Ieri è apparsa sulla stampa una notizia che mette i brividi: la ventilata, ulteriore, permanenza in carica di un governo (sia pure alla camomilla e non più all’acido prussico, come il precedente) che rimane, comunque, l’espressione di un Parlamento dichiarato dalla Consulta costituzionalmente illegittimo e che è stato ed è tuttora al centro di scandali bancari gravissimi che in altre epoche avrebbero determinato dimissioni a catena di leader politici.

Ruit hora.  Per non farci precipitare nella melma di una vera e propria emergenza democratica, i Comitati del No (che ci hanno evitato la riforma progettata da compagni di merenda desiderosi di pasti più sostanziosi) dovrebbero ricostituirsi e federarsi d’urgenza in modo organico per impedire il peggio di una situazione politica totalmente incancrenita.

I giornali che non hanno il percorso obbligato e circoscritto della nostra “semi-clandestinità”on line  e che non dipendono dai grandi tycoon dell’informazione, privati (o detti “pubblici” per burla e beffa ai telespettatori) dovrebbero riprendere i grandi temi della nostra crisi progressiva di democrazia, senza limitarsi alle, pur necessarie, punture quotidiane di spillo, cui li sospinge una cronaca giudiziaria che è soltanto l’escrescenza bubbonica più vistosa di un cancro nazionale ormai in procinto di andare in metastasi.

Quando un Paese e le sue Istituzioni sono in condizioni particolarmente gravi di crisi e di pericolo, una politica per l’emergenza tempestiva e risoluta s’impone, per “gli uomini di buona volontà”. Solitamente, s’invoca la necessità di fare assumere, di fronte al pericolo incombente, poteri speciali alle pubbliche Autorità. Non è questa la strada che possono prendere gli abitanti dello Stivale. Se lo facessero, potrebbero finire con il gettare benzina sul fuoco.

Molte delle attuali pubbliche Autorità italiane, infatti, non rispondono a quelle caratteristiche di legittimità e di democraticità che solitamente rendono inattaccabile il loro potere di comando.

In Italia, oggi, non è legittimo il Parlamento: lo ha sentenziato la Corte Costituzionale, anche se la sua decisione è stata, in buona sostanza, completamente disattesa.

Secondo il dettato della nostra legge fondamentale (articolo1366) quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione.

Il che significa che il nostro Parlamento sta in piedi in forza di una norma eliminata dal nostro ordinamento giuridico. Eppure, dal momento della dichiarazione della sua inefficacia, di cose ne ha fatto, eccome.

Perché la legge che prevedeva la sua elezione (la cosiddetta legge Calderoli, da lui stesso definita “una porcata”) è stata ritenuta contraria alla Costituzione?

Le ragioni sono chiare. Una Camera legislativa può essere eletta con un sistema di voto proporzionale o maggioritario; può, persino, avere, parzialmente, una derivazione diversa dall’elezione (si pensa alla Camera dei Lord inglese) ma non può essere alterata nella sua consistenza numerica da un aberrante premio di maggioranza, un marchingegno artificioso, che fa di una minoranza(vera) una maggioranza (fasulla).

Il governo di un Paese può essere attribuito solo a un partito (o a una coalizione di partiti) sostenuto/a da un numero di parlamentari effettivamente votati e direttamente usciti dalle urne (o  altrimenti investiti legittimamente del ruolo), che gli dia la fiducia. E ciò con una maggioranza del cinquanta più uno per cento dei votanti; maggioranza che diventa persino pleonastico, qualificare “assoluta”, perché la “maggioranza” di per sé rappresenta la parte maggiore di un “ tutto”.

 “Maggioranza relativa” è soltanto un ossimoro, perché si tratta, invece, di una minoranza.

Si ha, quindi, vera emergenza democratica quando, attraverso una legge illogica e irrazionale, si consente a una minoranza, (solo impropriamente definita “maggioranza relativa”) di governare contro una maggioranza di oppositori che, pur se divisi tra di loro, sono espressione, comunque, della volontà predominante dei cittadini.

Quando ciò avviene, se non vi sono mezzi giuridici, per porvi rimedio, si instaura, in buona sostanza, una dittatura:   tutte le leggi che entrano nell’ordinamento giuridico sono fatte da quel manipolo di occupanti dei seggi parlamentari e sono, di norma, dirette, soprattutto, a perpetuare il loro potere (Nessuno fa leggi per colpire se stesso).

E’ avvenuto così con il Fascismo: per debellarlo, con l’aiuto essenziale e determinante degli “Alleati”, il Paese ha dovuto subire una dura sconfitta e immani distruzioni, nella seconda guerra mondiale.

Quando i mezzi giuridici sono stati previsti, v’è solitamente (come nel caso italiano) una Corte Costituzionale che può dichiarare illegittimi gli occupanti abusivi dei seggi parlamentari e indirettamente provocare nuove elezioni, secondo le prescrizioni che devono residuare, salvi piccoli accorgimenti di dettaglio, dalla sua sentenza.

In un Paese senza vocazione all’autoritarismo, ciò si verifica senza traumi.

In Italia è, invece, avvenuto che un Parlamento, dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla Consulta, ha eletto per ben tre volte un Presidente della Repubblica, ha nominato giudici costituzionali e membri del Consiglio Superiore della Magistratura e approvato, addirittura, una riforma della Costituzione, di cui soltanto il popolo ha decretato l’aborto.

Il Presidente della Repubblica, inoltre, anche se eletto da un Parlamento costituzionalmente illegittimo, oltre a nominare per suo conto altri giudici alla Consulta, ha anche dato l’incarico di governare il Paese a ben tre Presidenti del Consiglio.

I Governi così formati hanno continuato a ottenere la fiducia (oltretutto, ripetutamente posta a fini tattici) per assicurarsi la permanenza nella stanza dei bottoni, da parte di un Parlamento che avrebbe dovuto considerarsi, dopo la pubblicazione della sentenza della Corte, privo dei necessari  poteri.

Un capo del governo, autodefinitosi Premier (all’inglese), Matteo Renzi, ha addirittura promosso da palazzo Chigi una riforma costituzionale e una legge elettorale, entrambe di competenza parlamentare, chiedendo e ottenendo dalle Camere di porre addirittura la fiducia sulla loro approvazione.

La ventilata ipotesi di un mantenimento in carica dell’attuale Governo (espresso, non è mai esagerato ripeterlo, da un Parlamento illegittimo) anche dopo lo scioglimento di quest’ultimo e dopo  nuove votazioni elettorali induce anche gli Italiani più pazienti a ricordarsi di Cicerone e a pronunciare il famoso Usque tandem…? urlandolo, per giunta, a squarciagola.

Chi, però, vi presterà ascolto e attenzione?

Fuori dai nostri confini, le maggiori potenze industriali dell’Occidente ci considerano, verosimilmente, un caso irrecuperabile e forse non se ne dolgono molto. Avvenne, in buona sostanza, anche al tempo di Mussolini.

Siamo nuovamente, dunque, dopo gli anni infausti del ventennio fascista, al sepolcro della democrazia italiana?  Dobbiamo dire, questa volta con il Foscolo: Vero è ben….anche la speme ultima dea fugge i sepolcri?

O sarà la “rivoluzione liberale”, permeata di spirito antifascista e auspicata da Piero Gobetti a trattenerci e a salvarci sull’orlo del baratro?

Me lo auguro da “rivoluzionario indipendente” e da “gobettiano ad honorem”.

* Il Presidente Mazzella collabora stabilmente con Rivoluzione Liberale da autorevole giurista indipendente.

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