Tra le parole più ambigue del vocabolario (non solo italiano) c’è il termine “rivoluzione”. Può indicare un movimento organizzato con il quale si instaura, con violenza, un nuovo ordine sociale e politico (Rivoluzione francese; Rivoluzione comunista dell’Ottobre rosso in Russia; Rivoluzione fascista) ma anche ogni processo storico pacifico che, in maniera immediata o graduale, finisca per determinare il mutamento sia di un assetto sociale o politico, sia dei costumi e delle abitudini, sia dei modi di pensare (Rivoluzione tecnologica; Rivoluzione industriale; Rivoluzione sessuale; Rivoluzione Copernicana) e così via.

Anche ogni discussione sulle origini e sui risultati di una Rivoluzione genera più confusione, polemica, contrasto che condivisione e chiarezza.

Senza approfondire molto il dibattito sulle cause scatenanti una rivoluzione, si può dire che, per opinione abbastanza diffusa, si può essere spinti a un rivolgimento radicale e totale della realtà socio-politica esistente o dal timore della perdita o dalla speranza di conquista di un bene della vita; non necessariamente di tipo economico. E ciò ai fini  di una ri-contrattazione del patto sociale su altre basi.

La rivoluzione liberale che Gobetti sognava individuava il bene della vita soprattutto nella libertà della persona, che lui, come Hazzlit, riteneva l’unica, vera ricchezza per l’essere umano.

Il giovane scrittore, per l’avvento del fascismo, coglieva l’esistenza di varie forme di compressione degli spazi d’autonomia dell’individuo.

Fermi restando gli obblighi di ciascun essere umano nei confronti della collettività organizzata, l’uomo politico torinese auspicava una convivenza civile ordinata ma affrancata da ogni superflua ingerenza autoritaria.

Gobetti si proponeva di combattere e contrastare la concezione feudale della res publicapresente nei ceti politici e dirigenziali della società italiana, molto clientelistici, nonché la visione illiberale,  clericale e quindi corporativa di molti cattolici.

I temi del Gobettismo sono tuttora di grande attualità, ingigantiti, per un verso, dai ripetuti tentativi “autoritari” di uomini politici improvvisati e incolti, fautori di leggi elettorali truffaldine e incostituzionali, promosse da governi sia di centro-destra (Porcellum) sia di centro-sinistra (Italicum, Rosatellum); per l’altro, dall’incombente pericolo di una nuova invasione barbarica, islamica, foriera di aggressività  e d’intolleranza religiosa, più intensa e massiccia di quella cristiana che ai tempi dell’Impero Romano aveva sconvolto la coesistenza sociale e civile di un popolo giunto a un elevato livello di civiltà.

L’azione dei fautori odierni della libertà e della democrazia d’ispirazione liberal-gobettiana avrà campo di esplicarsi, in Italia, se riuscirà a evitare di cascare nei trabocchetti in cui stanno cadendo altre forze politiche della protesta anti-sistema (la palma di maggior gaffeur anti-sistema spetta a Luigi Di Maio, che non lascia passare giorno senza esprimere luoghi e comuni e frasi fatte su aspetti minori e secondari della politica e dell’economia che, pur se riscuotessero il consenso della maggioranza dei votanti, sarebbero, comunque, insignificanti rispetto al più rilevante progetto di ricostruzione su basi libere della società italiana).

In una collettività dove la paura di un’indesiderata e malamente subita immigrazione straniera si unisce, secondo il rapporto del CENSIS, a un rancore tra gli stessi abitanti dello Stivale, autoctoni o integrati, diffuso ed esasperato dallo scontro politico, a causa della cosiddetta “alternanza” di forze politiche (indotte a dare il peggio di se stesse delle ali estreme – fasciste, comuniste e cattoliche integraliste – dei due schieramenti) diventa prioritario e fondamentale l’obiettivo del rafforzamento dell’unità del Paese e della pacifica coesistenza della popolazione che lo compone.

In Italia, a scatenare l’odio reciproco tra i cittadini, è, innanzitutto, la clamorosa assenza di una vera giustizia.

massmedia sono pieni zeppi di notizie di cronaca giudiziaria con la descrizione di casi delittuosi eclatanti, spesso destinati a svaporare come bolle di sapone.

Il tutto avviene per effetto, di un feticcio elevato a rango costituzionale: quello dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Dato, infatti, il numero stragrande e in progressivo aumento dei reati da perseguire, la legge italiana offre a un dipendente statale, che da vincitore di un concorso nozionistico diventa, a causa dell’ingresso nella pubblica amministrazione, espressione dello Stato-Autorità (nella sua forma “colbertiana”, assolutamente non democratica) e arbitro del destino  dei suoi cittadini per effetto   della facoltà, concessagli dalla Carta fondamentale, di scegliere chi perseguire penalmente e chi no.

