarmante) di liste-civette e di altri escamotage idonei ad alterare i risultati elettorali e cosi via.

Il tutto nella chiara consapevolezza che il Bel Paese ha superato, abbondantemente, i livelli di turpitudine affettata e preziosamente  elaborata dello stesso Basso Impero Romano.

Il bizantinismo alessandrino, il tatticismo arzigogolato, astruso, barocco, artificioso costituiscono nell’Italia d’oggi l’unica preoccupazione di quegli individui (spesso dotati di folti peli sullo stomaco) che si dedicano all’attività politica.

Chi ha la maggioranza in Parlamento e siede sui banchi del Governo, con quella che chiama, per soddisfare l’imbecillità che presume sia dominante nella massa, la sua squadra, è volto ad approfondire i meccanismi elettorali al solo fine di guadagnare più voti nelle elezioni future.

Non è per lui un problema proporsi di truffare il popolo dei votanti con perversi marchingegni e sottrarre a esso ogni facoltà di scelta dei propri rappresentanti, attraverso l’imposizione normativa di approvare unicamente la scelta delle persone indicate dal partito.

Gli “ultras” non si asterranno dal voto ma correranno alle urne come allo stadio.

La domanda che tali leader si pongono è semplicemente questa: quali metodi, quali accorgimenti, quanti e quali espedienti possono favorire l’ingresso nelle Camere Legislative del maggior numero di parlamentari di una data forza politica in relazione alla propria condizione nel favore o disfavore crescente dei votanti, alla situazione contingente dei suoi leader e dei suoi più noti esponenti e ai mezzi che ha a propria disposizione?

L’impudenza e la sfrontatezza cui è giunta la classe politica che domina nella vita politica del nostro Paese in questi ultimi tempi (per dare un’indicazione temporale più precisa del “peggio” mai raggiunto dal secondo dopoguerra mondiale a oggi: a partire dall’approvazione del porcellum a finire a quella dell’’italicum e del rosatellume oltre che all’uso anomalo e deviante del voto di fiducia parlamentare) fa sì che dei contenuti del programma politico relativo all’azione che s’intende svolgere non si parla mai.

I nostri sono uomini politici che, raggiunto l’obiettivo di entrare nella stanza dei bottoni,   rubacchiano idee ai partiti di altri Paesi, esponendole maldestramente ai cittadini; guardano soltanto ai pochi futuri elettori che non diserteranno le urne, irretiti come sono, a loro volta, dalla stessa perversa mentalità di “tifosi” da curve ultras;scimmiottano leader di altri Paesi, non comprendendone mai sino in fondo le reali intenzioni, spesso contrarie agli interessi dello Stivale; sperano, nella loro ignoranza dei problemi che dovrebbero risolvere, che un esercito di burocrati, euro-continentali e nazionali, tolgano, per loro, le castagne dal fuoco.

A questo punto o la gente per bene e non deviata da interessi di bottega (poltrone e strapuntini sono spesso mete agognate anche da parte di insospettabili gentiluomini) prende in mano le redini della protesta (che per suo conto è già giunta a livelli di enorme diffusione) e la smette di fingere disinteresse per il “gioco delle tre carte” dei nostri Dulcamara  o si rassegna a subire l’italica sorte dei ventenni neri, prolungandone addirittura, nel caso specifico, la durata.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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