Non è il Parlamento o altra Autorità autonoma e indipendente dal potere politico di governo, a individuare, di anno in anno, i reati da perseguire prioritariamente, in base alle contingenze momentanee della vita criminale.

Non è un professionista di notevole esperienza e maturità, un esponente dello Stato-Comunità, riconosciuto di comprovate capacità professionali e umane,   a divenire arbitro della sorte dei cittadini, ma un pubblico impiegato dello Stato-Amministrazione.

La riforma della giustizia s’inquadra in quella della costruzione su altre basi della pubblica amministrazione: entrambe vanno sottratte al dominio di dipendenti statali, vincitori di un semplice concorso, e devono essere affidate, almeno ai livelli di grande responsabilità, a persone che hanno riscosso successi professionali nella vita civile; previa abolizione, naturalmente, della predetta obbligatorietà dell’azione penale.

Il liberalismo gobettiano avrà altro terreno di pascolo nel campo dell’informazione che dev’essere prontamente sottratta al potere politico, per evitare che la utilizzi per perpetuare la sua permanenza nella stanza dei bottoni con scoop taroccati o fake news. Oggi, caduto il monopolio naturale dell’etere, non c’è più ragione alcuna di non uniformare l’informazione radio televisiva (per via digitale, cavo, satellite e via dicendo) al sistema delle notizie della carta stampata.

Il quadro delle riforme a garanzia delle libertà del cittadino non sarebbe soddisfacente senza l’esclusione di ogni ingerenza di organi costituzionali monocratici e di organi burocratici e corporativi nella scelta dei giudici costituzionali che va riservata solo al Parlamento in seduta comune (anche a sola maggioranza assoluta, per abbreviare i tempi dell’elezione).

Senza alcuna pretesa di esaurire l’elenco, nell’obiettivo di un liberalismo gobettiano non può mancare la previsione di una normativa a protezione dell’onore, della reputazione e della riservatezza della persona che ponga il diritto di cronaca, come manifestazione tipica e diretta del pensiero (e non derivata dalla necessità di tutelare il diritto di opinione, con arzigogoli interpretativi giurisprudenziali), allo stesso livello di tutela di quella dell’articolo 2 della Costituzione,

In Italia, non c’è rimedio alle contumelie quotidiane che riecheggiano sul video, sulla stampa, sul web; non c’è scampo alcuno alla guerra di tutti contro tutti, senza esclusione di colpi. E ciò, perché il diritto di cronaca è stato concepito dalla Cassazione come un diritto-dovere funzionale, di natura pubblica, allo svolgimento di una vita democratica. E’ necessario eliminare un tale equivoco dagli effetti perversi, se necessario con legge, anche costituzionale.

In conclusione (e con riserva di ampliare in prossimi articoli la descrizione del raggio d’azione di un movimento sinceramente e profondamente libertario) una vera rivoluzione gobettiana dovrebbe tendere a proteggere la Società dallo Stato e non dare strumenti allo Stato per dominare la Società; come, invece, avviene in Stati come il nostro, in cui, nella coscienza collettiva e nell’ordinamento, permangono residui di molte regole prodotte dall’assolutismo monarchico, oligarchico, tirannico, teocratico dei secoli scorsi. Non basta introdurre la democrazia attraverso le libere elezioni se non si sottopongono a severa verifica e non si fa giustizia degli strumenti escogitati da quei regimi per creare un vero e proprio mito dello Stato, un’opprimente Statolatria, che non rende mai veramente liberi gli individui. Talvolta cambia la natura dello Stato, che da assoluto diventa costituzionale (solo in Inghilterra, lo Stato assoluto non è mai è esistito, se non nel brevissimo tempo dei Tudor) ma il rapporto delle strutture amministrative, nelle mani di uomini politici cresciuti in alveo autoritario, con la collettività dei cittadini resta uguale. Le burocrazie sono state create per essere messe al servizio unicamente degli uomini di governo del Paese; cioè di chi rappresenta l’Autorità (solo nei Paesi anglosassoni la pubblica amministrazione è espressione, diretta o indiretta, della collettività).

L’obiettivo di un liberalismo gobettiano, in conclusione, non può che essere quello di consentire, in modo soddisfacente, la simbiosi tra la persona e la comunità in cui vive.

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